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Di-Chiara-tutto

Specchio riflesso

L’altro giorno ho preso la macchina e sono andata in riva a un lago che credo sia il maggiore. C’erano dei pesci piccoli che mi baciavano i piedi. Poi mi sono seduta su quella sabbia rotta e ho detto a elisa che mi sento potente. Aveva gli occhi lucidi, diceva resta in questo, sentilo bene. E lo sentivo per davvero. Sentivo di colpo tutte le cose per quello che erano, cioè semplicemente lo specchio di quello che penso, sento, faccio, sono io. E per un secondo ho sentito cosa vuol dire essere sola, che vuol dire semplicemente vivere. Non c’è nessun altro nella vita se non noi. E non è triste, non è egoista, è solo molto meno romantico di quello che credevo. Nel senso che è tutto solamente funzionale. E’ solo una tavola apparecchiata coi bicchieri di plastica, magari quella plastica lì biodegradabile così nessuno si incazza e siamo tutti più ecologisti e ci sentiamo migliori, ma è soltanto una cazzo di tavola apparecchiata alla fine di una giornata come tante.

E allora capisco tutto un pochino meglio. Capisco chi se ne va, capisco chi rimane. Capisco chi a quella tavola non ci mangia, capisco chi non sparecchia, capisco me stessa se non mastico abbastanza e quasi mi strozzo con i racconti degli altri, con le pietanze delle vite degli altri, con gli odori dei capelli degli altri che durano pochi, pochissimi minuti. E poi basta.

Ogni volta che parlo di qualcuno sto parlando di me. Ogni volta che qualcuno parla di me sono io a parlare. Gli altri esistono, ma sono dei pezzi di lego da costruire e da mettere sul tavolo della sala. Non è carino da dire, ma niente è carino da dire. E’ sempre molto più carino sentire, annusare, l’odore di pattumiera che non è pattumiera, ascoltare, la canzone che sembra una ninna nanna e dice “una mente bellissima in mezzo a quegli occhi”. E penso che parli di me, semplicemente perchè non posso vedere altro che me in questa vita. E invece mi sono sempre disegnata brutta perchè una bambina brutta ha una storia più bella da raccontare. E mi sono disegnata in pezzi piccolissimi perchè è più umile essere rotti che essere interi. Perchè è più interessante rincorrere l’amore e poi romperlo coi palmi delle mani, anzichè meritarselo e basta. Perchè soffrire ci rende originali, così come stare bene. E penso a questo ragazzo che guarda avanti verso la mia finestra e senza nemmeno girarsi mi dice che non siamo speciali. Non c’era bisogno di girarsi, in effetti. Perchè era come se lo avessi appena detto io.

Sta tutto nello specchiarsi senza dare la colpa alla forma dello specchio. Se mi concentro su questo vedo tutta la verità. Vedo che non è lo specchio a deformarmi, ma è solo il modo in cui voglio vedermi oggi. E se mi sento grassa forse non c’è niente di male, forse voglio provare a sentire anche quello. Ma il punto è che lo specchio non c’entra. Quella nello specchio sono io. Le voci che mi raccontano cose belle sono incredibilmente simili alla mia, di voce. E la paura di quello che gli altri pensano è soltanto la mia, di paura. E ogni volta che qualcosa mi piace, ogni volta che una storia è bellissima, ogni volta che c’è il temporale, ogni volta che sento le cose forti, ogni volta in cui qualcuno mi fa una carezza un po’ distratta io guardo bene tra le sue dita e ci vedo uno specchietto di quelli per truccarsi in metro. Mi ci rifletto dentro e capisco che forse quella carezza la volevo esattamente così. E allora magari ne do una io, più dolce, più saporita, perché me la merito. Specchio riflesso cadi nel cesso.

“Stai facendo tutto tu”. Non so nemmeno più chi l’abbia detto, nè quando. E non conta, perchè l’avrei comunque detto anche io. Mi suona come una dichiarazione d’amore verso me stessa, e mi addormento chiudendo gli occhi e continuando a vedermi anche lì dietro alle palpebre, con tutte le mie etichette e tutte le mie carte da giocare per essere interessante, per essere scelta. Ho riso ad alta voce e ho pensato ancora una volta a quando ho pianto e dicevo “non esiste un posto sicuro dove mettere il mio cuore”. Era vero. Posso solo lasciarlo lì dov’è e volergli bene.

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Coi piedi per testa

Quando il cervello va troppo veloce mi sento come se avessi mille chiodi che si conficcano nella materia grigia. E cerco sempre di fermare il vortice con un trucco che deve avermi insegnato la mia terapeuta anni fa, cioè concentrarmi sui piedi. Sentire dove appoggiano. Così si sposta l’attenzione da dentro la testa a dentro i piedi. Dall’ossessivo al pragmatico. Ieri ero sdraiata per terra e ho provato a sentire. Ho sentito il fresco del parquet che mi baciava il collo del piede adagiato sul fianco. Sentivo che c’era scambio di calore tra le due superfici, sentivo che la base d’appoggio era tutto il mio fianco sdraiato sul pavimento e che, insieme a me, a tenermi lì c’era il respiro piccolo e ritmico del mio cane. E mi son detta che da lì non potevo cadere. Ero ben appoggiata, nel punto più basso possibile.

Ero a casa di mia nonna in quella foto. Cosa fai per terra mi ha detto. Non sei mica un cane. Dovrebbe sentirlo qualcun altro questo concetto, ho pensato. Quanto mi piaceva autocommiserarmi quando ancora non gli ero indifferente, quando ancora non mi conosceva per davvero. Si inteneriva, mi diceva quanto sei bella chiara, se solo lo sapessi. Ecco non lo sapevo. Ma nemmeno adesso lo so, semplicemente mi ero fidata di quello che vedeva lui coi suoi occhi, quando si girava verso di me. E adesso mi guardo da sola e senza mai il trucco messo, penso che brutta immagine eppure è proprio la mia. Come sono arrivata a tutto questo, non lo so. L’ha detto anche lui quando piangevamo sul letto. Non capisco dove stiamo andando a finire chiara. Era solo l’inizio, caro mio.

Ho detto a mia mamma di farmi una foto. Perché in qualche modo era una cosa da immortalare. Una ragazza più brutta del solito con un cane perplesso e del parquet di pregio sotto al culo. Questa foto è tutto ciò che mi rimane, compreso quello che sta intorno al soggetto. La mamma, la nonna, il cane, il tormento appoggiato su un parquet.

Dello stesso colore è il pavimento della casa che avevo scelto per noi. L’aveva scelta anche lui, diceva. Mentre di andarsene lo ha scelto  da solo. Non ho più voglia, voglio solo andarmene adesso, me ne sto andando. Si ma perché. Perchè te l’ho già detto chiara, non ho più voglia. Poi gli occhi terrorizzati dei bambini quando hanno detto la parolaccia e aspettano di essere messi in castigo. Non preoccuparti, ho pensato. In castigo ci vado io per tutti e due. Poi da lì ti invio questa lettera che ti ho scritto: ciao, come stai? Non mi interessa veramente, perché non riconosco più la verità da nessuna parte. Perciò non rispondermi, che tanto lo stai facendo già da giorni.  Mi sento come Paola, Rossella, quell’altra come si chiamava? Eugenia? Beh così mi sento. Sono loro, adesso. Sono quel lato lì del fiume, a cui non approdano più scialuppe. Ti vedo in lontananza e hai le spalle diverse. Stai sempre bene, sei bello. I tuoi piedi sono sempre orribili anche se ho imparato a baciarli controvoglia. Speravo che accettando ogni bruttezza sarei cresciuta, e tu pure. Beh sì sono più grande adesso. Qualche volta ho messo addirittura dei tacchi, da quando non esistiamo più. Riducono la base di contatto col pavimento ma elevano il punto di vista. Dall’alto di quei tacchi vedevo quasi tutto. Vedevo noi due piccolissimi come puntini di sospensione. Ciao ti saluto. Dammi del tempo, poi ti assolverò col gesto delle mani del papa. Bacio in fronte. Amen.

Devo concentrarmi sui piedi, devo farlo più spesso. Devo sentire che comunque vada lì sono stabile. Devo lasciarmi stare la testa e spostarla nei piedi. Così camminerò via e forse smetterò di essere dove non devo essere. Per esempio smetterò di essere in quel giorno famoso col suo amico che si beve una birra col mio bicchiere, nella mia casa, mentre impacchettano assieme le cose su cui si è depositato un anno e mezzo di polvere, di onestà, di amore e di pazienza. Smetterò di essere sola sul pavimento mentre lui altrove legge il mio nome sullo schermo rotto del suo telefono e lo ignora. Sbuffa e lo ignora. Smetterò di essere sotto quelle coperte sempre spaiate, smetterò di cercare un abbraccio caldo sul divano con quella coperta che continua a cadere, a scalzarsi. Su una cosa aveva ragione lui. C’erano cose più importanti di quelle che non andavano bene. E avrei dovuto godermele quelle cose, perché prima o poi avrebbe smesso di aver voglia e io sarei sparita tra le travi di legno del soffitto. Adesso lì accanto ci appoggio i sogni, dove c’è il ripostiglio in quota. Li appoggio lì per non arrivarci facilmente, per dimenticarmi poco alla volta, per non piangere mentre mio nonno mi chiede ma giacomo allora è andato via. E poi dice eh ma tu cogli le mele sempre troppo acerbe. Non ho pianto, ho aspettato che venisse sera per farlo da sola. Mi sono guardata le punte dei piedi, girate dalla stessa parte delle ciabattine ortopediche del nonno. Siamo entrambi persone che camminano male. Ma coi piedi piantati per terra.

Anzi, coi piedi per testa.

LA TARTARUGA ROSSA

Non ho mai amato né i fumetti né i film di animazione. Mi sono sempre giustificata pensandoli troppo distanti dalla realtà, come qualcosa che emula non soltanto la realtà ma pure quelle imitazioni di realtà che sono i film normali. I disegni li vedo più come i libri. Da una scritta coi colori devi arrivare a trasportarti in un’immagine, che rimane pur sempre un’immagine che assomiglia ad un’immagine vera ma senza esserlo. Poi mi son detta ma cosa cambia tra una persona disegnata che fa una cosa verosimile e una persona vera (che nella vita è a tutti gli effetti una persona) che in quella circostanza sta emulando una cosa verosimile ma non vera? Poi ho perso il filo, ed è iniziato questo film di animazione in questa sala di proiezione abbastanza grande di un multisala a Cerro Maggiore. Il film si chiamava “La tartaruga rossa”. E non mi ha fatto ricredere sui film di animazione ma sulla vita un pochino, quello sì.

E’ un film di nicchia, credo. O comunque così è come lo hanno proposto dal mondo del cinema, facendolo restare nelle sale solamente per tre giorni. Forse nella speranza che la gente riuscisse principalmente a non vederlo, creando quell’alone di “solo pochi l’hanno visto e allora chissà com’era difficile capirlo”. Invece no. E’ semplice come quella cosa che mi chiedo sempre : che se c’è una spiaggia bellissima ma complicata da raggiungere, che solo pochi conoscono, allora cosa fai? Lo racconti agli amici? Pubblichi la posizione su Tripavisor? O te la tieni per te? Il fatto è che non conta, perché io sono riuscita a vedere questo film, e questa spiaggia incredibile che c’è nel film come unico setting per la trama, insieme a questo mare inaccettabile da quanto è bello e vero. Che è più vero di qualunque verità non disegnata né ripresa, ma vista con gli occhi direttamente.

Come in tutte le belle storie, anche ne “la tartaruga rossa” c’è alla base un’unione vincente che è quella tra il regista olandese Michael Dudok De Wit (di cui non so assolutamente niente perché sono ignorante) e il più noto (ma non a me) Studio Ghibli. Per intenderci, quello che ha fatto sfornare a Miyazaki robe del calibro de “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, “La principessa Mononoke” e altre robe belle che anche voi non avrete mai visto, perché per i bambini non van bene mentre agli adulti fan piangere forte.

I disegni sono forse la cosa meno saliente del tutto. Perché sono talmente belli che ti dimentichi che sono disegni. Perché si vedono i riflessi del mare e il fondale sotto, visto da in alto, che quasi senti l’odore delle alghe appoggiate alla battigia. E quando nuotano in acqua si sente il fresco delle bollicine che si formano quando scrosci dentro dopo il primo tuffo. E senti le carezze dell’acqua in quel punto che si fa più freddo quando scendi di qualche metro verso il fondo, e quell’escursione termica la senti più forte in mezzo alle dita dei piedi quando spingi per nuotare più avanti. Perciò sì, bello sì, ma è come non fossero disegni. Come fossi tu direttamente che entri dentro, non al film, non alla storia. Dentro all’acqua, dentro alla spiaggia, dentro alla vita.

La storia è la storia di una vita vissuta nel modo più normale del mondo. E’ la storia di un naufrago, di cui non abbiamo il diritto di sapere da dove naufraghi né perché. Abbiamo il diritto di vederlo arrancare per tornare da dove veniva, intuendo che c’è sempre qualcosa di più sicuro e affidabile del nostro presente. Qualcosa che è sempre indietro, più indietro di adesso, e mai sotto ai nostri piedi. Nello specifico il naufrago (muto per tutta la durata del film, se non per un paio di urli di rabbia e qualche gemito) costruisce zattere per tentare di lasciare l’isola, senza riuscire mai a oltrepassare il reef. Una tartaruga rossa, stupenda e indecifrabile come le cose più belle della vita, distrugge sistematicamente ogni tentativo di fuga del protagonista. La frustrazione dell’uomo nei confronti di quello che gli impedisce il ritorno si trasforma per qualche istante in un’ostilità verso la natura, e prende la forma di una rabbia fortissima, di quelle che fanno spaccare i piatti in cucina, che fanno urlare come animali, che fanno vedere soltanto le proprie ragioni e non quelle degli altri. E così il naufrago sperimenta l’odio, la furia omicida, il senso di colpa e la disperazione. La gamma dei sentimenti che escono dallo schermo tocca ogni punto di noi. Perché il naufrago siamo noi, e la guerra contro il presente e contro il futuro è anche la nostra guerra. Guerra destinata, ne “La tartaruga rossa”, ad essere persa mostrando il volto che avrebbe la vita se anche noi ci arrendessimo. Perché nella resa del naufrago c’è la vittoria dell’amore, che a questo punto diventa la ricompensa per aver lasciato perdere il ritorno, per aver accettato che non c’è niente di meglio di quello che c’è dentro la circonferenza di un’isola, che è per forza bellissima se è l’unica isola che hai.

E’ un inno alle cose semplici, un ringraziamento (per nulla cattolico) alla vita che ci viene donata e soprattutto alla morte, intesa come un punto e a capo, come una breve pausa in uno spin circolare che non si ferma mai. C’è l’idea del ciclico, che non è centrale perché niente in questa storia è centrale. E’ una storia per tuffarsi in un mare di cose vere e a tratti crude, in parte cattive, ma sempre esteticamente belle. Questa storia ci consiglia (senza guardarci mai dall’alto in basso) di lasciarci vivere, di lasciarci annoiare,  di lasciarci perdere battaglie, di lasciarci accontentare. Che comunque si vince, in qualsiasi modo. E che comunque alla fine si muore, e va benissimo così.

Sono uscita dalla sala che volevo diventare vegana, che volevo andare al mare, che volevo sposarmi e fare dei figli e che volevo piangere e abbracciare forte. Ho fatto solo le ultime due cose.

Dovresti vedere anche quelli di Miyazaki, sì magari sì, ma adesso boh, ancora non credo mi piacciano i film di animazione giapponesi, ma neanche quelli non giapponesi. Però il film ti è piaciuto? Sì mi è piaciuto, mi piace questa vita qua, mi piace starci dentro con te. Adesso andiamo a casa, dai.

Ok.

 

Punto Zero: DOVE MUOIO

Il Parco della Vettabbia è una specie di striscia lunga di terreno di campagna che si estende da dopo Piazzale Corvetto fino a Melegnano. Lo chiamano parco, ma io credo sia semplicemente un posto. Ci sono dei fossati e dei ruscelli e dei pali della corrente elettrica impiantati in mezzo alle risaie. Fa paura quando è sera ma di giorno, se fa bel tempo, sembra di essere lontano da Milano. Ti ricordi che sei vicino casa solo perché in fondo, con l’abbazia di Chiaravalle alle spalle, vedi dei grattacieli bruttissimi e grigi. E’ come essere in un mare ma agganciati con l’amo. Nuotare ok, ma a guardar bene stai morendo. Io mi chiamo Clarissa, e però sto morendo per davvero.

Mio nonno si chiama Enea. Faceva l’agricoltore e aveva un terreno di questi qua in cui adesso si sta facendo strada il sangue che esce dalla mia testa spaccata. Esce piano. Riesco ancora a pensare. Soprattutto penso a quanto non sia vero che ti passa tutta la vita davanti mentre crepi. Io, per esempio, sto pensando proprio a mio nonno che mi dice sempre che devo scrivere un libro, perché scrivo bene. Non è per modestia che dico di no, è che scrivo bene soltanto quello che sento. E non sento abbastanza cose da riempire un numero sufficiente di pagine per poterle rilegare e farne un libro. Vorrei sopravvivere soltanto per dirglielo, perché ogni volta che è Natale e lui lo dice davanti a tutti gli zii e cugini e parenti io arrossisco e rispondo cose brillanti ma diverse da questa. Questa invece è proprio una buona risposta. Vorrei tanto non morire per correre a casa e dirgliela, ma la vedo dura.

Mi pizzica la faccia perché la guancia sinistra appoggia su quel che rimane del grano secco tagliato. Vorrei girarmi ma non mi viene proprio. Vorrei grattarmi il naso perché un filo d’erba mi entra appena appena nella narice. Ma non mi viene proprio di muover le mani. Il mio cane, Calì, fa i pigolii dolci di quando vuole talmente giocare che le sale l’ansia. Credo di averla sentita annusarmi la testa e forse leccare il sangue che ne esce. Il guinzaglio striscia per terra e la targhetta col suo nome tintinna contro i cerchi metallici della pettorina. Se muoio vorrei che la tenesse il mio coinquilino Luca. Se muoio vorrei salutare il mio coinquilino Luca. Vorrei salutare tutti. Vorrei chiedere scusa a Luca per come l’ho trattato ieri sera. Vorrei depilarmi le gambe prima che arrivino i soccorsi, se arrivano. Bisognerebbe essere sempre depilate. Bisognerebbe vivere ogni giorno come se dovessero spogliarci da un momento all’altro per metterci gli elettrodi e il catetere mentre siamo incoscienti. Invece viviamo sempre pensando che ci sia ancora tempo per rincasare e dire e fare le cose e i piatti e darsi un bacio e una sfilza di scuse e uno sfilatino preso dal panettiere, l’ultimo rimasto perché signora veloce che stiamo chiudendo.

Faccio l’infermiera, perciò so abbastanza bene come si muore. Per lo meno lo so da fuori. So cosa succede alla frequenza cardiaca e alla pressione e al respiro. So che probabilmente sto diventando già pallida, tachicardica, sudata. Sto entrando in schock ipovolemico, ma non fa niente. Arriverà qualcuno, perché a quest’ora (che sono le undici) vengono sempre quelle due o tre persone che portano il cane a pisciare come faccio sempre io. Arriverà la signora Viviana, quella zoppa col cane zoppo. Oppure il signor Gianfranco, quello pelato col cane vecchissimo. Spero mi trovi lui, sinceramente. E’ uno sveglio, penso che non si farebbe prendere troppo dal panico. Non ho paura di morire perché non ho le forze per avere paura in generale. Semplicemente vorrei vivere. Perché vivere, per la maggior parte del tempo,  mi piace abbastanza.

Non sento rumori, se non qualche grillo e un leggero vento gelato che contrasta l’alito caldo e la bava che si annidano secondo dopo secondo tra le pieghe della mia sciarpa. Morirò sbavando, come quando dormo sul divano e Luca mi fa le foto per prendermi in giro. Non mi piace essere presa in giro, ma adoro che le persone trovino interessante farlo. Provo un certo affetto per chi ritiene degno il solo fatto di darmi attenzioni, anche solo per deridermi. Intanto la vita continua a non passarmi davanti tutta insieme. La mente mi va a duemila all’ora, ma non va sui ricordi, va più che altro su concetti sparsi. Mi viene in mente una montagna enorme di cose che vorrei aver sistemato prima di ritrovarmi così. Devo ordinarle dentro di me, costruire priorità. Sono sempre stata brava a farlo, ho preso da mia madre. La priorità di questo momento, fosse anche l’ultimo che ho, credo sia pensare a una cosa meravigliosa. Mi concentro per selezionarla con cura. Non ho mai subito interventi chirurgici o procedure che richiedessero anestesie totali, perciò mi sono sempre chiesta, qualora mi avessero ordinato di contare fino a 10 pensando ad una cosa bella, su cosa avrei diretto il mio pensiero. E non ce l’ho pronta, ma posso improvvisarla.

La mia cosa bella preferita è sicuramente appoggiata su uno sfondo verde acqua. Credo siano lenzuola verde acqua. Il profumo è di sapone di Marsiglia mischiato ad ammorbidente di marche minori. Sono lenzuola appena cambiate. Ci sono dentro io e c’è dentro Lui che dorme. Ci sono zone calde e zone fresche nel materasso ed io ci muovo le gambe attraverso, immaginando che ogni centimetro di quel letto sia un deserto e che le aree che rinfrescano siano le oasi con l’acqua. Mi allungo sul comodino per berla da un bicchiere già usato, probabilmente da un’altra donna. Il bordo del bicchiere sa di un rossetto non mio, ma ha anche lo stesso sapore di Lui che dorme. E’ come se non fossimo mai da soli, come fossimo sempre almeno in tre. Fuori è brutto tempo e il bordo della mia cosa bella preferita è frastagliato. Ha dei riccioli nero scurissimo, un po’ secchi, un po’ diradati dall’età, che comunque non riesco a trovare tra le sue ciglia o nella barba folta sotto cui nasconde un mento piccolo, da bebè. Sposto le gambe nude nell’ultima oasi prima del suo corpo tiepido. Mi allungo sul suo cuscino e gli bacio le labbra facendo breccia oltre i peli della barba, che danno quella sensazione di non amore. Sento morbido subito dopo. Ma è solo morbido, ancora non c’è amore. Non si sveglia mai quando lo bacio, perciò lo bacio solo lì, in quel pezzo di vita dove son sicura di non essere scoperta. Ho un amore segreto grande come il mondo, fresco e dolce come il colore verde acqua del lenzuolo sotto cui nascondo centesimi di vita a forma di parentesi. Solo nei weekend. Chiusa parentesi. Quel segreto è la mia cosa bella preferita. Ho contato fino a 10, poi mi hanno sollevata di peso con la spinale.

Sono arrivati i soccorsi. Purtroppo ero distratta e non saprei quantificare il tempo che è trascorso tra la botta che ho preso da dietro e l’adesso, in cui mi fissano su un’ambulanza di cui intravedo le luci solo di riflesso,  attraverso il finestrino. Il signor Gianfranco è seduto vicino a me, parla con gente e gesticola e ogni tanto mi guarda e scuote la testa trattenendo il pianto. E’ come il tempo che è passato quella volta che Lui dormiva e io lo guardavo. Ho visto la fase REM che iniziava, poi passava, poi si è svegliato e io, di colpo, mi sono accorta che stavo dormendo anch’io. Non sono mai sicura del momento in cui sono. Non sono mai sicura di essere da sola. Non sono mai sicura di essere ascoltata. Ma sono felice quando vengo al parco della Vettabbia con Calì. La guardo saltare e correre veloce oltre i fossati con la paura che non ritorni più, e invece ritorna sempre. Vorrei avere la stessa certezza di Lui. Che anche Lui ritorni.

Gianfranco il pelato si sposta con i sobbalzi dell’ambulanza che galoppa. Mi accorgo che ha il mio iPhone 4s in mano. Chissà se sta ancora andando Spotify. Spero di sì, c’è su la playlist giusta per il mio possibile (probabile) funerale. Mi piacerebbe mettessero su Valerie di Amy Winehouse in quella versione live. E’ così calzante, soprattutto l’inizio “Well sometimes I go out by myself and I look across the water” si intona bene con l’ultima immagine di me che cammino da sola alla Vettabbia sul bordo dei corsi d’acqua, prima che arrivi qualcuno da dietro e mi spranghi il cervello in due parti.

Vorrei capire se ho il tempo di raccontare come sono arrivata col cranio sfondato, ma non riesco proprio a fare pronostici. Da come reagiscono i soccorritori c’è ancora qualche speranza che mi salvino. Ma da infermiera so bene quanta speranza si riesca a grattare fuori quando si tratta di pazienti giovani. L’idea che abbiano il diritto di vivere ancora, a prescindere dalle loro storie, vince su tutto. Al punto che ti ritrovi a rianimare senza sosta, accantonando la dignità, cercando una lucidità che viene a perdersi appena guardi quelle gambe non depilate e quell’eyeliner messo male. Perché potrebbero essere le gambe e gli occhi di tua sorella, o le gambe e gli occhi tuoi. Quando i pazienti sono giovani usciamo tutti di testa e diventiamo tutti degli eroi. Ed è un’ipocrisia così dolce che si può giustificare. Penso che i tizi del 118 non debbano sapere come sono arrivata fin lì, perché forse quello sì che potrebbe smuoverli dalla loro empatia ingiustificata, irrazionale, illegittima. Sono una criminale, ragazzi. Mica è così facile finire ammazzati senza motivo. Delle cose le ho fatte. Ma non so proprio se ho il tempo per raccontarvi tutto e farmi odiare prima dell’asistolia. Ma intanto incomincio. Parto da un punto e vediamo fin dove arrivo.

 

Devo proprio andare.

Qualche tempo fa era più diffuso dare alle corrispondenze un inizio ed una fine ben chiari. Quando si decideva di non avere più tempo per messaggiare con l’amica col 3310 e la cover trasparente si scriveva “Ora ti devo proprio lasciare”, oppure “Ci sentiamo dopo che adesso devo andare”. E finivano le aspettative, insieme con quella porzione di tempo ritagliato fuori dai bordi e quella tacca di batteria che tanto poi si ricarica.

Cazzo come son belli i contorni delle cose.

Ultimamente mi pare tutto un po’ sfumato. Fade-in e fade-out continui e stirati come pasta per i grissini, piena di glutine che tiene insieme tutto ma non fa capire esattamente dove possa arrivare a rompersi. Come cicche masticate. C’è qualcosa di tanto vissuto, ma non si capisce a partire da dove nè fino a quando. Non c’è tempo, non c’è luogo. E poi non venite a dirmi che non siamo soli nel mondo, se ancora ci attacchiamo al quando e al da quando delle vite nostre e degli altri.

Avevo un fidanzato una volta. Mesi ed anni fa, credo. Un giorno avevo fotografato le sue ciabatte infradito che galleggiavano sopra un’acqua limpidissima. Un’acqua limpidissima, con dietro una grande isola colorata. Avevo fatto due scatti: il primo era da sotto la superficie e l’altro invece era da sopra. Il primo scatto dava l’impressione che, guardando verso il cielo, la massa di azzurro fosse talmente predominante da confondere il finale. Come se non ci potesse essere realmente una fine a quell’azzurro, ma poi nemmeno a noi due. Il secondo scatto invece guardava verso il fondale, chiarendo perfettamente che l’arrivo era lì, a qualche metro. Ci si poteva sicuramente arrivare con un leggerissimo fischio alle orecchie, magari avrebbe bruciato i timpani, ma comunque non si andava oltre. Così c’era la fine ma non l’inizio. E allora forse dipende sì da dove e come guardi, ma di sicuro non abbiamo mai un angolo abbastanza ampio da inquadrare l’inizio e la fine contemporaneamente. Perciò o guardi avanti oppure guardi solo indietro. Io non ho ancora capito cosa sia meglio. E nel dubbio chiudo gli occhi un sacco di volte, ma senza dormire. Perchè quando sogno rischio di vedere oltre a tutto quanto.

Un giorno ci guarderemo in un modo nuovo. Ci racconteremo di come siamo andati avanti a singhiozzo, cercando una bandierina da bordocampo abbastanza stabile da resistere anche quando c’è la tempesta. E poi rideremo in un modo più sincero. Come avrei voluto ridere in modo più sincero qualche giorno fa, in discesa su una moto che non guidavo io e con il sole bollente contro quattro lenti da vista invece che due. Ma non sarò mai sincera finchè non riprenderò il mio 3310 per scriverti che adesso devo proprio andare, perchè la televisione mi si accende da sola e devo capire se c’è un contatto. E la zanzariera mi è rimasta in mano e devo provare ad aggiustarla. E devo cambiare una lampadina sul soffitto, anche se non ci arrivo e non so smontare il faretto. Ti devo proprio salutare, adesso. Sai, dovessero farmi una foto prossimamente vorrei riuscire a sorridere in maniera più credibile di te.

Solo che più aspetto e più spero che in questo frangente di tempo non delimitato arrivi qualcuno a riparare la casa per me. Perchè rimando le cose, lo dicono tutti. Rimando perchè mi costa meno regalare della gratitudine a chi mi aiuta che non regalare a me stessa la possibile delusione di non essere riuscita a cambiare una lampadina, o una zanzariera, o un fidanzato.

Ora ti devo proprio lasciare.

Rileggo l’ultima volta, poi giuro premo invio.

 

 

L’indifferenza del riso in bianco

Correvo tra i campi e mi è partita su Spotify questa canzone che dice “Stay open”. E non sono riuscita ad immaginare niente di più aperto di quello che stavo già vedendo, ossia questi campi con dentro il nulla, o magari del riso che non è ancora riso ma che comunque conta poco più di quel nulla attorno. Perchè alla fine aprirsi è la stessa cosa di svuotarsi, perchè una volta aperto magari sì entra qualcosa, ma di sicuro esce tutto.

Mi è venuto in mente che il riso in bianco è uno di quegli alimenti che nessuno disprezzerebbe mai ma che di certo non si annovera tra i piatti preferiti. E’ qualcosa di medio. Indiscusso ma medio. Privo di giudizio. Bianco, per l’appunto. Eppure nessuno che dica mai “Guarda io mangio tutto eh, ma come il riso in bianco guai”. A me le cose semplici piacciono, ma quelle pregne dell’indifferenza altrui non tanto. Per questo non mi piaccio quasi mai, se non quando lego i capelli su in alto e metto i tacchi e il rossetto viola. Perchè a quel punto sì che si girano. Per lo meno quelli miopi.

Ho costruito la mia vita sull’idea che ogni qualità vada tirata fuori da sè e dagli altri. Ma poi non è vero. Perchè siamo tutti in giro a cercare di nascondere gli angolini perchè dietro agli angolini ci sono quei batuffoli di polvere forse. O forse perchè non è comodissimo girare un angolo correndo il rischio che dietro non ci sia niente di che, o peggio ancora che ci sia qualcosa di orribile come la pasta scotta. Ora che sono grande penso che le qualità non importino proprio a nessuno, così come i difetti e le paure e le cose piccole trascinate dietro a fare i segni nella sabbia come la pista per le biglie in spiaggia.

A quel tizio non ho dato la mano per strada. E a quell’altro non ho detto che lavoro fanno la mia mamma e il mio papà. E a quel signore non mi va di dire che ho due lauree quindi ho detto che lavoro nelle assicurazioni. Ho raccontato delle bugie piccole per sentire che so valorizzarmi da sola, senza il loro riconoscimento. Ma funziona poco e solo per quell’istante prima di girarmi e salutare, o prima di girarmi e rivestirmi mettendo il mio magone al posto del reggiseno. Ho le tette troppo piccole per avere un reggiseno dove metter dentro tutte le idee che mi faccio delle persone. Di solito quelle idee le metto nelle borse sotto agli occhi, così poi quando piango colano via e io mi illudo di dimenticarmene.

Ho rimesso quella canzone là appena sono rientrata dalla corsa. Avevo ancora le guance rosse e il collo sudato. L’ho riascoltata e mi sono scusata con me stessa. Ho detto scusa se non ti sopporto. Perchè a pensarci bene sono tanto giusta a far così, se è così che sono io per davvero. Io resto aperta perchè se le cose non entrassero mai la mia vita non basterebbe a nutrire me stessa e il mio cane. Non riesco a sopportare l’idea del riso in bianco, o l’idea che qualcuno possa avermi stropicciato le lenzuola in un modo che se anche non fosse esistito sarebbe stata la stessa cosa. Non mi piace che le cose non importino. Non mi piace che i giorni vadano avanti senze l’impronta del giorno precedente. Odio le cose che sono ok ma medie. Vorrei un giorno trovare un posto per queste cose. Magari un posto nascosto come quello dello spazzolino verde dimenticato nel mobiletto del mio bagno, o come il biglietto di un museo di cui non ricorderai mai la data, o come quel ciondolo bellissimo che non ricordo in che occasione mi avevano regalato. Perchè un giorno vale l’altro, e una come me vale un’altra, e uno come te o come te pure.

Siamo solo dei chicchi di riso bianco scotti, tutti ammassati in una ciotolina triste. Che se non fosse per qualcosa di fusion come la salsa di soia, saremmo pure legittimati a vivere male.

Vite all’ossido di zinco e pasta al pomodoro.

C’è questa cosa che mi succede, per via del fatto che mi lavo le mani troppo spesso per lavoro. Questa cosa che le mani si screpolano e diventano come la carta vetrata, come l’inverno senza i guanti, come la bocca in seggiovia, tutto atrofizzato e stanco e incazzato. Mi succede ormai sempre. E accettarlo sembra non bastare, perchè per certe cose accettare non è abbastanza, perchè per certe cose serve una soluzione, serve qualcosa di pratico e praticamente perfetto. Io ho cercato una soluzione per le mie mani e alla fine l’ho trovata, soltanto che certe volte pare non bastare nemmeno quello.

Metto questa crema bianca che è zinco ossido. E’ diventata una specie di rito prima di andare a letto. E quando si unge tutto e non posso più toccare niente allora mi sento pronta per dormire, come se essermi presa cura di me per questa volta potesse espiare le colpe delle volte in cui ho difeso altri al posto mio, o ho difeso me stessa in una guerra senza la trincea e senza i nemici. Quelle guerre che facciamo tutti per non stare sereni e non doverci guardare per quelli che siamo veramente, ossia persone semplici e anche un po’ merdose.

Quando qualcuno viene per cena senza troppo preavviso si fa sempre la pasta al sugo. E’ un segnale chiaro che dice “Mi impegno ma senza quella dose di responsabilità e coraggio”. E’ un po’ come stare sulla difensiva e nel frattempo insultare a bassa voce. Un po’ provocare, un po’ chiedere scusa simultaneamente. Mi piace pensare che anche l’ossido di zinco sia come la pasta al sugo alle cene improvvisate. Un tentativo di difendersi da aggressioni piccole e impastate a mano da noi stessi. Il male, il bene, l’attacco, la difesa. E’ un po’ tutto qua dentro tra le pieghe che si fanno tra le nocche quando chiudi il pugno, come per contare i mesi con 30 e con 31 giorni. Che poi è un metodo come tanti. Qualcuno preferisce la filastrocca. Ma a me piace chiudere il pugno. Ho le mani magre e quando lo faccio si vedono delle striature bianche che mi fanno venire in mente la schiuma ai bordi del gommone quando si spegne il motore e c’è quello stallo tra il gorgogliare e il silenzio. E poi si è a riva. Io ci provo forte a sentirmi ancora bambina, solo che non riesco proprio ad accettare che dopo un po’ non ci si riconosca più. E non tipo adolescenza. Più che altro tipo l’idea che ci si fa del nostro essere madri un giorno. Donne incazzate e con degli zaini pesanti non nostri sulle spalle. Zaini non nostri ma con dentro cose costruite da noi. Mani screpolate dal freddo ma anche dalle nostre scelte, che adesso ci fanno essere quella lì che ti ha fatto tornare con la tua ex, quella lì che ti ha fatto trovare una più bella ma più stupida, quella lì che ti conferma che non hai voglia di impegnarti perchè poi si litiga, quella lì che non ami per niente ma avresti pure potuto.

E’ come se non mi sentissi più le punte delle dita, certi giorni. E vorrei toccare una faccia e sentire intensamente, quasi come sentire l’odore coi polpastrelli invece che con le narici. Invece non sento niente, non sento più la forza per avere coraggio e allungare una mano. C’è troppa pelle morta e ho perso sensibilità. Sento solo il massaggio di quando metto la crema, e l’odore di quando faccio una pasta al pomodoro fatta male. Vorrei amarli ancora tutti. Vorrei amarmi ancora. Vorrei ci fosse altro oltre al sorriso delle persone che mi ringraziano e mi accompagnano fino all’ascensore ogni cazzo di giorno che il dio manda in terra. Vorrei avere più bisogno di stringermi a qualcuno mentre dormo, invece mi basta il muso dolce e caldo del mio cane appoggiato al divano. Mi guarda dal basso in alto e quello lo sento. Mentre mi lecca le mani lo sento, perchè è un affetto che brucia nelle pieghe delle screpolature e io mi dico “allora c’è ancora un po’ di amore da sentire”. C’è ancora tanto di quell’amore in ogni piccola cosa, è soltanto che devo idratarlo e proteggerlo e lenirlo perchè si piaga, si rompe, si sfalda. Va bene l’ossido di zinco per questo. Costa solo 4 euro. E va bene la pasta al pomodoro, che costa anche meno di 3, per giustificare l’aver fatto passare un altro giorno senza amare davvero ma provandoci un pochino per volta. Come invecchiare e poi morire. Ma piano piano. E allora ci si accorge meno, e più dolcemente, e solo alla fine.

 

Right swipe: il tempo dell’amore.

C’ero dentro così poco che ho deciso di entrarci. Proprio adesso che le cose hanno un valore diverso anche per me, cose che sono sempre state grandi e che da sempre, quando spariscono, lasciano tanto spazio vuoto. Cose come l’affetto, la curiosità, la voglia di fiducia, il rumore delle carezze. E’ da quando sono sparite anche per me che ho avuto tanto tempo e tanto spazio da riempire con cose minuscole ma sporche. Non serve volume, basta del colore ed ecco che la voragine si vede un po’ di meno. Mi sono data questa autorizzazione dicendomi una cosa a bassa voce. Si fa quel che si può. L’ho detto sospirando, come le sciure tra i corridoi del supermarket.

Tinder è una cosa piccola e coloratissima, sporca tutto e aiuta a passare il tempo che prima faceva il rumore della cascatella del mio acquario. Rumore di acqua che scorre e porta via. Non mi piace quel rumore, non mi piace però nemmeno il sienzio di quando stacco la spina e lascio il pesce senza filtro. Poi mi dispiace, anche. Allora semplicemente aggiungo suoni su altri suoni, fino a quando lo scorrere della vita diventa soltanto un acufene, un leggerissimo fischio inodore, in cui nemmeno riconosci più le facce. Siamo tutti uguali, prima o poi. Che poi è sempre già adesso.

Usi un dito soltanto, ad esempio l’indice della mano destra. Fai una leggera pressione sullo schermo e poi scorri da un lato o da un altro. E’ semplice, meccanico, a volte dettato dal caso, altre volte da sensazioni. Ci sono spesso foto di persone al mare, mari che potrebbero essere la Liguria eppure sembrano sempre mete esotiche in cui chiunque sarebbe bellissimo e al sole. Ci sono foto fatte di nascosto ma dopo scelte accuratissime, ci sono scatti rubati ad altri, immagini di una serata che era felice con qualcuno ma quel qualcuno è stato tagliato per non farlo comparire. Foto di uomini con cani, di cani, di uomini soli, uomini brutti, uomini semivestiti ma nudi proprio in quel punto che val la pena mostrare. C’è puzza di scelta in ogni angolo del touch screen. Nulla è realmente abbandonato. E sarebbe bello potersi limitare a guardare e pensare, invece devi per forza scegliere. Hai del tempo, sì. Ma che valore ha quel tempo? Dove si colloca la scelta della direzione del mio dito? Qual’è il peso della mia falangetta? Io credo sia un peso impalpabile. Il peso della vita di persone che esistono realmente ma potrebbero non esistere mai. E’ come una nuvola che si sposta e io ci sto sopra e sento soltanto qualche turbolenza, ma penso che sia la mia morale che mi giudica e niente di più. E’ la solitudine vera, questa qui. Le scelte senza valore, semplici e finalizzate, questo è esser soli nel mondo.

Non mi sento nè male nè bene. Ciascuno ha bisogno di riconoscersi, di vedersi ancora una volta da punti diversi per sentirsi cambiato. Io lo capisco e vorrei non giudicare. Mi sento soltanto impaurita a volte, perchè mi chiedo dove sarà finita la fiducia che ho costruito per me stessa. Quella che era come tanti mattoncini del Lego uno sopra all’altro con le firme delle persone che hanno dato un contributo. Era una fiducia contorta ma era vera ed era la mia. Staccavo mattoncini per tutti, per chi mi offriva il caffè, per chi mi offriva una vita insieme, per chi mi offriva delusione, paura, incertezza, follia. Che poi sempre di amore si parlava. Perchè di amore ne ho ancora tanto e mi tiene così viva che mi butterei dalla finestra e sarei certa di non cadere mai. Come in quel sogno in cui sapevo volare ed entravo dalle finestre nelle case di tutto il mondo. Come avere il Telepass per le tangenziali che vanno nella vita degli altri. Aspetti giusto quel secondo, rallenti appena appena prima di farti aprire, poi bang sei dentro.

Tinder non ci insegna molto della vita, ma a farci domande quello forse sì. Non do risposte, ma mi chiedo. Mi chiedo quanta arroganza vogliamo arrivare ad avere per poter scegliere anche l’amore. Quali persone possiamo sperare di essere, se pretendiamo di ridurci ad essere le nostre scelte. Se riassumiamo le persone soltanto per renderle potenzialmente calzanti, sperando che non scrivano mai con la k, che non tifino il Milan, che abbiano degli interessi compatibili con quella mia amica, degli sguardi comprensibili, un amore verosimile. Forse sono io l’arrogante vera. Che spero ancora che l’amore non sia verosimile mai, nè tantomeno unico, ma semplicemente un amore così.

 

Il senso del pongo.

Sulla libreria scombinata nel corridoio di ingresso  c’è appoggiato un guantone da baseball. Lo vedo ogni giorno, ogni volta che entro ed  esco appoggio le chiavi lì di fianco e lo guardo per un secondo. Non so nemmeno le regole del baseball, so solo che devi colpire e mandare più lontano che puoi per avere più tempo per correre. Se dovessi giocarci potrei essere nient’altro che la pallina, ma fatta di pongo.

Vorrei definire la delusione mentre la sento, ma quando provo a farlo mi rendo conto che si trasforma in stupore. Cose che non ti aspettavi così, e invece. Allora gli do una forma che stia dentro alle narici, ne annuso l’odore che è come il pongo, come l’odore delle cose plasmabili, solo che rimane proprio attaccato a me. Cerco di dare una forma diversa alle cose che sono cambiate per poter continuare a portarmele dietro invece di buttarle. Dovresti vedermi come sono diventata brava, ho il pongo da tutte le parti. In certi punti del mio corpo c’è del pongo a forma di guantone da baseball, in certi altri punti invece ha la forma di un ragazzo e del rumore dei suoi passi mentre corre poco più avanti di me su una strada vuota, poi si ferma per sorridere e ci baciamo e c’è tantissimo sole anche se è fresco ed è troppo presto per tutto. Ho messo questo pezzo di pongo sul palmo delle mie mani, per sentire ancora il contatto, per accontentarmi dei resti di quando potevo toccarlo ed era sempre tiepido. Poi c’è del pongo che sa del rumore dei singhiozzi di un ragazzo con i ricci. L’ho messo sulla schiena, per poterlo vedere il meno possibile, per sperare che sotto la doccia si sciolga un pochino e finisca nelle tubature, insieme a tutto il peso della colpa che ha costruito per me, per farmi zoppicare. Ho del pongo anche incastrato sotto le ascelle a forma di quella stalla bellissima con i cavalli dipinti a mano di quella marca tedesca. Ci giocavo ogni giorno. Ero brava ad inventare i nomi dei personaggi, perché ero una bellissima bambina e avevo tanta fantasia da farmi scoppiare il cervello.

Qualche pomeriggio avevo giocato con quel guantone e una pallina con sopra delle firme insieme ad un signore che non c’è più. Uno tirava, l’altra prendeva al volo, forse ci davamo il cambio o forse di guantoni ce ne erano due. Di sicuro eravamo su un grande prato e io mi sentivo felice per quel tempo che ritagliava per me. Oggi penso che magari aveva letto dei libri su come fare il padre per bene. Mi regalava le cose, ma mai troppo spesso. Le lasciava sul mio letto ed io le trovavo quando tornavo da nuoto con i capelli crespi e corti come un maschio. Era bravo, ma forse barava ed io non  lo saprò mai. Come lui non saprà mai quanto sono grande adesso quando sorrido alle persone che mi deludono, quando firmo il referto da capitano nella mia squadra di pallavolo, quando porto un cane al guinzaglio e annuso l’erba tagliata. Quando mi innamoro anche se non posso e allora me lo tengo dentro. So tenermi tutto dentro ormai, c’è uno spazio per tutte le cose trattenute che è grande, grandissimo. Più grande di me.

[Le persone non scompaiono mai davvero, ma il tempo passa e le colora male, fuori dai bordi, come succede in quei quadernoni per bambini con le figure da colorare coi pennarelli della Giotto, che si scaricano sempre troppo presto.]

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