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Tòtoro – la forma dolce della solitudine

Scommetto che gli anime di Miyazaki li avete scoperti voi, molto prima che fossero così facilmente accessibili. Che prima erano più belli perchè non li vedeva nessuno. Che prima erano di nicchia, ora la gente li guarda su Netflix, magari senza capirli. Per far dormire i bambini. Di sottofondo mentre massaggia le camicie col ferro da stiro. O peggio, adesso si finge siano pellicole sacre che meritano proiezioni in posti appropriati, come la saletta di un temporary in via Vigevano, o il cono di luce di un proiettore vintage con cui i colori ritrovano quelle sbavature originali di un tempo. No, perchè io l’ho vito su netflix doppiato con un bell’audio decente e i colori messi a posto come dio comanda. Comoda, mentre facevo la maglia sul divano di casa mia. E penso che quando una cosa è bella possiamo anche smettere di inventarci mille cazzate per farla sembrare più unica e più complicata di quanto non sia.

“Il mio vicino Totoro” è un film di animazione giapponese del’88. Credo uno dei primi supersuccessi dello studio Ghibli, che da noi è arrivato solo ventun’anni dopo. E’ un cartone per grandi che abbraccia anche i bambini. Usa i loro occhi ed il loro linguaggio per raccontarci una storia, che alla fine sono due: una è quella drammatica che sentiamo noi adulti, ben nascosta sotto una patina di tenerezza, e l’altra è quella che vedono i più piccoli, che forse la nostalgia ancora non la percepiscono e sentono solo il profumo di una fiaba.

Un padre, insegnante universitario che si ritrova solo con le due figlie dopo il ricovero della moglie in ospedale, trasferisce la famiglia in una casa di campagna. Potrebbe essere l’inizio di un film horror. Le sorelline Satzuki e Mei scoprono strani segreti nascosti tra quelle vecchie mura, abitate da piccole palline fuligginose che escono dai ripostigli. E le ghiande cadono dai controsoffitti, e una vecchia signora rugosa dice loro che è tutto normale, che le case abbandonate sono piene di spiriti. Eppure nessuno, in nessun momento della storia, ha paura. Nè il padre, che anzi invita le figlie a giocare con il paranormale per passare il tempo, nè la nonnina, nè le bambine stesse, che non vanno mai mai mai oltre lo stupore e l’entusiasmo verso l’ignoto. Come è giusto che sia.

La campagna circostante nasconde i totoro, criceti pelosi e grassi che appaiono dal nulla e poi spariscono. Che di notte fanno cose strane e che quando parlano fanno un verso simile a quello di un bisonte. E anche qui, nessuno ha mai paura. Non fa paura perchè è un mondo immaginato ma reale, che tiene compagnia alle bambine mentre si muovono all’interno di una vita acerba ma già piena di solitudine, di sofferenza, di attese infinite sotto la pioggia.

Il papà non torna dal lavoro, la mamma non torna dall’ospedale, la scuola non ricomincia perchè è piena estate, e le due piccole aspettano che il tempo passi. E mentre passa prende forme dolcissime, come quella di un megacriceto che le abbraccia e le fa volare, come un cestino di ghiande che durante la notte fa crescere una foresta gigantesca proprio nel loro cortile, e un autobus a forma di gatto corre veloce sulla statale e poi finisce dritto sulle colline, e Totoro è buffo e grasso e non sa come usare un ombrello, eppure lo apre e aspetta con loro alla fermata del bus.

Questo è un film dolce, che propone un modo diverso di dare forma alla solitudine. E’ un inno alla bellezza dell’attesa, un invito a rifiutare l’ansia e la paura a favore della creatività. E’ il racconto delle infinite meraviglie che si nascondono dentro al tempo, se solo non stessimo a scandirlo con così tanta maniacalità. Totoro ci ricorda che aspettare da soli è bellissimo. Che la compagnia di noi stessi siamo noi stessi, la nostra mente, i nostri sogni, la nostra fantasia. Che da bambini siamo già completi, che è proprio l’infinità dell’ignoto che abbiamo intorno a riempirci di curiosità e stupore. Che non esiste paura se si accetta tutto con la meraviglia dell’infanzia.

Ogni giorno di ogni vita, siamo tutti Satzuki che regge la sorellina sulle spalle mentre dorme. Siamo tutti a quella fermata, su una strada di bosco, mentre inizia a piovere. E potrebbe essere terribile, invece c’è qualcosa di bellissimo anche se non succede niente e il papà ancora non arriva. C’è qualcosa di meraviglioso, che ha la forma di un totoro gigante che aspetta con noi, divertito dal rumore delle gocce che cadono sull’ombrello mentre il tempo passa in silenzio e si carica di valore. Perchè il tempo si carica sempre di valore, ma non serve stare a fissarlo mentre passa. Basta raccontarsi una bella storia, come questa qui.

FALSO NEGATIVO

La parola tampone mi fa venire in mente il bicarbonato. Il Brioschi che mi dava mia nonna per digerire. A volte fingevo di avere mal di stomaco per poterlo mangiare, per fare quei rutti buonissimi che sapevano di limone appena spremuto. Mia nonna era buffa. Avrei voluto essere grande in anticipo, per potermene accorgere quando stavo con lei così tanto tempo da notare le sue cose schifose. Le sue scoregge inodori. I suoi denti forti ma rovinati. Il suo neo enorme poco più in basso dell’ascella che sembrava un mezzo guscio di noce.

Non vado più in bici a lavoro perché rischio di sudare. Sudare mi fa sentire vulnerabile, perché se sudi e fa ancora freddo ti ammali. Sono sostanzialmente vegana, ma ho mangiato il pesce due volte nell’ultimo mese, per la paura di lasciare il mio corpo sprovvisto di qualche elemento nutritivo. Ci sono tante abitudini che ho spostato e convinzioni che ho smosso da dove stavano. Ho anche imparato a mandare giù le pastiglie pur di prendere quei multivitaminici che vendono “per le difese immunitarie”. Ho imparato il gusto del mio alito respirandolo per ore in quei pochi centimetri di spazio che ho nella mascherina. Non è uguale tutti i giorni, ma di sicuro dopo un po’ diventa sgradevole. E allora mi son detta “ecco perché a lungo andare l’odore della bocca dei miei fidanzati inizia a farmi schifo”. Perché le cose troppo vicine, dopo una certa, diventano monolocali senza finestre. Perché nella vita costruiamo delle distanze da cui guardare gli altri e noi stessi, e poi crescendo le accorciamo senza renderci conto. Un metro e mezzo mica è tanto raga. Era prima che ci stavamo troppo addosso.

Fare l’infermiera non rende immune praticamente a niente. Tutti ci ringraziano, forse pensano che poverini dobbiamo sorbirci la nostra paura più quella degli altri. In realtà lavorare con la paura degli altri fa ridimensionare la propria, ma non sempre in modi sani. Tendenzialmente impariamo a sminuire quella dei pazienti perché altrimenti la assorbiremmo noi. Perché assorbiamo tutto. Siamo come quelle spugne orribili appese alle maniglie delle docce, con dentro schiuma marcia, peli, batteri, giornate di merda, vecchie storie. Trasportiamo lo schifo altrui e poi lo appoggiamo dove si riesce, ma prima ci laviamo le mani. Con le paure degli altri ci facciamo delle risate. Con l’ipocondria, con l’esagerazione. Ridiamo per non essere noi, quella roba. Perché comunque, anche se stiamo molto vicini al male degli altri, ci ripetiamo costantemente che non è il nostro e così ci salviamo. E’ quello che fanno molte delle persone che mi parlano durante questa pandemia. Mi chiedono di raccontare loro cosa vedo, così si spaventano e poco dopo si consolano ricordandosi che comunque è successo lontano da casa loro. Per molti è come guardare un film. Hai comunque una buona distanza dallo schermo, il che ti può consolare. E vedete, non è così tanto diverso per noi. Quando la signora Delia tossisce mi giro. Chiudo la bocca dentro la doppia mascherina e inspiro lentamente con il naso, nel modo più superficiale che conosco. Penso che così entri meno roba. Immagino la forma di un virus rimbalzare contro il casco di plastica che mi ripara la faccia e poi cadere in terra. Ho tanti modi per sentirmi distante dagli altri quanto gli altri, per ricordarmi che anche quella storia è la storia di qualcuno ma non è la mia, perciò sono salva.

La paura non è il problema, secondo me. Il problema è la pazienza. Le persone non sono cambiate. Almeno non quelle che vengono in ospedale. Si arrabbiano se arriviamo tardi a soddisfare i loro bisogni, si spaventano del buio o del silenzio, o del borbottio dell’ossigeno negli Acquapack, dei prelievi alle sei di mattina. Si schifano del cibo che portiamo loro alla bocca. Poi tossiscono. Poi bestemmiano. Poi dicono che devono alzarsi. Che devono andare in bagno. E hanno il femore rotto e il catetere vescicale, quindi no che non devono alzarsi. La gente non cambia, continua ad avere bisogno. Continua ad avere una gerarchia di priorità tutta personale ed inamovibile. La signora Delia per esempio non ha interesse a capire che il suo braccio mi serve per attaccarle una flebo. E’ convinta che io voglia bucarla e non le interessa sentirsi dire che non è così. Continua ad inveire, parla solo in milanese e ogni tanto si rende comprensibile sparando un “Porco dighel” tutto acuto e strizzanervi. Non mi sente per via di quel difetto all’udito, e non so come convincerla. Non basta urlare, dovrei avvicinarmi al suo orecchio ma rischio di prendermi la sua tosse in piena faccia. Provo ad alzarle il braccio per portarlo verso di me, ma inizia a strillare. La signora Delia, come molti altri pazienti, fa fatica a respirare ma si arrabbia con molta facilità. Sembra tenere l’energia apposta per avere abbastanza fiato da poter urlare fortissimo che maledice non solo me, ma anche la mia famiglia. E lo so che forse non lo pensa, o meglio lo pensa ma fosse lucida saprebbe tenerselo per sé, eppure mi offende. Mi tocca dentro, sotto tutti quegli strati di roba che c’ho addosso e che mi fanno sudare. Mi giro e guardo oltre la finestra, dove sta salendo il sole ed il cielo sembra rosa come il blush sulle guance di una bella ragazza. Piango velocemente, come ogni volta in cui mi viene da arrabbiarmi e non posso. Poi mi volto di nuovo e provo a pensare che la signora Delia sia mia nonna. Disegno la sua faccia scavata e morente sopra quel volto cattivo e stanco. Per qualche secondo mi sembrano la stessa persona. Immagino di sentire la nonna dire candidamente “lasciatemi in pace”, come ha fatto quell’ultima volta che l’ho sentita parlare. E così, dopo anni di lavoro e di ricerca di un equilibrio, di una punta di sano cinismo, del giusto distacco, di un ascolto empatico e di un approccio professionale, ecco qui. Va tutto a puttane con me che piango nascosta sotto agli occhiali, che se non sputo il mio dolore personale in quella stanza probabilmente tirerei un pugno ad una novantasettenne. Un marrovescio in piena faccia che le giro la testa dall’altra parte.

I miei colleghi sono sicuramente più bravi di me. Forse nessuno pensa queste crudeltà, o forse sì ma è più bravo a non dirlo. Magari c’è qualcuno che riesce ad essere paziente semplicemente sospirando, o sorridendo. Ma sono abbastanza sicura che tutti, prima o dopo, arriviamo a non averne più. Poi torna, poi finisce di nuovo, poi ritorna. La pazienza è un ruscello, a volte scorre bello pieno a volte va in secca totale. E dipende quasi sempre da cosa c’è fuori, non dentro. La pioggia, la siccità, i DPI, il governo italiano, la gente che ringrazia, la gente che ti insulta, il SITRA, Barbara D’urso che lava le mani, lo stipendio, il sole, l’inverno infinito, la primavera alle porte, i post di Trash Italiano. Il lavoro vero, quello per cui siamo eroi, è proprio questo di creare strategie per non odiare mai nessuno. Per capire anche l’incomprensibile. Per giustificare l’ingiustificabile tenendoci la rabbia in qualche altro posto, ascoltandola senza assecondarla. A me in questo periodo non basta un sospiro. La gente mi fa incazzare ed il più delle volte ho ragione io. Seleziono i momenti in cui posso far parlare la rabbia, e nel resto del tempo cerco di tacere. Trascino il principio di odio verso il dispiacere. Mischio tutto finchè vomito compassione anziché ceffoni.

Non chiedete agli infermieri cosa ne pensano di questa storia, perché diranno tutti la prima cazzata che gli viene in mente. Che non siamo nemmeno vicini alla fine, che manca poco. Che avremo altri picchi, che il picco non c’è ancora stato. Che ci aumenteranno lo stipendio, che ci abbasseranno lo stipendio. Che ci ammaleremo tutti, che siamo l’eccellenza sanitaria. Che questa non ci voleva, che ci meritiamo l’estinzione.

Io non ce l’ho un’idea su questa storia. Non lo so che cosa sia vero e che cosa no. Non lo so se sono capace o incapace di fare il mio lavoro. Non so neanche se mi manca la mia vita di prima. Sono costretta qui, ma non è male. Ho il cane, la casa quasi sempre in ordine, il pijama di Mattia piegato sul soppalco, un libro molto bello che ho paura di finire. Il dentifricio, che ho paura di finire. Il cibo, che ho paura di finire ma anche paura di far andare a male. Faccio yoga perché mi fa sentire quel male leggero che poi passa e diventa benessere. Medito, perché ogni tanto mi illudo di avere la mente più vuota. Rimando i miei dubbi ad un altro giorno, perché questo preciso momento storico non bisogna contarlo. Chiedo a mia mamma di non cercare per forza una colpa, a mio padre di non cercare per forza la salvezza, a mio fratello di non cercare per forza la verità. E poi chiedo a Mattia di non farsi più la barba.

Dire che tendo al pessimismo sarebbe inaccurato, visto che la realtà non si mette a fuoco nemmeno a cinque centimetri di distanza. Ma non sono neanche ottimista. Potremmo dire che al mio ottimismo han fatto un tampone, ed è un falso negativo.

IN LINEA D’ARIA – racconti di odori da qui a lì

Sono due km. È quasi pigrizia farli in bici.
Il km zero è il corridoio del mio reparto al quarto piano. Un ospedale in centro, di quelli con la struttura per metà moderna e per metà decrepita. Lascio la porta dell’infermeria aperta alle spalle e alzo il mio braccio secco e sgraziato per fare ciao con la mano, senza cercare gli occhi di nessuno. Perché è ovvio che ci rivedremo.  È un ti amo che non serve, dopo aver fatto tutte le cose assieme. È scontato, altrimenti non saremmo li. Ciao raga, a domani.
Odore freddo di disinfettante, poi oltre le due porte a vetri c’è il sapore dolce di spray anti-odore alla vaniglia. Esce dal bagno del personale, scema e piano piano diventa odore di merda e infine di plastica scadente. L’odore del cestino per i rifiuti biologici è questa roba qua. Piscio e merda in un sacchetto giallo.
Dlin, è già ascensore. Di quelli grandi, tutti grigi, senza dentro lo specchio. Odore di ferraglia che scorre come ruote su binari, polvere invisibile. Prendo il telefono dalla tasca mentre si aprono le porte. Un pensiero veloce di qualcuno che non mi vuole abbastanza si sotterra sotto la convinzione che anche io, in fondo in fondo, non voglia nessuno abbastanza da starci male alla fine di un turno come quello.
I gatti nel cortile appoggiati al muretto di asfalto mi fissano senza mai miagolare. Sono esseri muti, sono lastre di ghiaccio scolpite a forma di animali teneri, hanno il pelo rovinato di chi non ha una casa ma la pancia piena di cibo e affetto altrui, quello sì. Faccio un sorriso mentre li guardo. Alla fin fine odio i gatti ma odio sempre così poco che si sgretola tutto, prima ancora di esistere.
Prima di aprire la porta dello spogliatoio sento il dolce di un gelsomino in fiore che non localizzo. Entra da una narice ed esce dall’altra.
Poi subito una punta di detersivo anonimo, di sterile, di biancheria da lavare, di polvere ancora. Giro la chiave nell’armadietto: odore di me, cioè dei miei vestiti, cioè finalmente il silenzio.
Piazza Cardinal Ferrari è bellissima. Ha il calore delle piazze centrali della Milano di un tempo, quando ancora ticinese era periferia e barona era una città a sè. La rotonda ha un ciottolato fine fine, le ruote mi trasmettono un leggero tremore sui palmi delle mani. Prendo velocità e nel naso comincia ad entrarmi lo smog, poco per volta. Mi viene in mente l’odore di fumo su di lui, e il suo sguardo buffo a labbra chiuse, quando pensa qualcosa che non capisco e che forse non capisce nemmeno lui. Il fresco sulle caviglie mentre scanno più veloce mi fa sentire come quando in Sardegna cercavo il sole per scaldarmi dopo il bagno, anche se c’erano tremila gradi. Non bastava mai. In questa mia vita il calore non basta mai, nemmeno sopra le braci, nemmeno dopo un’ustione. Potrei corrodere dal caldo, ma vorrei ancora sentire un abbraccio.
Ancora gelsomino all’altezza di quella rotonda con l’incrocio brutto. Bianca di Savoia. Odore di ricchi con la governante, i figli biondi e il labrador sovrappeso. Cose che vorremmo tutti, ma poi non le vorremmo mai. Poi la circonvallazione. Puzza di cantina umida. Puzza di quando apri posti remoti per tirare fuori robe vecchie. Puzza di posti dove probabilmente ci son stati dei topi, o delle blatte. Roba infestante che rimane nell’aria e che ti macchia i vestiti per sempre. L’amore quando muore fa uguale, ha quell’odore lì, di circonvallazione e marcio stantio.
La prossima volta che piove penserò alla cascata del Cenghen, all’arcobaleno di acquerelli disegnato dietro lo scroscio d’acqua, a lui che si mette gli occhiali e sbuffa dal sonno e ha le braccia scure e l’odore del caldo pungente. Ha l’odore delle persone giovani e indecise e chiare come la roba che scorre e non prende mai forma.
Entrando in corso Lodi l’odore perde in smog e guadagna in rumore. Sono rumori così nitidi da entrarti anche nel naso. Il pavè sta nelle orecchie e  sembra un puzzle in cui i pezzi son stati forzati. Che se spingi li rompi un po’ ma alla fine entrano, e il quadro si completa. Si può fare tutto nella vita, ma nessuno vuole mai spingere. Perché le cose giustamente si rompono e poi dispiace.
Apro il portone di casa di mia madre. La serratura scatta e fa il rumore del click di una reflex, ma più forte. L’ingresso è freddo come le case in pietra, come le chiese con quelle grandi colonne di marmo. Come appoggiare le mani sul ghiaccio senza guanti. Rimani anche un po’ attaccato. Il cortile sul retro sa dell’immondizia di tutti, delle cose maldigerite oppure avanzate e lanciate nell’umido senza pensarci due volte. Lego la ruota posteriore alla righiera. Qualcuno deve avermi insegnato a fare così, ed io non me lo sono mai più dimenticata.
Mi ricorderò anche di tutti questi odori quando stringerò la mano la prossima volta per dire il mio nome e sperare che non se lo dimentichino. Che poi sono io la prima a dimenticarmi, è succeso anche con lui. Perché un nome non è un odore, è tutta un’altra cosa. Un nome è solo un nome, è la scritta sulla stagnola del panino per ricordarti cosa ci hai messo dentro. Che a pensarci bene basta aprire e fare il primo morso, ma preferiamo tutti saperlo prima, rischiare meno. Abbiamo tutti paura di quello che c’è a mezzo metro da noi, a un centimetro, a un bacio.
Al volersi bene preferisco gli odori e le strade. Restano di più, molto di più delle persone.

Jurassic Park Theory (ovvero la tecnica del T-Rex)

Sperare che gli altri non ti vedano è una tecnica che ogni adolescente affina durante gli anni delle medie. Le prime mosse sono quelle del mimetismo classico: la maglietta Cuba10, i pantaloni di Brandy, poi quel periodo fintaragazzasportiva che indossa Dimensione Danza (correndo il rischio che quel chilo in più possa convertirla in Dimensione Panza, ma che vuoi farci?) e la frangiona pesante che copre più parte di faccia possibile. Essere tutti uguali aiuta a non essere visti mai. Essere uguali a quello che c’è intorno, a mo’ di camaleonte, permette la sopravvivenza. E’ questione di qualche anno, poi puoi tornare a cercare le tue peculiarità sperando di avere il diritto di sbatterle in faccia agli altri per accaparrarti qualche briciola di stima e di attenzione. E’ tutto un’altalena, un saliscendi incastonato tra l’essere notati ed il passare inosservati. Poi c’è l’età adulta. E anche lì, annamobbène.

A trent’anni non puoi più sfuggire a niente. O quasi. La vita ha preso una forma vagamente definita, i cui contorni sfumano e cambiano ancora molto spesso e continueranno a farlo. Ma nasconderti da tutto è pressochè impossibile. Qualcuno, in qualche sfera della vita, prima o dopo ti metterà a fuoco. Ci sono le lenti a contatto anche per gli astigmatici ormai. E alla visita per il rinnovo della patente siamo già i maghi della truffa che memorizzano le lettere sul tabellone delle diottrie prima ancora che inizi il test. Abbiamo anni ed anni di visite medico-sportive alle spalle, non ci incula più nessuno. E tutto sommato essere visti non ci fa più così schifo, perchè sappiamo scegliere cosa far vedere e cosa no. Ognuno ha cose carine da raccontare su quella ragazza che si è fatta di eroina al primo appuntamento Tinder, c’è il corso di Crossfit dove dare piccoli colpi di grazia bisettimanali alle nostre ernie discali, abbiamo una famiglia stupenda con cui fare selfie simpatici nei giorni delle ricorrenze. Una ex figa, che sarà l’incubo della tua prossima tipa. Chi t’ammazza a te, vecchio mio. Chi t’ammazza.

Il problema sono le cose vere. Quelle che stanno sotto a quelle che scegliamo. Il problema sono gli altri, sono le donne, le persone fragili, le persone che condividono. Il problema è quando qualcuno ti ama, ti sposta, ti spinge oltre, ti cerca. Il problema è che possiamo scegliere cosa far vedere, ma non da chi essere visti. E allora ecco qui: possiamo sempre scegliere da chi NON essere visti. E per riuscire in questo basta stare immobili. Clic, avanti con la slide. Scena del T-Rex nel primo Jurassic Park. Fine della clip. Domande?

Il T-Rex vede solo quello che si muove. Sente gli odori ma vede poco. Percepisce una presenza solo se c’è spostamento di energia o di calore o di massa. Spielberg probabilmente non lo sapeva allora, ma ha dato un suggerimento alla nostra generazione che ora è diventato una malattia infettiva epidemica nell’età adulta. E’ una pandemia di uomini che si nascondono nelle macchine da safari rimanendo immobili, fissando quel bicchiere in cui l’acqua comincia ad incresparsi al ritmo di un passo pesante, finchè quel passo pesante si mischia ad un ruggito. Ciao, ma dove sei finito? Sono giorni che non ti fai vivo.

Silenzio, stai fermo, non ti muovere, non guardarla negli occhi, non visualizzare il messaggio, non andare in quel bar, esci con quell’altra che ti piaceva meno ma aveva un buon profumo. Metti tutto al risparmio energetico. Hai tutto il diritto di defilarti, chiunque ha il diritto di defilarsi, non devi spiegazioni a nessuno. E non pensare troppo ad alta voce, altrimenti quella ti trova. E poi sono cazzi.

Ecco fatto. Questa è la teoria di Jurassic Park. E’ talmente radicata nella nostra cultura che nemmeno ci accorgiamo di essere trentenni mezzi rotti che provano ad essere persone, con scarsi risultati. Siamo perennemente nascosti ed immobili, nella speranza che nessuno si senta legittimato a chiederci spiegazioni. E dall’altra parte siamo persone che si sentono imbarazzate all’idea di essere un T-rex per qualcun altro. Persone che scelgono una settimana di Pantoprazolo e Lexotan e Playlist tristi su spotify, piuttosto che essere quell’ennesimo messaggio che nessuno aprirà. Vogliamo sempre essere tutti altrove rispetto al posto dove le cose succedono, o dove sarebbero potute succedere.

Cosa succederebbe se ci muovessimo? Se usassimo il razzo luminoso invece che rimanere fermi? La verità è che non ne ho idea. Perchè ci sono miliardi di persone nella macchina del safari e pochissimi T-rex con il coraggio di cercare uomini da mangiare. Perchè a nessuno piace vedere che le persone scappano via. A nessuno piace essere il predatore, l’incubo di qualcun altro. Almeno, a me non è piaciuto esserlo. E’ più dignitoso essere quello che si fa piccolopiccolo per stare al sicuro dai rompicoglioni.

Ho visto un uomo nascondersi da me dentro la mia casa, quando ancora era casa nostra. L’ho visto chiudere gli occhi pur di non vedermi, pur di non sentirmi dire “beviamoci qualcosa, oggi che siamo a casa tutti e due”. Siamo andati a quel bar con i barili al posto dei tavoli, e lui guardava lontano con la testa, guardava un posto migliore, ascoltava un pensiero più bello. Come si dice di fare ai bambini mentre fanno la puntura o mentre finiscono di fare l’aerosol. Conta le pecore, pensa a una cosa che ti piace. Perchè quella cosa non ero io. Io ero il T-Rex.

Ci sono piccolissimi momenti in cui stare fermi entrambi è stupendo. E’ un momento di stallo prima di precipitare nell’immobilità, nel congelamento, nella fuga silenziosa. Sono frazioni di secondi in cui non fai in tempo a pensare a come finirà e allora ti accoccoli. Stai fermo lì, ma non per nasconderti. Stai fermo perchè ti illudi che sia un buon posto per morire o per addormentarti. Il bordo di un torace che non senti respirare, l’incavo di un’ascella che non puzza mai, il bordo di un divano prima che si annulli la distanza tra te e qualcuno che ha sempre gli occhi un po’ lucidi e luminosi, poco prima di chiuderli.

Spero di diventare grande e di farlo meglio, molto meglio di così. Per il momento, se qualcuno vi T-rexa non fatene una malattia.

 

 

 

 

 

PAGNUGNA

Le persone hanno sempre paura. Da piccoli del buio. Da piccola io avevo paura anche di andare al piano di sopra, chissà cosa pensavo di vedere. Delle persone che non c’erano, dei fantasmi forse. Ricordo una volta mia nonna mi aveva comprato un vestitino bellissimo. Era rosso, da bambina bella. Mi aveva detto Corri vai a specchiarti di sopra che vedi come stai bene. Ero corsa di sopra ma ero tornata indietro prima di arrivare allo specchio. Avevo finto di essermi guardata, avevo detto Sì, che bello, grazie. Invece entrare da sola in una stanza chiusa, dentro ad una casa così grande, così infognata tra le colline, non ce la potevo proprio fare. Quanto vorrei che le persone avessero ancora paura del buio, o di stare da soli, o del vento forte che sposta le cose in giardino. Invece le persone grandi hanno paura delle cose troppo normali, o troppo difficili. Alcuni adulti hanno addirittura paura delle cose troppo felici.

Soffro quando le persone hanno troppa paura. Soffro anche io, quando ne ho. E’ una sofferenza continua ed inevitabile. Ma la cosa che davvero non riesco a spiegarmi è perchè le persone non si salvino con tutto il resto. Il mondo ha creato di tutto, e l’ha fatto per le persone, per salvarle, per sollevarle, per farle vivere lo stesso nonostante tutto. Nel mondo abbiamo tantissime cose pazzesche. Abbiamo le medicine, la luce, i piumoni, le stelle, il forno microonde, le grucce a forma di polipo per appendere i vestiti, i ferri da stiro, le lenzuola con sopra le cose che ci piacciono, le brioches, dei laser che curano i capelli che cadono. Ma poi cazzo, abbiamo le altre persone. Abbiamo altre persone da odiare quando siamo arrabbiati, abbiamo chi amare per finta quando ci sentiamo soli, abbiamo le persone per farci vedere nudi e sentirci accettati. Abbiamo le persone per sbagliare e farci perdonare.

Non dovremmo mai mai mai mandarci via a vicenda.

Mia mamma dice sempre PAGNUGNA al posto di paura. Lo dice in un modo che sminuisce il senso della cosa. Quando dice pagnugna è come deridere la paura in sè. Mi è sempre piaciuta quella parola. Mi fa sentire che è tutto piccolo. Non so perchè, ma mi fa venire fame.

Le persone sono cose bellissime, tutte. Quando piangono, quando non ascoltano, quando decidono per troppe persone, quando sono sicure di cose non vere, quando muoiono. Tutti ci meritiamo qualcosa di bellissimo dalle altre persone, perchè è tutto così difficile che dovremmo smettere di crescere e di contare il tempo con gli orologi. Dovremmo essere liberi di durare un secondo a letto e poi farci abbracciare per stare al caldo. Tutti si meritano che qualcuno porti il tiramisù, tutti meritano qualcuno che non lo mangi, io mi merito di dire Sono triste e di non ascoltare la risposta. Tutti si meritano qualcuno che si accoccoli vicino e parli nel sonno, che faccia ooooh e invece sta russando, qualcuno da rincorrere perchè il tempo non basta mai, qualcuno da accettare per come è. Dovremmo tutti avere modo di fare fatica, perchè è bellissimo. Dovremmo tutti spezzarci il cuore perchè dopo va bene uguale, avere qualcuno che dica Sono paziente, ho mille risorse. Qualcuno che aspetti finchè abbiamo paura di andare a specchiarci nella stanza dei nonni. Le persone hanno inventato le altre persone per stare meglio, eppure guardaci.

La paura più grande continua ad essere una bugia gigantesca: Ho paura di far male agli altri. Che poi è una banalissima paura del futuro, trasformata in altruismo. Sarebbe Ho paura che le cose vadano a quel modo. Ma come non lo vedi? Le cose vanno sempre a quel modo, il punto è un altro. Il punto è girarsi e guardarsi in faccia e dirsi una cosa buffa, che almeno per quel secondo ti dimentichi. Non ti ricordi neanche più di che cosa, ma te ne dimentichi.

Questa è una storia sbagliata come tante altre. E’ una di quelle che finiscono male perchè non iniziano e non continuano. E finiscono un giorno a caso con poca neve e poco tempo e poche cose vere da dirsi, perchè le cose vere da dirsi sono molto più semplici. Le cose vere hanno forme geometriche, non si scappa. Sono molto più facili. Non sono come il mal di testa, sono più come la camomilla. Sono cose tiepide, sono Tu mi piaci, oppure Sono stanco, oppure Abbi pazienza, oppure Vieni qui.

Le cose vere sono volersi bene, perchè è l’unica cosa. Oltre a quella non c’è nient’altro. E poi si è tristi.

Sotto gli alberi ci sono i pensieri

Dove finiscono i pensieri quando non puoi raccontarli? O le frasi carine quando non riesci a dirle, o a scriverle da qualche parte? Deve esserci un posto molto simile ad un cimitero, dove le tombe hanno quelle piccole fotografie rotonde in bianco e nero che la gente sceglie con tanta cura ma con scarsi risultati. Lì, sotto terra, forse ognuno nasconde  quelle cose lì. Quelle un po’ morte. Certe volte mi sento creepy perché tirar fuori le cose morte mi incuriosisce. Lo farei. Guarderei pure come diventa mio nonno dopo anni sotto il terriccio del Musocco. Chissà se ne sarei spaventata o se invece avrei il giusto distacco. Forse penserei che se non c’è anima, allora non è niente.

A Garabiolo, se arrivi in piazza e costeggi la chiesetta a piedi, trovi un sentiero di ciottolato che parte e va in su. Se cammini e superi le villette cominci a vedere un bosco. Quel bosco è pieno di gnomi, da piccola ne ero convinta. Niente fate, solo gnomi. Gente laboriosa insomma. Gente che si dà da fare. Se scavi alla base di certi alberi trovi tutti quei pensieri sommersi. Gli gnomi se ne occupano. Li ricevono ogni sera e durante la notte li interrano. Quando arrivi ad un pensiero sommerso te ne accorgi subito, perché hai la sensazione di vedere della polverina brillantinata che aleggia vicino alle radici, nel punto in cui fuoriescono dalla terra. Senti una cosa magica, allora puoi iniziare a scavare.

Non hanno una forma riconoscibile. Appena scoperchi è come sentirli col tatto, e con nient’altro. In quel bosco ci sono un sacco di frasi d’amore troppo banali per essere regalate a qualcuno. Ci sono un sacco di desideri di cose noiose, che nessuno ha il coraggio di desiderare per sé e per gli altri. Ci sono un sacco di inviti a cena ma senza la cena. Un sacco di proposte di andare al cinema, ma senza nemmeno poi la forza di uscir di casa. Se sei fortunato trovi i messaggi cancellati poco prima dell’invio, quelli che fanno vergognare. Perché c’era rabbia, o tristezza, o banalità. Allora uno cancella prima di inviare e si sente meglio. La maggior parte delle volte la gente dice quello che pensa, ma non sempre. Io certi giorni vorrei essere dentro la testa degli altri quando sono in silenzio, o quando cancellano il messaggio, o quando scrivono “ok ciao” invece che scrivere qualcosa di banale ma tenerissimo. O tremendo, al contrario. Perché è meglio arido che dolce, molto spesso. Meglio neutro che cattivo. O almeno così dicono.

Una volta ho trovato dei pensieri miei. C’era quella volta che avrei voluto dire “Sono triste ma tu non c’entri niente, solo che non riesco ad accettare di essere triste da sola. Ho bisogno di te”. Poi c’era quella volta in cui avrei voluto chiedere di andare a fare un picnic a Gaggiano, con dei panini al latte con dentro il prosciutto cotto Sofficette, che sa di cadavere sempre. Ci volevo mettere tanta maionese del tubetto. Volevo andarci in bici per poi stendere un telo e raccontargli delle storie così poco interessanti da farlo addormentare. Magari l’avrei lasciato parlare di sé, l’avrei guardato sguazzarci dentro finchè anch’io mi sarei addormentata di colpo. Sarebbe stato un bel pomeriggio, ma solo per me. Gli altri vogliono sempre cose diverse, allora mi vergogno e sto zitta. Ho trovato anche quella risposta che volevo inviare qualche tempo fa ad un ragazzo, in cui dicevo “Non devi trattarmi così, perché ci sto male”. L’ho rimessa subito sotto terra. Ci conoscevamo da troppo poco.

So essere estremamente poco speciale. Perché in fondo nessuno lo è. Ecco, anche in questo non sono speciale. Una persona me l’ha detto una volta “Sei speciale”. Ma ho pensato “Starà guardando da un’altra parte mentre lo dice”. La verità è che sono molto brava a fingermi speciale, ma altrettanto brava ad essere il contrario di straordinaria. E mi fa fatica ammettere quanto mi piacerebbe poterlo condividere. Smettere di fare fatica. Essere normale. Noiosa. Stare zitta e masticare un panino orribile senza nessuna storia da raccontare, senza nessun dolore fintamente interessante. Provare amore anche se non è legittimo. Anche se è presto. Dirgli “Senti non ho nessuna tragedia e nessun traguardo da vomitare fuori, ma posso venire da te a fare niente? Poi dormiamo. Domani magari sarà un giorno più speciale di oggi, perché saremo stati insieme”. Ho trovato anche quell’invito sotterrato da qualche parte nel bosco, lontano dai funghi.

Il pensiero che mi è piaciuto di più era ai piedi di una betulla. Diceva “Ciao, quando non capisco gli altri sento di avere paura. Ti va se stiamo abbracciati e mi spieghi cosa senti quando non posso vederti? Così domani ho meno paura di oggi”. Ho preso il pensiero in mano e l’ho rimesso subito via. E ho messo il cellulare lontano, che non si sa mai.

Ah, un altro carinissimo diceva così: “Buonanotte”. Proprio così. Buonanotte e  basta. L’ho stretto fortissimo sul petto, finchè l’ho sentito scricchiolare e quasi creparsi. Avrei voluto mi entrasse dentro per scaldarmi la pancia.

Buonanotte. Che razza di cosa.

(S)COPERTE

C’è questo set di coperte dell’Ikea che avevo comprato un paio d’anni fa, quando avevo deciso che avrei dormito con giacomo magari per sempre. Il coprimaterasso è simile al verde acqua, il mio colore preferito. Il copripiumone e le federe invece hanno questa fantasia che richiama un cielo con le nuvole. Un giorno ero così felice e bella che mi ci ero sdraiata sopra e mi ero fatta una foto in primo piano, con i capelli tutti per aria  che sembrava davvero che stessi volando in un cielo disegnato. Avevo gli occhi molto più azzurri di quanto non siano in realtà, ma era la luce. O un filtro Instagram.

Dormo in queste lenzuola anche adesso che son da sola. A volte ci ho dormito con qualcuno, sperando sempre si addormentasse prima di me per non scoprirmi, per non farmi conoscere mentre russo e sbavo e sono la parte schifosa e più vera di me stessa. Stamattina mi ci sono svegliata dentro, per esempio. Ho mosso le gambe e mi sono immaginata che quel fresco della parte vuota di letto fosse l’aria del cielo mentre ci corri dentro, e poi saltelli da una molecola di azoto all’altra come i bambini sui sassi che escono dai ruscelli. Mi sono ricordata di colpo di tutte le bugie che mi dico e mi è sembrato che ognuna, improvvisamente, sfumasse e diventasse piano piano una scusa. Solo una scusa. Mi sono chiesta Per cosa? E mentre cercavo di rispondermi ho asciugato delle lacrime che non avevo ancora visto uscire, le ho appoggiate sulla federa del cuscino sfregandoci la faccia contro. Quando mi sveglio lacrimo sempre, ma non è come piangere. E’ un po’ meno.

Quando parlo di mio padre lo prendo sempre in giro. Non mi sento in colpa, perché lo faccio in modo intelligente, senza sminuire. A volte lo faccio anche con lui, direttamente. Non lo scredito perché farlo mi farebbe male. Perché è una persona di cui ho dentro metà di un patrimonio genetico, se ho capito bene. Ed ho addosso la versione femminile del suo naso e della sua faccia. Ho il suo modo di ingrassare (sempre poco e sempre lì), il suo modo di scherzare sembrando seria, alle volte arrabbiata. Ho guadagnato delle cose di lui senza volerle, e adesso che me ne accorgo ho bisogno di piangere. Ho guardato fuori dalla finestra e ho pensato a lui. Mi fa fatica ammettere di volergli bene così forte. Mi fa la stessa fatica di quando devo uscire dal piumone al mattino.

Per qualche anno ho abitato con mamma papà e beppe in una casa enorme vicino porta venezia. C’era la moquette rosa per terra. La casa me la ricordo bene, ma mi sono dimenticata quasi tutto il resto. C’è una cosa sola che sento dentro come fossi io per intero, e cioè la scena di me a quattro anni che faccio questo corridoio che non saprei dire lungo quanto. Arrivo in fondo e c’è la porta bianca della camera matrimoniale. Al centro della porta c’è una rientranza della forma di un pugno. E questo cratere ha dentro la rabbia di mio padre, che ora non saprei mai immaginare. Perché mio padre non è uno che trova la forza di tirare un pugno ad una porta, ma forse lo era. Quando chiudo gli occhi e mi immagino la rabbia io la disegno così. Rotonda, incastrata in una lastra di compensato che il giorno prima era intera. Entro nella stanza e c’è mio padre che mette delle calze in una valigia. Ha i capelli lunghi dietro, una specie di frangia davanti. E’ giovane da far spavento. Gli chiedo dove va, mi dice Va via, Papi. In terza persona singolare. Mi sforzo certi giorni per ricordarmi se intendesse via per sempre o via per un tour. Quando cerco quel punto della storia mi si annebbia tutto. Oggi che sono grande so che in realtà non cambia niente. Perché, per una bambina di trequattro anni, due giorni e per sempre sono esattamente la stessa cosa.

Avevo aspettato qualche secondo e avevo affondato la faccia nel letto, proprio di fianco alla valigia. Avevo pianto con gli occhi lì dentro e con la bocca spalancata. Avevo bagnato di bava il copriletto. Mio padre aveva detto Ma dai, cosa fai? Mi ero tirata su e mi ricordo che lui aveva sorriso. Poi, indicando la macchia sul letto, mi aveva detto Guarda cosa hai fatto. Era dolce, scherzava. Gli avevo sorriso anche io. Credo così di aver imparato a sentirmi abbandonata in questo modo qui, rotto e vergognoso, che si nasconde dietro a una battuta, ad un sorriso, al far sentire gli altri meno in colpa per me. Da queste cose non si guarisce, ma si impara. Bisognerebbe tutti soffrire davvero davanti agli altri, farlo per intero e senza censure. E nessuno dovrebbe ridere mai. Perché il dolore, anche il più piccolo, è una cosa seria.

E niente, stamattina poi mi sono tirata su ma senza ancora scoprirmi. Ho pensato tantissimo a mio padre. A come negli anni è cambiato il senso che gli do. Sono anche andata indietro a quando ho avuto quel mal di pancia fortissimo perché a casa sua non ci volevo stare. A quando da piccolina non dormivo in cameretta perché le lenzuola erano ruvide. A quando mi ha detto Ci vediamo poco, non dovresti stare così quando siamo insieme, e forse aveva gli occhi lucidi. Credo di avergli fatto male negli anni ma non mi sento in colpa, perché non volevo. Credo di averlo reso vulnerabile alla mia presenza, ma anche alla mia assenza. Come ha fatto lui con me quel giorno, con quella valigia sul letto e quei calzini e quella macchia di bava. Io ho quasi trent’anni e credo che volersi bene sia questa roba qui.

Quando sono uscita dal letto mi sono subito sentita meglio. C’era tanta luce, perché sto al nono piano. Ho pensato Tu guarda quante stronzate riusciamo ad inventarci pur di non ammettere che vogliamo bene a qualcuno che ci ha fatto male per sbaglio. Quante paure che appoggiamo addosso ai difetti degli altri pur di non ammettere che siamo bambini piccolissimi e basta. E che ci sentiamo abbandonati con niente. Amare mi piace da matti, sento una cosa dentro come quando vado  a Gardaland. Ho sempre messo l’amore per mio padre in un angolo, perché era più originale così. Perché fa più ribelle. Perché un padre con cui hai convissuto poco è un padre a cui puoi nascondere i sentimenti, volendo. E allora l’ho fatto sempre. Ho nascosto l’orgoglio, l’ammirazione, il dolore, tutto. Io oggi non voglio nascondere le cose, perché non riesco più. Cerco tanti problemi migliori di questa fatica che ho, ma sono tutte palle. La verità è che voglio bene a mio padre nel modo più normale possibile, ossia quello che ti fa dimenticare se quel giorno avesse detto Vado via di casa oppure Vado in tour. Perché non importa. Il cuore è abbastanza grande per tutte le distanze del mondo.

Ogni volta che qualcuno se ne va, prima di piangere provo a ridere. Me l‘ha insegnato lui quel giorno, senza volerlo. Così non lascio macchie da nessuna parte, e nessuno si sente di avermi fatto del male. La prossima volta che capita però faccio diverso. Bisogna sempre sempre sempre dire la verità.

Memento Tantum Rosa Semper

Una volta non ho avuto le mestruazioni per cinque mesi. Era il 2014 mi pare. Non sono mai stata regolare, ma cinque mesi uno dice “Ok calma, qualcosa non va”. Ricordo che il mio ginecologo mi aveva accolta col sorriso di chi sta per diagnosticare una gravidanza, finalmente in un utero giovane anziché nell’ennesima over 35. Il suo studio medico è molto neutro. Non ha colori, ad eccezione di qualche accenno di rosa salmone nello stanzino dove ci si spoglia. La prima volta ero sbucata fuori con la testa dalla tendina e avevo chiesto se dovessi togliere anche le mutande. Mi faceva molto ridere pensarmi vestita tutta sopra, ma tutta nuda sotto. Però in effetti le mutande andavano tolte, se no come si fa? Mi aveva sorriso annuendo e dicendo proprio questo. E’ un uomo molto dolce. Molto donna.

Non ero incinta, ovviamente. E non c’era niente che non andasse, ovviamente. Oggi ci ripenso e mi sento come se sapessi il perché di quella cosa. E’ che non ero pronta. C’era qualcosa a cui non ero pronta. Il dottore mi aveva detto solo “Stai tranquilla, che arriva”. Boh.

L’atro giorno mia madre mi ha detto che il mio problema nella vita sono le aspettative. “Hai aspettative troppo alte” deve avermi detto. In realtà credo avesse ragione, ma forse avrei tolto l’aggettivo “alte” alla fine. HAI ASPETTATIVE TROPPO, punto. Tac, dieci anni di terapia in venti minuti di pranzo vegano indigesto (di merda). A parte tutto, c’è una linea sottile che non avevo colto in questo banalissimo discorso. E adesso faccio partire la slide, “Innanzitutto grazie per la domanda”. E lo spiego.

Quando sto ovulando ho 48 ore in cui sento una cosa che mi stringe vicino all’inguine. Certi mesi lo fa a destra, certi mesi a sinistra. Non è un dolore lancinante, per lo meno io lo sopporto facilmente. Lo vivo come un avvertimento del mio corpo, inizio a prepararmi per qualcosa. Mi sento come se dovessi apparecchiare una tavola, come se dovessi stirarmi i capelli prima di un appuntamento. Come il secondo prima che l’ascensore arrivi al piano, e ti specchi e cerchi la faccia giusta prima di dire ciao senza far vedere troppi denti o troppe rughe sulle guance. Prepararsi alle cose non è sbagliato. Anzi, credo che nell’attesa ci sia una cosa profumatissima, mi viene in mente lo zucchero a velo. Prepararsi fa parte dell’essere dentro alla cosa. Quando inizia ad esistere una sensazione, prepararsi a viverla è come assecondarla e basta. Non c’è ansia, c’è emozione. C’è la cosa che mi veniva da piccola quando vedevo i cavalli, o la mamma, o l’isola di Tavolara dal gommone, o un cane.

L’utero si prepara ogni mese per cose che la nostra testa sa benissimo se potranno o non potranno avvenire. Ma l’utero non ci caga, lui si prepara. L’ovaio fa l’uovo, lo caga fuori e addobba l’endometrio per una festa che probabilmente non comincerà. E’ una cosa spettacolare. Specialmente per una come me, che non solo vuole sapere se la festa comincerà, ma vuole anche sapere se sarà bella o brutta o media. Io vorrei sapere tutto prima. Vorrei sapere se il lavoro mi stancherà più di quanto mi immagini, se i capelli mi staranno bene o se piangerò una volta uscita dal parrucchiere, se quello che scrivo mi piacerà mai per davvero, se il ragazzo magro mi farà del male al cuore, se lo farà quello basso, quello che se n’è andato, quello che ancora non è mai arrivato. Se starò bene in una casa diversa da questa, se ne varrà la pena, voglio sapere se mi riprenderò, se sarà difficile. E quanto difficile. Avere la merda nel cervello non mi ha mai impedito di vivere le cose. Sono anche riuscita a convincermi di aver vissuto le cose a pieno, la maggior parte delle volte. Ma non è vero niente. Non basta, manca ancora un pezzo gigante. Mi servono le mestruazioni nel cervello per riuscire a prepararmi alle cose senza aspettarmi mai niente. Mi serve farle lo stesso, ogni volta uguale.

Quando le cose si sfaldano è perché le hai fatte. Quando finisce il ciclo c’è un senso di vuoto felice, perché ancora una volta ci abbiamo provato. Grazie ovaie, grazie raga, bravi tutti. E’ come l’applauso dopo la partita persa, quando ci giriamo verso il pubblico e facciamo “Grazie per averci creduto”. Chissà se io ci ho mai creduto veramente. Forse no. Però ecco, sono ancora ampiamente in tempo per rimproverarmelo. Sono in tempo per imparare dal mio corpo che prepararsi è fantastico, che bisognerebbe vivere preparandosi sempre e basta. Preparandosi senza neanche sapere a cosa. Ovulare anche se non si vuole un figlio, avere il batticuore anche se non ci si vuole fidanzare, dire “Sono stata felice” anche se quell’altro non legge il messaggio, sentirsi a casa anche se domani non ci sono più i muri della casa, o il pavimento, o la casa stessa. Per esempio questa cosa l’ho scritta perché mi serviva, ma non sapevo se avrebbe fatto cagare. Ecco, ora che l’ho finita fa cagare. Sembra una roba da appendere in consultorio vicino al cartellone pubblicitario del tantum rosa. Ma non potevo saperlo prima, e l’ho fatto lo stesso. Direi che sono sulla strada giusta per cominciare a far le cose come dio comanda. Cioè farle a prescindere.

Slide finale: “Grazie per l’attenzione”, con la scimmia che sbadiglia sullo sfondo. Come non mi fa ridere mai, quella cosa, eppure la fate tutti. Ma fatela lo stesso, bravi. Giusto.

 

Prelievo

Quando prelevo del sangue da un uomo chiedo sempre il nome cognome e data di nascita prima di bucare. E’ il protocollo, serve a non sbagliare persona.  Mi piacerebbe fare la stessa cosa quando prelevo amore dai cuori degli uomini. Come ti chiami, chi cazzo sei, cosa cazzo fai nella vita. Non è mai abbastanza. Dovrei mangiare le persone e poi digerirle. Poi forse con calma, dopo una pennichella, sarei pronta a prelevare cose. Sangue, saliva, battiti cardiaci, storie sui genitori, storie di vacanze, storie di canzoni che si vorrebbe aver scritto noi, orari sbagliati o non consoni, storie di amori rotti di cui si tengono i frammenti e si fanno dei paciughi di collage col vinavil impiastricciato che si secca sul palmo delle mani. Poi lo togli e sembra pelle morta. Perché è davvero pelle morta, secca, decomposta, putrefatta.

Se sapessi scrivere una canzone parlerebbe di sangue prelevato, di etichette coi nomi, di bicchieri di vino che alterano l’esito della funzionalità epatica, di uomini che si passano la mano tra i capelli come fosse l’ultima volta possibile. Perché gli uomini sono sempre più calvi, ogni giorno. E si toccano i capelli con la paura di sentirne già meno di ieri, ma non toccano la mia pelle con la paura che sia l’ultima volta. Perché io quando chiudo la porta sorrido sempre e canto le canzoni di calcutta, oppure faccio la maglia e spiego che è così che sono andata avanti. Avanti da cosa? Nessuno lo chiede mai, forse si legge già nei miei occhi. Sono andata avanti agli anni che passano. Per me, ma soprattutto per gli altri che si ammalano e hanno storie tristi da raccontare ma sbavano troppo per farlo decentemente. Sbavano per l’amore che hanno rimandato a domani. Che domani era già oggi, cazzo.

[Un ragazzo bello una sera è venuto da me sul tardi, senza sapere niente di me. Ha parlato con intelligenza di serie tv, e quando si è stufato di essere virile ha dormito stringendomi per tutta la notte. Non mi ha amata nemmeno nel secondo di incertezza in cui poteva essere possibile che non gliela dessi. La mattina aveva uno spazzolino suo. L’ha usato e con quell’alito fresco mi ha baciata come si baciano le mogli sexy. Poi è sparito dietro l’angolo del pianerottolo ed io mi sono raccontata che ho vinto una battaglia.  Una battaglia che sapeva di collutorio e storie inventate, su quanto mi facciano tristezza i matrimoni degli altri o le persone innamorate che si annoiano davanti a Netflix.]

La verità è che quando prelevi del sangue sai già esattamente cosa andare a cercare e dove ed in quanto tempo. Una volta riempita la provetta il laboratorio preleverà le molecole di interesse e scarterà la parte superflua. Già quando stringi il laccio e guardi la vena inturgidirsi e arrossarsi sai esattamente quale sia l’obiettivo finale. Perché la provetta per l’emocromo è viola, quella della coagulazione è azzurra e così via. E’ un furto mirato, pianificato da prima. Dimmi nome e cognome ed io quantificherò la tua anemia. Nella vita vera invece puoi sapere le cose solo guardando, ascoltando, aspettando che il tempo passi e che nessuno dei due scappi dalla porta mentre l’altro va a fare pipì.

[Quel ragazzo piccolino una volta ha detto che prima di comprarmi una bicicletta l’avrebbe dovuta provare lui. Ho sentito la stessa cosa che sentivo quando ero più piccola e mia madre frenava di colpo in macchina e prima ancora di farlo aveva già messo il braccio davanti al sedile passeggero dove stavo io. Lo faceva per bloccarmi, per non farmi sbattere sul cruscotto, per salvarmi la vita. Un’altra volta mi ha aspettata ad un incrocio perché dovevamo dirci che io ero contenta di aver vinto un lavoro vero. Era felice come me, o poco meno. Mi è sembrato assurdo. Ho sentito caldo nel cuore, come se qualcuno l’avesse tenuto stretto tra i palmi delle mani per qualche minuto, sotto la tormenta di neve. Come quando il mio secondo papà mi faceva togliere le mani dai guanti da sci mentre facevamo la salita in seggiovia, poi scaldava le mie dita tra le sue, poi soffiava nel guanto così quando rientravo dentro era tutto bollente. Durava poco, ma era di quelle cose che durano poco ma ne vale la pena poi per tutto il resto della vita.]

Il sangue è una cosa bellissima. Quelli che si impressionano è solo per colpa dei film splatter, o delle storie dell’orrore. O forse perché pensano che le cose che stanno dentro al corpo non dovrebbero mai uscire. Invece escono eccome. E poi un prelievo non è come sanguinare. Perché quando sanguini esce da solo, ed esce tutto intero, e non sai dove va a finire anche se puoi prevederlo. Magari si annida tra le piastrelle della cucina quando cola per terra, o si appoggia sul tagliere vicino alla cipolla che stavi facendo a pezzi per il soffritto. Un prelievo di sangue invece è tutto di testa. E’ ponderato, voluto. E’ una risposta a delle domande specifiche. E quando le risposte le hai finalmente dentro a delle provette allora è tutto molto più confortante, più in ordine. Come se vedere solo alcune cose chiuse dentro a del vetro fosse migliore che vederle tutte assieme di colpo, in un moto esplosivo di caos rosso scuro. Come se guardare l’acquario di Genova fosse migliore che nuotare nell’oceano atlantico senza niente, tutti bagnati di mare cattivissimo e pericolosissimo. Da piccola amavo l’acquario di Genova, adesso amo i prelievi di sangue. In un certo senso ho sempre preferito non rischiare. Sentire solo alcune risposte invece che tutte, nuotare solo fin dove si toccava e mai oltre la boa del nostro gommone BAT arancione. Però all’oceanario di lisbona avrei voluto essere dentro a quell’enorme cilindro e nuotare attaccata a quei pesci assurdi che forse si chiamano pesce sole. L’ho immaginato così forte che mi sembrava di esserci, con l’eco di quando sei sott’acqua e la luce di quando guardi la superficie e c’è il sole che sbarluccica e tu sei solo una cosa piccolissima in mezzo a tante altre.

[Un ragazzo lungo e magro una volta aveva delle castagne nella borsa. Ogni tanto tirava fuori dei piccoli vermi e li buttava fuori dal sacchetto. Non ho saputo pensare niente di male. Sono rimasta a guardare, da lì in poi. Ho capito che ci sono cose che non riesci a prelevare, molecole nel sangue che non sapresti in che provetta mettere perché non si possono analizzare. Ci sono schizzi di sangue che non riesci a schivare per tempo, storie che non fai in tempo a non raccontare per intero perché spruzzano fuori come da un’arteria femorale che non si tampona. Quel ragazzo era come una volpe, ma senza essere una volpe. Aveva qualcosa di delicato o indefinito, per il quale pensavo di dover essere sempre concentrata al massimo. Mi girava la testa a volte, ma era come ballare. E conoscerlo è stato come far uscire poco sangue per volta, goccia a goccia, senza avere nessuna provetta alla mano per raccoglierlo. Senza poterlo raccogliere.]

Farmi conoscere è come far zampillare fiotti di me sulle ferite aperte degli altri. Allora mangio, ingoio, cammino, rido, guardo film, scrivo storie, così allento la pressione. Così, quando qualcuno vorrà farmi un prelievo, in me ci sarà meno sangue di adesso, e le risposte saranno più piccole, tascabili. Grosse come provette, da infilare nella tasca interna di una giacca da mezza stagione.

Biognerebbe sempre vestirsi a strati, specialmente di questi tempi.

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