Scommetto che gli anime di Miyazaki li avete scoperti voi, molto prima che fossero così facilmente accessibili. Che prima erano più belli perchè non li vedeva nessuno. Che prima erano di nicchia, ora la gente li guarda su Netflix, magari senza capirli. Per far dormire i bambini. Di sottofondo mentre massaggia le camicie col ferro da stiro. O peggio, adesso si finge siano pellicole sacre che meritano proiezioni in posti appropriati, come la saletta di un temporary in via Vigevano, o il cono di luce di un proiettore vintage con cui i colori ritrovano quelle sbavature originali di un tempo. No, perchè io l’ho vito su netflix doppiato con un bell’audio decente e i colori messi a posto come dio comanda. Comoda, mentre facevo la maglia sul divano di casa mia. E penso che quando una cosa è bella possiamo anche smettere di inventarci mille cazzate per farla sembrare più unica e più complicata di quanto non sia.

“Il mio vicino Totoro” è un film di animazione giapponese del’88. Credo uno dei primi supersuccessi dello studio Ghibli, che da noi è arrivato solo ventun’anni dopo. E’ un cartone per grandi che abbraccia anche i bambini. Usa i loro occhi ed il loro linguaggio per raccontarci una storia, che alla fine sono due: una è quella drammatica che sentiamo noi adulti, ben nascosta sotto una patina di tenerezza, e l’altra è quella che vedono i più piccoli, che forse la nostalgia ancora non la percepiscono e sentono solo il profumo di una fiaba.

Un padre, insegnante universitario che si ritrova solo con le due figlie dopo il ricovero della moglie in ospedale, trasferisce la famiglia in una casa di campagna. Potrebbe essere l’inizio di un film horror. Le sorelline Satzuki e Mei scoprono strani segreti nascosti tra quelle vecchie mura, abitate da piccole palline fuligginose che escono dai ripostigli. E le ghiande cadono dai controsoffitti, e una vecchia signora rugosa dice loro che è tutto normale, che le case abbandonate sono piene di spiriti. Eppure nessuno, in nessun momento della storia, ha paura. Nè il padre, che anzi invita le figlie a giocare con il paranormale per passare il tempo, nè la nonnina, nè le bambine stesse, che non vanno mai mai mai oltre lo stupore e l’entusiasmo verso l’ignoto. Come è giusto che sia.

La campagna circostante nasconde i totoro, criceti pelosi e grassi che appaiono dal nulla e poi spariscono. Che di notte fanno cose strane e che quando parlano fanno un verso simile a quello di un bisonte. E anche qui, nessuno ha mai paura. Non fa paura perchè è un mondo immaginato ma reale, che tiene compagnia alle bambine mentre si muovono all’interno di una vita acerba ma già piena di solitudine, di sofferenza, di attese infinite sotto la pioggia.

Il papà non torna dal lavoro, la mamma non torna dall’ospedale, la scuola non ricomincia perchè è piena estate, e le due piccole aspettano che il tempo passi. E mentre passa prende forme dolcissime, come quella di un megacriceto che le abbraccia e le fa volare, come un cestino di ghiande che durante la notte fa crescere una foresta gigantesca proprio nel loro cortile, e un autobus a forma di gatto corre veloce sulla statale e poi finisce dritto sulle colline, e Totoro è buffo e grasso e non sa come usare un ombrello, eppure lo apre e aspetta con loro alla fermata del bus.

Questo è un film dolce, che propone un modo diverso di dare forma alla solitudine. E’ un inno alla bellezza dell’attesa, un invito a rifiutare l’ansia e la paura a favore della creatività. E’ il racconto delle infinite meraviglie che si nascondono dentro al tempo, se solo non stessimo a scandirlo con così tanta maniacalità. Totoro ci ricorda che aspettare da soli è bellissimo. Che la compagnia di noi stessi siamo noi stessi, la nostra mente, i nostri sogni, la nostra fantasia. Che da bambini siamo già completi, che è proprio l’infinità dell’ignoto che abbiamo intorno a riempirci di curiosità e stupore. Che non esiste paura se si accetta tutto con la meraviglia dell’infanzia.

Ogni giorno di ogni vita, siamo tutti Satzuki che regge la sorellina sulle spalle mentre dorme. Siamo tutti a quella fermata, su una strada di bosco, mentre inizia a piovere. E potrebbe essere terribile, invece c’è qualcosa di bellissimo anche se non succede niente e il papà ancora non arriva. C’è qualcosa di meraviglioso, che ha la forma di un totoro gigante che aspetta con noi, divertito dal rumore delle gocce che cadono sull’ombrello mentre il tempo passa in silenzio e si carica di valore. Perchè il tempo si carica sempre di valore, ma non serve stare a fissarlo mentre passa. Basta raccontarsi una bella storia, come questa qui.