La parola tampone mi fa venire in mente il bicarbonato. Il Brioschi che mi dava mia nonna per digerire. A volte fingevo di avere mal di stomaco per poterlo mangiare, per fare quei rutti buonissimi che sapevano di limone appena spremuto. Mia nonna era buffa. Avrei voluto essere grande in anticipo, per potermene accorgere quando stavo con lei così tanto tempo da notare le sue cose schifose. Le sue scoregge inodori. I suoi denti forti ma rovinati. Il suo neo enorme poco più in basso dell’ascella che sembrava un mezzo guscio di noce.

Non vado più in bici a lavoro perché rischio di sudare. Sudare mi fa sentire vulnerabile, perché se sudi e fa ancora freddo ti ammali. Sono sostanzialmente vegana, ma ho mangiato il pesce due volte nell’ultimo mese, per la paura di lasciare il mio corpo sprovvisto di qualche elemento nutritivo. Ci sono tante abitudini che ho spostato e convinzioni che ho smosso da dove stavano. Ho anche imparato a mandare giù le pastiglie pur di prendere quei multivitaminici che vendono “per le difese immunitarie”. Ho imparato il gusto del mio alito respirandolo per ore in quei pochi centimetri di spazio che ho nella mascherina. Non è uguale tutti i giorni, ma di sicuro dopo un po’ diventa sgradevole. E allora mi son detta “ecco perché a lungo andare l’odore della bocca dei miei fidanzati inizia a farmi schifo”. Perché le cose troppo vicine, dopo una certa, diventano monolocali senza finestre. Perché nella vita costruiamo delle distanze da cui guardare gli altri e noi stessi, e poi crescendo le accorciamo senza renderci conto. Un metro e mezzo mica è tanto raga. Era prima che ci stavamo troppo addosso.

Fare l’infermiera non rende immune praticamente a niente. Tutti ci ringraziano, forse pensano che poverini dobbiamo sorbirci la nostra paura più quella degli altri. In realtà lavorare con la paura degli altri fa ridimensionare la propria, ma non sempre in modi sani. Tendenzialmente impariamo a sminuire quella dei pazienti perché altrimenti la assorbiremmo noi. Perché assorbiamo tutto. Siamo come quelle spugne orribili appese alle maniglie delle docce, con dentro schiuma marcia, peli, batteri, giornate di merda, vecchie storie. Trasportiamo lo schifo altrui e poi lo appoggiamo dove si riesce, ma prima ci laviamo le mani. Con le paure degli altri ci facciamo delle risate. Con l’ipocondria, con l’esagerazione. Ridiamo per non essere noi, quella roba. Perché comunque, anche se stiamo molto vicini al male degli altri, ci ripetiamo costantemente che non è il nostro e così ci salviamo. E’ quello che fanno molte delle persone che mi parlano durante questa pandemia. Mi chiedono di raccontare loro cosa vedo, così si spaventano e poco dopo si consolano ricordandosi che comunque è successo lontano da casa loro. Per molti è come guardare un film. Hai comunque una buona distanza dallo schermo, il che ti può consolare. E vedete, non è così tanto diverso per noi. Quando la signora Delia tossisce mi giro. Chiudo la bocca dentro la doppia mascherina e inspiro lentamente con il naso, nel modo più superficiale che conosco. Penso che così entri meno roba. Immagino la forma di un virus rimbalzare contro il casco di plastica che mi ripara la faccia e poi cadere in terra. Ho tanti modi per sentirmi distante dagli altri quanto gli altri, per ricordarmi che anche quella storia è la storia di qualcuno ma non è la mia, perciò sono salva.

La paura non è il problema, secondo me. Il problema è la pazienza. Le persone non sono cambiate. Almeno non quelle che vengono in ospedale. Si arrabbiano se arriviamo tardi a soddisfare i loro bisogni, si spaventano del buio o del silenzio, o del borbottio dell’ossigeno negli Acquapack, dei prelievi alle sei di mattina. Si schifano del cibo che portiamo loro alla bocca. Poi tossiscono. Poi bestemmiano. Poi dicono che devono alzarsi. Che devono andare in bagno. E hanno il femore rotto e il catetere vescicale, quindi no che non devono alzarsi. La gente non cambia, continua ad avere bisogno. Continua ad avere una gerarchia di priorità tutta personale ed inamovibile. La signora Delia per esempio non ha interesse a capire che il suo braccio mi serve per attaccarle una flebo. E’ convinta che io voglia bucarla e non le interessa sentirsi dire che non è così. Continua ad inveire, parla solo in milanese e ogni tanto si rende comprensibile sparando un “Porco dighel” tutto acuto e strizzanervi. Non mi sente per via di quel difetto all’udito, e non so come convincerla. Non basta urlare, dovrei avvicinarmi al suo orecchio ma rischio di prendermi la sua tosse in piena faccia. Provo ad alzarle il braccio per portarlo verso di me, ma inizia a strillare. La signora Delia, come molti altri pazienti, fa fatica a respirare ma si arrabbia con molta facilità. Sembra tenere l’energia apposta per avere abbastanza fiato da poter urlare fortissimo che maledice non solo me, ma anche la mia famiglia. E lo so che forse non lo pensa, o meglio lo pensa ma fosse lucida saprebbe tenerselo per sé, eppure mi offende. Mi tocca dentro, sotto tutti quegli strati di roba che c’ho addosso e che mi fanno sudare. Mi giro e guardo oltre la finestra, dove sta salendo il sole ed il cielo sembra rosa come il blush sulle guance di una bella ragazza. Piango velocemente, come ogni volta in cui mi viene da arrabbiarmi e non posso. Poi mi volto di nuovo e provo a pensare che la signora Delia sia mia nonna. Disegno la sua faccia scavata e morente sopra quel volto cattivo e stanco. Per qualche secondo mi sembrano la stessa persona. Immagino di sentire la nonna dire candidamente “lasciatemi in pace”, come ha fatto quell’ultima volta che l’ho sentita parlare. E così, dopo anni di lavoro e di ricerca di un equilibrio, di una punta di sano cinismo, del giusto distacco, di un ascolto empatico e di un approccio professionale, ecco qui. Va tutto a puttane con me che piango nascosta sotto agli occhiali, che se non sputo il mio dolore personale in quella stanza probabilmente tirerei un pugno ad una novantasettenne. Un marrovescio in piena faccia che le giro la testa dall’altra parte.

I miei colleghi sono sicuramente più bravi di me. Forse nessuno pensa queste crudeltà, o forse sì ma è più bravo a non dirlo. Magari c’è qualcuno che riesce ad essere paziente semplicemente sospirando, o sorridendo. Ma sono abbastanza sicura che tutti, prima o dopo, arriviamo a non averne più. Poi torna, poi finisce di nuovo, poi ritorna. La pazienza è un ruscello, a volte scorre bello pieno a volte va in secca totale. E dipende quasi sempre da cosa c’è fuori, non dentro. La pioggia, la siccità, i DPI, il governo italiano, la gente che ringrazia, la gente che ti insulta, il SITRA, Barbara D’urso che lava le mani, lo stipendio, il sole, l’inverno infinito, la primavera alle porte, i post di Trash Italiano. Il lavoro vero, quello per cui siamo eroi, è proprio questo di creare strategie per non odiare mai nessuno. Per capire anche l’incomprensibile. Per giustificare l’ingiustificabile tenendoci la rabbia in qualche altro posto, ascoltandola senza assecondarla. A me in questo periodo non basta un sospiro. La gente mi fa incazzare ed il più delle volte ho ragione io. Seleziono i momenti in cui posso far parlare la rabbia, e nel resto del tempo cerco di tacere. Trascino il principio di odio verso il dispiacere. Mischio tutto finchè vomito compassione anziché ceffoni.

Non chiedete agli infermieri cosa ne pensano di questa storia, perché diranno tutti la prima cazzata che gli viene in mente. Che non siamo nemmeno vicini alla fine, che manca poco. Che avremo altri picchi, che il picco non c’è ancora stato. Che ci aumenteranno lo stipendio, che ci abbasseranno lo stipendio. Che ci ammaleremo tutti, che siamo l’eccellenza sanitaria. Che questa non ci voleva, che ci meritiamo l’estinzione.

Io non ce l’ho un’idea su questa storia. Non lo so che cosa sia vero e che cosa no. Non lo so se sono capace o incapace di fare il mio lavoro. Non so neanche se mi manca la mia vita di prima. Sono costretta qui, ma non è male. Ho il cane, la casa quasi sempre in ordine, il pijama di Mattia piegato sul soppalco, un libro molto bello che ho paura di finire. Il dentifricio, che ho paura di finire. Il cibo, che ho paura di finire ma anche paura di far andare a male. Faccio yoga perché mi fa sentire quel male leggero che poi passa e diventa benessere. Medito, perché ogni tanto mi illudo di avere la mente più vuota. Rimando i miei dubbi ad un altro giorno, perché questo preciso momento storico non bisogna contarlo. Chiedo a mia mamma di non cercare per forza una colpa, a mio padre di non cercare per forza la salvezza, a mio fratello di non cercare per forza la verità. E poi chiedo a Mattia di non farsi più la barba.

Dire che tendo al pessimismo sarebbe inaccurato, visto che la realtà non si mette a fuoco nemmeno a cinque centimetri di distanza. Ma non sono neanche ottimista. Potremmo dire che al mio ottimismo han fatto un tampone, ed è un falso negativo.