Sperare che gli altri non ti vedano è una tecnica che ogni adolescente affina durante gli anni delle medie. Le prime mosse sono quelle del mimetismo classico: la maglietta Cuba10, i pantaloni di Brandy, poi quel periodo fintaragazzasportiva che indossa Dimensione Danza (correndo il rischio che quel chilo in più possa convertirla in Dimensione Panza, ma che vuoi farci?) e la frangiona pesante che copre più parte di faccia possibile. Essere tutti uguali aiuta a non essere visti mai. Essere uguali a quello che c’è intorno, a mo’ di camaleonte, permette la sopravvivenza. E’ questione di qualche anno, poi puoi tornare a cercare le tue peculiarità sperando di avere il diritto di sbatterle in faccia agli altri per accaparrarti qualche briciola di stima e di attenzione. E’ tutto un’altalena, un saliscendi incastonato tra l’essere notati ed il passare inosservati. Poi c’è l’età adulta. E anche lì, annamobbène.

A trent’anni non puoi più sfuggire a niente. O quasi. La vita ha preso una forma vagamente definita, i cui contorni sfumano e cambiano ancora molto spesso e continueranno a farlo. Ma nasconderti da tutto è pressochè impossibile. Qualcuno, in qualche sfera della vita, prima o dopo ti metterà a fuoco. Ci sono le lenti a contatto anche per gli astigmatici ormai. E alla visita per il rinnovo della patente siamo già i maghi della truffa che memorizzano le lettere sul tabellone delle diottrie prima ancora che inizi il test. Abbiamo anni ed anni di visite medico-sportive alle spalle, non ci incula più nessuno. E tutto sommato essere visti non ci fa più così schifo, perchè sappiamo scegliere cosa far vedere e cosa no. Ognuno ha cose carine da raccontare su quella ragazza che si è fatta di eroina al primo appuntamento Tinder, c’è il corso di Crossfit dove dare piccoli colpi di grazia bisettimanali alle nostre ernie discali, abbiamo una famiglia stupenda con cui fare selfie simpatici nei giorni delle ricorrenze. Una ex figa, che sarà l’incubo della tua prossima tipa. Chi t’ammazza a te, vecchio mio. Chi t’ammazza.

Il problema sono le cose vere. Quelle che stanno sotto a quelle che scegliamo. Il problema sono gli altri, sono le donne, le persone fragili, le persone che condividono. Il problema è quando qualcuno ti ama, ti sposta, ti spinge oltre, ti cerca. Il problema è che possiamo scegliere cosa far vedere, ma non da chi essere visti. E allora ecco qui: possiamo sempre scegliere da chi NON essere visti. E per riuscire in questo basta stare immobili. Clic, avanti con la slide. Scena del T-Rex nel primo Jurassic Park. Fine della clip. Domande?

Il T-Rex vede solo quello che si muove. Sente gli odori ma vede poco. Percepisce una presenza solo se c’è spostamento di energia o di calore o di massa. Spielberg probabilmente non lo sapeva allora, ma ha dato un suggerimento alla nostra generazione che ora è diventato una malattia infettiva epidemica nell’età adulta. E’ una pandemia di uomini che si nascondono nelle macchine da safari rimanendo immobili, fissando quel bicchiere in cui l’acqua comincia ad incresparsi al ritmo di un passo pesante, finchè quel passo pesante si mischia ad un ruggito. Ciao, ma dove sei finito? Sono giorni che non ti fai vivo.

Silenzio, stai fermo, non ti muovere, non guardarla negli occhi, non visualizzare il messaggio, non andare in quel bar, esci con quell’altra che ti piaceva meno ma aveva un buon profumo. Metti tutto al risparmio energetico. Hai tutto il diritto di defilarti, chiunque ha il diritto di defilarsi, non devi spiegazioni a nessuno. E non pensare troppo ad alta voce, altrimenti quella ti trova. E poi sono cazzi.

Ecco fatto. Questa è la teoria di Jurassic Park. E’ talmente radicata nella nostra cultura che nemmeno ci accorgiamo di essere trentenni mezzi rotti che provano ad essere persone, con scarsi risultati. Siamo perennemente nascosti ed immobili, nella speranza che nessuno si senta legittimato a chiederci spiegazioni. E dall’altra parte siamo persone che si sentono imbarazzate all’idea di essere un T-rex per qualcun altro. Persone che scelgono una settimana di Pantoprazolo e Lexotan e Playlist tristi su spotify, piuttosto che essere quell’ennesimo messaggio che nessuno aprirà. Vogliamo sempre essere tutti altrove rispetto al posto dove le cose succedono, o dove sarebbero potute succedere.

Cosa succederebbe se ci muovessimo? Se usassimo il razzo luminoso invece che rimanere fermi? La verità è che non ne ho idea. Perchè ci sono miliardi di persone nella macchina del safari e pochissimi T-rex con il coraggio di cercare uomini da mangiare. Perchè a nessuno piace vedere che le persone scappano via. A nessuno piace essere il predatore, l’incubo di qualcun altro. Almeno, a me non è piaciuto esserlo. E’ più dignitoso essere quello che si fa piccolopiccolo per stare al sicuro dai rompicoglioni.

Ho visto un uomo nascondersi da me dentro la mia casa, quando ancora era casa nostra. L’ho visto chiudere gli occhi pur di non vedermi, pur di non sentirmi dire “beviamoci qualcosa, oggi che siamo a casa tutti e due”. Siamo andati a quel bar con i barili al posto dei tavoli, e lui guardava lontano con la testa, guardava un posto migliore, ascoltava un pensiero più bello. Come si dice di fare ai bambini mentre fanno la puntura o mentre finiscono di fare l’aerosol. Conta le pecore, pensa a una cosa che ti piace. Perchè quella cosa non ero io. Io ero il T-Rex.

Ci sono piccolissimi momenti in cui stare fermi entrambi è stupendo. E’ un momento di stallo prima di precipitare nell’immobilità, nel congelamento, nella fuga silenziosa. Sono frazioni di secondi in cui non fai in tempo a pensare a come finirà e allora ti accoccoli. Stai fermo lì, ma non per nasconderti. Stai fermo perchè ti illudi che sia un buon posto per morire o per addormentarti. Il bordo di un torace che non senti respirare, l’incavo di un’ascella che non puzza mai, il bordo di un divano prima che si annulli la distanza tra te e qualcuno che ha sempre gli occhi un po’ lucidi e luminosi, poco prima di chiuderli.

Spero di diventare grande e di farlo meglio, molto meglio di così. Per il momento, se qualcuno vi T-rexa non fatene una malattia.

 

 

 

 

 

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