C’è questo set di coperte dell’Ikea che avevo comprato un paio d’anni fa, quando avevo deciso che avrei dormito con giacomo magari per sempre. Il coprimaterasso è simile al verde acqua, il mio colore preferito. Il copripiumone e le federe invece hanno questa fantasia che richiama un cielo con le nuvole. Un giorno ero così felice e bella che mi ci ero sdraiata sopra e mi ero fatta una foto in primo piano, con i capelli tutti per aria  che sembrava davvero che stessi volando in un cielo disegnato. Avevo gli occhi molto più azzurri di quanto non siano in realtà, ma era la luce. O un filtro Instagram.

Dormo in queste lenzuola anche adesso che son da sola. A volte ci ho dormito con qualcuno, sperando sempre si addormentasse prima di me per non scoprirmi, per non farmi conoscere mentre russo e sbavo e sono la parte schifosa e più vera di me stessa. Stamattina mi ci sono svegliata dentro, per esempio. Ho mosso le gambe e mi sono immaginata che quel fresco della parte vuota di letto fosse l’aria del cielo mentre ci corri dentro, e poi saltelli da una molecola di azoto all’altra come i bambini sui sassi che escono dai ruscelli. Mi sono ricordata di colpo di tutte le bugie che mi dico e mi è sembrato che ognuna, improvvisamente, sfumasse e diventasse piano piano una scusa. Solo una scusa. Mi sono chiesta Per cosa? E mentre cercavo di rispondermi ho asciugato delle lacrime che non avevo ancora visto uscire, le ho appoggiate sulla federa del cuscino sfregandoci la faccia contro. Quando mi sveglio lacrimo sempre, ma non è come piangere. E’ un po’ meno.

Quando parlo di mio padre lo prendo sempre in giro. Non mi sento in colpa, perché lo faccio in modo intelligente, senza sminuire. A volte lo faccio anche con lui, direttamente. Non lo scredito perché farlo mi farebbe male. Perché è una persona di cui ho dentro metà di un patrimonio genetico, se ho capito bene. Ed ho addosso la versione femminile del suo naso e della sua faccia. Ho il suo modo di ingrassare (sempre poco e sempre lì), il suo modo di scherzare sembrando seria, alle volte arrabbiata. Ho guadagnato delle cose di lui senza volerle, e adesso che me ne accorgo ho bisogno di piangere. Ho guardato fuori dalla finestra e ho pensato a lui. Mi fa fatica ammettere di volergli bene così forte. Mi fa la stessa fatica di quando devo uscire dal piumone al mattino.

Per qualche anno ho abitato con mamma papà e beppe in una casa enorme vicino porta venezia. C’era la moquette rosa per terra. La casa me la ricordo bene, ma mi sono dimenticata quasi tutto il resto. C’è una cosa sola che sento dentro come fossi io per intero, e cioè la scena di me a quattro anni che faccio questo corridoio che non saprei dire lungo quanto. Arrivo in fondo e c’è la porta bianca della camera matrimoniale. Al centro della porta c’è una rientranza della forma di un pugno. E questo cratere ha dentro la rabbia di mio padre, che ora non saprei mai immaginare. Perché mio padre non è uno che trova la forza di tirare un pugno ad una porta, ma forse lo era. Quando chiudo gli occhi e mi immagino la rabbia io la disegno così. Rotonda, incastrata in una lastra di compensato che il giorno prima era intera. Entro nella stanza e c’è mio padre che mette delle calze in una valigia. Ha i capelli lunghi dietro, una specie di frangia davanti. E’ giovane da far spavento. Gli chiedo dove va, mi dice Va via, Papi. In terza persona singolare. Mi sforzo certi giorni per ricordarmi se intendesse via per sempre o via per un tour. Quando cerco quel punto della storia mi si annebbia tutto. Oggi che sono grande so che in realtà non cambia niente. Perché, per una bambina di trequattro anni, due giorni e per sempre sono esattamente la stessa cosa.

Avevo aspettato qualche secondo e avevo affondato la faccia nel letto, proprio di fianco alla valigia. Avevo pianto con gli occhi lì dentro e con la bocca spalancata. Avevo bagnato di bava il copriletto. Mio padre aveva detto Ma dai, cosa fai? Mi ero tirata su e mi ricordo che lui aveva sorriso. Poi, indicando la macchia sul letto, mi aveva detto Guarda cosa hai fatto. Era dolce, scherzava. Gli avevo sorriso anche io. Credo così di aver imparato a sentirmi abbandonata in questo modo qui, rotto e vergognoso, che si nasconde dietro a una battuta, ad un sorriso, al far sentire gli altri meno in colpa per me. Da queste cose non si guarisce, ma si impara. Bisognerebbe tutti soffrire davvero davanti agli altri, farlo per intero e senza censure. E nessuno dovrebbe ridere mai. Perché il dolore, anche il più piccolo, è una cosa seria.

E niente, stamattina poi mi sono tirata su ma senza ancora scoprirmi. Ho pensato tantissimo a mio padre. A come negli anni è cambiato il senso che gli do. Sono anche andata indietro a quando ho avuto quel mal di pancia fortissimo perché a casa sua non ci volevo stare. A quando da piccolina non dormivo in cameretta perché le lenzuola erano ruvide. A quando mi ha detto Ci vediamo poco, non dovresti stare così quando siamo insieme, e forse aveva gli occhi lucidi. Credo di avergli fatto male negli anni ma non mi sento in colpa, perché non volevo. Credo di averlo reso vulnerabile alla mia presenza, ma anche alla mia assenza. Come ha fatto lui con me quel giorno, con quella valigia sul letto e quei calzini e quella macchia di bava. Io ho quasi trent’anni e credo che volersi bene sia questa roba qui.

Quando sono uscita dal letto mi sono subito sentita meglio. C’era tanta luce, perché sto al nono piano. Ho pensato Tu guarda quante stronzate riusciamo ad inventarci pur di non ammettere che vogliamo bene a qualcuno che ci ha fatto male per sbaglio. Quante paure che appoggiamo addosso ai difetti degli altri pur di non ammettere che siamo bambini piccolissimi e basta. E che ci sentiamo abbandonati con niente. Amare mi piace da matti, sento una cosa dentro come quando vado  a Gardaland. Ho sempre messo l’amore per mio padre in un angolo, perché era più originale così. Perché fa più ribelle. Perché un padre con cui hai convissuto poco è un padre a cui puoi nascondere i sentimenti, volendo. E allora l’ho fatto sempre. Ho nascosto l’orgoglio, l’ammirazione, il dolore, tutto. Io oggi non voglio nascondere le cose, perché non riesco più. Cerco tanti problemi migliori di questa fatica che ho, ma sono tutte palle. La verità è che voglio bene a mio padre nel modo più normale possibile, ossia quello che ti fa dimenticare se quel giorno avesse detto Vado via di casa oppure Vado in tour. Perché non importa. Il cuore è abbastanza grande per tutte le distanze del mondo.

Ogni volta che qualcuno se ne va, prima di piangere provo a ridere. Me l‘ha insegnato lui quel giorno, senza volerlo. Così non lascio macchie da nessuna parte, e nessuno si sente di avermi fatto del male. La prossima volta che capita però faccio diverso. Bisogna sempre sempre sempre dire la verità.

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