Sono due km. È quasi pigrizia farli in bici.
Il km zero è il corridoio del mio reparto al quarto piano. Un ospedale in centro, di quelli con la struttura per metà moderna e per metà decrepita. Lascio la porta dell’infermeria aperta alle spalle e alzo il mio braccio secco e sgraziato per fare ciao con la mano, senza cercare gli occhi di nessuno. Perché è ovvio che ci rivedremo.  È un ti amo che non serve, dopo aver fatto tutte le cose assieme. È scontato, altrimenti non saremmo li. Ciao raga, a domani.
Odore freddo di disinfettante, poi oltre le due porte a vetri c’è il sapore dolce di spray anti-odore alla vaniglia. Esce dal bagno del personale, scema e piano piano diventa odore di merda e infine di plastica scadente. L’odore del cestino per i rifiuti biologici è questa roba qua. Piscio e merda in un sacchetto giallo.
Dlin, è già ascensore. Di quelli grandi, tutti grigi, senza dentro lo specchio. Odore di ferraglia che scorre come ruote su binari, polvere invisibile. Prendo il telefono dalla tasca mentre si aprono le porte. Un pensiero veloce di qualcuno che non mi vuole abbastanza si sotterra sotto la convinzione che anche io, in fondo in fondo, non voglia nessuno abbastanza da starci male alla fine di un turno come quello.
I gatti nel cortile appoggiati al muretto di asfalto mi fissano senza mai miagolare. Sono esseri muti, sono lastre di ghiaccio scolpite a forma di animali teneri, hanno il pelo rovinato di chi non ha una casa ma la pancia piena di cibo e affetto altrui, quello sì. Faccio un sorriso mentre li guardo. Alla fin fine odio i gatti ma odio sempre così poco che si sgretola tutto, prima ancora di esistere.
Prima di aprire la porta dello spogliatoio sento il dolce di un gelsomino in fiore che non localizzo. Entra da una narice ed esce dall’altra.
Poi subito una punta di detersivo anonimo, di sterile, di biancheria da lavare, di polvere ancora. Giro la chiave nell’armadietto: odore di me, cioè dei miei vestiti, cioè finalmente il silenzio.
Piazza Cardinal Ferrari è bellissima. Ha il calore delle piazze centrali della Milano di un tempo, quando ancora ticinese era periferia e barona era una città a sè. La rotonda ha un ciottolato fine fine, le ruote mi trasmettono un leggero tremore sui palmi delle mani. Prendo velocità e nel naso comincia ad entrarmi lo smog, poco per volta. Mi viene in mente l’odore di fumo su di lui, e il suo sguardo buffo a labbra chiuse, quando pensa qualcosa che non capisco e che forse non capisce nemmeno lui. Il fresco sulle caviglie mentre scanno più veloce mi fa sentire come quando in Sardegna cercavo il sole per scaldarmi dopo il bagno, anche se c’erano tremila gradi. Non bastava mai. In questa mia vita il calore non basta mai, nemmeno sopra le braci, nemmeno dopo un’ustione. Potrei corrodere dal caldo, ma vorrei ancora sentire un abbraccio.
Ancora gelsomino all’altezza di quella rotonda con l’incrocio brutto. Bianca di Savoia. Odore di ricchi con la governante, i figli biondi e il labrador sovrappeso. Cose che vorremmo tutti, ma poi non le vorremmo mai. Poi la circonvallazione. Puzza di cantina umida. Puzza di quando apri posti remoti per tirare fuori robe vecchie. Puzza di posti dove probabilmente ci son stati dei topi, o delle blatte. Roba infestante che rimane nell’aria e che ti macchia i vestiti per sempre. L’amore quando muore fa uguale, ha quell’odore lì, di circonvallazione e marcio stantio.
La prossima volta che piove penserò alla cascata del Cenghen, all’arcobaleno di acquerelli disegnato dietro lo scroscio d’acqua, a lui che si mette gli occhiali e sbuffa dal sonno e ha le braccia scure e l’odore del caldo pungente. Ha l’odore delle persone giovani e indecise e chiare come la roba che scorre e non prende mai forma.
Entrando in corso Lodi l’odore perde in smog e guadagna in rumore. Sono rumori così nitidi da entrarti anche nel naso. Il pavè sta nelle orecchie e  sembra un puzzle in cui i pezzi son stati forzati. Che se spingi li rompi un po’ ma alla fine entrano, e il quadro si completa. Si può fare tutto nella vita, ma nessuno vuole mai spingere. Perché le cose giustamente si rompono e poi dispiace.
Apro il portone di casa di mia madre. La serratura scatta e fa il rumore del click di una reflex, ma più forte. L’ingresso è freddo come le case in pietra, come le chiese con quelle grandi colonne di marmo. Come appoggiare le mani sul ghiaccio senza guanti. Rimani anche un po’ attaccato. Il cortile sul retro sa dell’immondizia di tutti, delle cose maldigerite oppure avanzate e lanciate nell’umido senza pensarci due volte. Lego la ruota posteriore alla righiera. Qualcuno deve avermi insegnato a fare così, ed io non me lo sono mai più dimenticata.
Mi ricorderò anche di tutti questi odori quando stringerò la mano la prossima volta per dire il mio nome e sperare che non se lo dimentichino. Che poi sono io la prima a dimenticarmi, è succeso anche con lui. Perché un nome non è un odore, è tutta un’altra cosa. Un nome è solo un nome, è la scritta sulla stagnola del panino per ricordarti cosa ci hai messo dentro. Che a pensarci bene basta aprire e fare il primo morso, ma preferiamo tutti saperlo prima, rischiare meno. Abbiamo tutti paura di quello che c’è a mezzo metro da noi, a un centimetro, a un bacio.
Al volersi bene preferisco gli odori e le strade. Restano di più, molto di più delle persone.
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