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Di-Chiara-tutto

Mese

gennaio 2019

PAGNUGNA

Le persone hanno sempre paura. Da piccoli del buio. Da piccola io avevo paura anche di andare al piano di sopra, chissà cosa pensavo di vedere. Delle persone che non c’erano, dei fantasmi forse. Ricordo una volta mia nonna mi aveva comprato un vestitino bellissimo. Era rosso, da bambina bella. Mi aveva detto Corri vai a specchiarti di sopra che vedi come stai bene. Ero corsa di sopra ma ero tornata indietro prima di arrivare allo specchio. Avevo finto di essermi guardata, avevo detto Sì, che bello, grazie. Invece entrare da sola in una stanza chiusa, dentro ad una casa così grande, così infognata tra le colline, non ce la potevo proprio fare. Quanto vorrei che le persone avessero ancora paura del buio, o di stare da soli, o del vento forte che sposta le cose in giardino. Invece le persone grandi hanno paura delle cose troppo normali, o troppo difficili. Alcuni adulti hanno addirittura paura delle cose troppo felici.

Soffro quando le persone hanno troppa paura. Soffro anche io, quando ne ho. E’ una sofferenza continua ed inevitabile. Ma la cosa che davvero non riesco a spiegarmi è perchè le persone non si salvino con tutto il resto. Il mondo ha creato di tutto, e l’ha fatto per le persone, per salvarle, per sollevarle, per farle vivere lo stesso nonostante tutto. Nel mondo abbiamo tantissime cose pazzesche. Abbiamo le medicine, la luce, i piumoni, le stelle, il forno microonde, le grucce a forma di polipo per appendere i vestiti, i ferri da stiro, le lenzuola con sopra le cose che ci piacciono, le brioches, dei laser che curano i capelli che cadono. Ma poi cazzo, abbiamo le altre persone. Abbiamo altre persone da odiare quando siamo arrabbiati, abbiamo chi amare per finta quando ci sentiamo soli, abbiamo le persone per farci vedere nudi e sentirci accettati. Abbiamo le persone per sbagliare e farci perdonare.

Non dovremmo mai mai mai mandarci via a vicenda.

Mia mamma dice sempre PAGNUGNA al posto di paura. Lo dice in un modo che sminuisce il senso della cosa. Quando dice pagnugna è come deridere la paura in sè. Mi è sempre piaciuta quella parola. Mi fa sentire che è tutto piccolo. Non so perchè, ma mi fa venire fame.

Le persone sono cose bellissime, tutte. Quando piangono, quando non ascoltano, quando decidono per troppe persone, quando sono sicure di cose non vere, quando muoiono. Tutti ci meritiamo qualcosa di bellissimo dalle altre persone, perchè è tutto così difficile che dovremmo smettere di crescere e di contare il tempo con gli orologi. Dovremmo essere liberi di durare un secondo a letto e poi farci abbracciare per stare al caldo. Tutti si meritano che qualcuno porti il tiramisù, tutti meritano qualcuno che non lo mangi, io mi merito di dire Sono triste e di non ascoltare la risposta. Tutti si meritano qualcuno che si accoccoli vicino e parli nel sonno, che faccia ooooh e invece sta russando, qualcuno da rincorrere perchè il tempo non basta mai, qualcuno da accettare per come è. Dovremmo tutti avere modo di fare fatica, perchè è bellissimo. Dovremmo tutti spezzarci il cuore perchè dopo va bene uguale, avere qualcuno che dica Sono paziente, ho mille risorse. Qualcuno che aspetti finchè abbiamo paura di andare a specchiarci nella stanza dei nonni. Le persone hanno inventato le altre persone per stare meglio, eppure guardaci.

La paura più grande continua ad essere una bugia gigantesca: Ho paura di far male agli altri. Che poi è una banalissima paura del futuro, trasformata in altruismo. Sarebbe Ho paura che le cose vadano a quel modo. Ma come non lo vedi? Le cose vanno sempre a quel modo, il punto è un altro. Il punto è girarsi e guardarsi in faccia e dirsi una cosa buffa, che almeno per quel secondo ti dimentichi. Non ti ricordi neanche più di che cosa, ma te ne dimentichi.

Questa è una storia sbagliata come tante altre. E’ una di quelle che finiscono male perchè non iniziano e non continuano. E finiscono un giorno a caso con poca neve e poco tempo e poche cose vere da dirsi, perchè le cose vere da dirsi sono molto più semplici. Le cose vere hanno forme geometriche, non si scappa. Sono molto più facili. Non sono come il mal di testa, sono più come la camomilla. Sono cose tiepide, sono Tu mi piaci, oppure Sono stanco, oppure Abbi pazienza, oppure Vieni qui.

Le cose vere sono volersi bene, perchè è l’unica cosa. Oltre a quella non c’è nient’altro. E poi si è tristi.

Sotto gli alberi ci sono i pensieri

Dove finiscono i pensieri quando non puoi raccontarli? O le frasi carine quando non riesci a dirle, o a scriverle da qualche parte? Deve esserci un posto molto simile ad un cimitero, dove le tombe hanno quelle piccole fotografie rotonde in bianco e nero che la gente sceglie con tanta cura ma con scarsi risultati. Lì, sotto terra, forse ognuno nasconde  quelle cose lì. Quelle un po’ morte. Certe volte mi sento creepy perché tirar fuori le cose morte mi incuriosisce. Lo farei. Guarderei pure come diventa mio nonno dopo anni sotto il terriccio del Musocco. Chissà se ne sarei spaventata o se invece avrei il giusto distacco. Forse penserei che se non c’è anima, allora non è niente.

A Garabiolo, se arrivi in piazza e costeggi la chiesetta a piedi, trovi un sentiero di ciottolato che parte e va in su. Se cammini e superi le villette cominci a vedere un bosco. Quel bosco è pieno di gnomi, da piccola ne ero convinta. Niente fate, solo gnomi. Gente laboriosa insomma. Gente che si dà da fare. Se scavi alla base di certi alberi trovi tutti quei pensieri sommersi. Gli gnomi se ne occupano. Li ricevono ogni sera e durante la notte li interrano. Quando arrivi ad un pensiero sommerso te ne accorgi subito, perché hai la sensazione di vedere della polverina brillantinata che aleggia vicino alle radici, nel punto in cui fuoriescono dalla terra. Senti una cosa magica, allora puoi iniziare a scavare.

Non hanno una forma riconoscibile. Appena scoperchi è come sentirli col tatto, e con nient’altro. In quel bosco ci sono un sacco di frasi d’amore troppo banali per essere regalate a qualcuno. Ci sono un sacco di desideri di cose noiose, che nessuno ha il coraggio di desiderare per sé e per gli altri. Ci sono un sacco di inviti a cena ma senza la cena. Un sacco di proposte di andare al cinema, ma senza nemmeno poi la forza di uscir di casa. Se sei fortunato trovi i messaggi cancellati poco prima dell’invio, quelli che fanno vergognare. Perché c’era rabbia, o tristezza, o banalità. Allora uno cancella prima di inviare e si sente meglio. La maggior parte delle volte la gente dice quello che pensa, ma non sempre. Io certi giorni vorrei essere dentro la testa degli altri quando sono in silenzio, o quando cancellano il messaggio, o quando scrivono “ok ciao” invece che scrivere qualcosa di banale ma tenerissimo. O tremendo, al contrario. Perché è meglio arido che dolce, molto spesso. Meglio neutro che cattivo. O almeno così dicono.

Una volta ho trovato dei pensieri miei. C’era quella volta che avrei voluto dire “Sono triste ma tu non c’entri niente, solo che non riesco ad accettare di essere triste da sola. Ho bisogno di te”. Poi c’era quella volta in cui avrei voluto chiedere di andare a fare un picnic a Gaggiano, con dei panini al latte con dentro il prosciutto cotto Sofficette, che sa di cadavere sempre. Ci volevo mettere tanta maionese del tubetto. Volevo andarci in bici per poi stendere un telo e raccontargli delle storie così poco interessanti da farlo addormentare. Magari l’avrei lasciato parlare di sé, l’avrei guardato sguazzarci dentro finchè anch’io mi sarei addormentata di colpo. Sarebbe stato un bel pomeriggio, ma solo per me. Gli altri vogliono sempre cose diverse, allora mi vergogno e sto zitta. Ho trovato anche quella risposta che volevo inviare qualche tempo fa ad un ragazzo, in cui dicevo “Non devi trattarmi così, perché ci sto male”. L’ho rimessa subito sotto terra. Ci conoscevamo da troppo poco.

So essere estremamente poco speciale. Perché in fondo nessuno lo è. Ecco, anche in questo non sono speciale. Una persona me l’ha detto una volta “Sei speciale”. Ma ho pensato “Starà guardando da un’altra parte mentre lo dice”. La verità è che sono molto brava a fingermi speciale, ma altrettanto brava ad essere il contrario di straordinaria. E mi fa fatica ammettere quanto mi piacerebbe poterlo condividere. Smettere di fare fatica. Essere normale. Noiosa. Stare zitta e masticare un panino orribile senza nessuna storia da raccontare, senza nessun dolore fintamente interessante. Provare amore anche se non è legittimo. Anche se è presto. Dirgli “Senti non ho nessuna tragedia e nessun traguardo da vomitare fuori, ma posso venire da te a fare niente? Poi dormiamo. Domani magari sarà un giorno più speciale di oggi, perché saremo stati insieme”. Ho trovato anche quell’invito sotterrato da qualche parte nel bosco, lontano dai funghi.

Il pensiero che mi è piaciuto di più era ai piedi di una betulla. Diceva “Ciao, quando non capisco gli altri sento di avere paura. Ti va se stiamo abbracciati e mi spieghi cosa senti quando non posso vederti? Così domani ho meno paura di oggi”. Ho preso il pensiero in mano e l’ho rimesso subito via. E ho messo il cellulare lontano, che non si sa mai.

Ah, un altro carinissimo diceva così: “Buonanotte”. Proprio così. Buonanotte e  basta. L’ho stretto fortissimo sul petto, finchè l’ho sentito scricchiolare e quasi creparsi. Avrei voluto mi entrasse dentro per scaldarmi la pancia.

Buonanotte. Che razza di cosa.

(S)COPERTE

C’è questo set di coperte dell’Ikea che avevo comprato un paio d’anni fa, quando avevo deciso che avrei dormito con giacomo magari per sempre. Il coprimaterasso è simile al verde acqua, il mio colore preferito. Il copripiumone e le federe invece hanno questa fantasia che richiama un cielo con le nuvole. Un giorno ero così felice e bella che mi ci ero sdraiata sopra e mi ero fatta una foto in primo piano, con i capelli tutti per aria  che sembrava davvero che stessi volando in un cielo disegnato. Avevo gli occhi molto più azzurri di quanto non siano in realtà, ma era la luce. O un filtro Instagram.

Dormo in queste lenzuola anche adesso che son da sola. A volte ci ho dormito con qualcuno, sperando sempre si addormentasse prima di me per non scoprirmi, per non farmi conoscere mentre russo e sbavo e sono la parte schifosa e più vera di me stessa. Stamattina mi ci sono svegliata dentro, per esempio. Ho mosso le gambe e mi sono immaginata che quel fresco della parte vuota di letto fosse l’aria del cielo mentre ci corri dentro, e poi saltelli da una molecola di azoto all’altra come i bambini sui sassi che escono dai ruscelli. Mi sono ricordata di colpo di tutte le bugie che mi dico e mi è sembrato che ognuna, improvvisamente, sfumasse e diventasse piano piano una scusa. Solo una scusa. Mi sono chiesta Per cosa? E mentre cercavo di rispondermi ho asciugato delle lacrime che non avevo ancora visto uscire, le ho appoggiate sulla federa del cuscino sfregandoci la faccia contro. Quando mi sveglio lacrimo sempre, ma non è come piangere. E’ un po’ meno.

Quando parlo di mio padre lo prendo sempre in giro. Non mi sento in colpa, perché lo faccio in modo intelligente, senza sminuire. A volte lo faccio anche con lui, direttamente. Non lo scredito perché farlo mi farebbe male. Perché è una persona di cui ho dentro metà di un patrimonio genetico, se ho capito bene. Ed ho addosso la versione femminile del suo naso e della sua faccia. Ho il suo modo di ingrassare (sempre poco e sempre lì), il suo modo di scherzare sembrando seria, alle volte arrabbiata. Ho guadagnato delle cose di lui senza volerle, e adesso che me ne accorgo ho bisogno di piangere. Ho guardato fuori dalla finestra e ho pensato a lui. Mi fa fatica ammettere di volergli bene così forte. Mi fa la stessa fatica di quando devo uscire dal piumone al mattino.

Per qualche anno ho abitato con mamma papà e beppe in una casa enorme vicino porta venezia. C’era la moquette rosa per terra. La casa me la ricordo bene, ma mi sono dimenticata quasi tutto il resto. C’è una cosa sola che sento dentro come fossi io per intero, e cioè la scena di me a quattro anni che faccio questo corridoio che non saprei dire lungo quanto. Arrivo in fondo e c’è la porta bianca della camera matrimoniale. Al centro della porta c’è una rientranza della forma di un pugno. E questo cratere ha dentro la rabbia di mio padre, che ora non saprei mai immaginare. Perché mio padre non è uno che trova la forza di tirare un pugno ad una porta, ma forse lo era. Quando chiudo gli occhi e mi immagino la rabbia io la disegno così. Rotonda, incastrata in una lastra di compensato che il giorno prima era intera. Entro nella stanza e c’è mio padre che mette delle calze in una valigia. Ha i capelli lunghi dietro, una specie di frangia davanti. E’ giovane da far spavento. Gli chiedo dove va, mi dice Va via, Papi. In terza persona singolare. Mi sforzo certi giorni per ricordarmi se intendesse via per sempre o via per un tour. Quando cerco quel punto della storia mi si annebbia tutto. Oggi che sono grande so che in realtà non cambia niente. Perché, per una bambina di trequattro anni, due giorni e per sempre sono esattamente la stessa cosa.

Avevo aspettato qualche secondo e avevo affondato la faccia nel letto, proprio di fianco alla valigia. Avevo pianto con gli occhi lì dentro e con la bocca spalancata. Avevo bagnato di bava il copriletto. Mio padre aveva detto Ma dai, cosa fai? Mi ero tirata su e mi ricordo che lui aveva sorriso. Poi, indicando la macchia sul letto, mi aveva detto Guarda cosa hai fatto. Era dolce, scherzava. Gli avevo sorriso anche io. Credo così di aver imparato a sentirmi abbandonata in questo modo qui, rotto e vergognoso, che si nasconde dietro a una battuta, ad un sorriso, al far sentire gli altri meno in colpa per me. Da queste cose non si guarisce, ma si impara. Bisognerebbe tutti soffrire davvero davanti agli altri, farlo per intero e senza censure. E nessuno dovrebbe ridere mai. Perché il dolore, anche il più piccolo, è una cosa seria.

E niente, stamattina poi mi sono tirata su ma senza ancora scoprirmi. Ho pensato tantissimo a mio padre. A come negli anni è cambiato il senso che gli do. Sono anche andata indietro a quando ho avuto quel mal di pancia fortissimo perché a casa sua non ci volevo stare. A quando da piccolina non dormivo in cameretta perché le lenzuola erano ruvide. A quando mi ha detto Ci vediamo poco, non dovresti stare così quando siamo insieme, e forse aveva gli occhi lucidi. Credo di avergli fatto male negli anni ma non mi sento in colpa, perché non volevo. Credo di averlo reso vulnerabile alla mia presenza, ma anche alla mia assenza. Come ha fatto lui con me quel giorno, con quella valigia sul letto e quei calzini e quella macchia di bava. Io ho quasi trent’anni e credo che volersi bene sia questa roba qui.

Quando sono uscita dal letto mi sono subito sentita meglio. C’era tanta luce, perché sto al nono piano. Ho pensato Tu guarda quante stronzate riusciamo ad inventarci pur di non ammettere che vogliamo bene a qualcuno che ci ha fatto male per sbaglio. Quante paure che appoggiamo addosso ai difetti degli altri pur di non ammettere che siamo bambini piccolissimi e basta. E che ci sentiamo abbandonati con niente. Amare mi piace da matti, sento una cosa dentro come quando vado  a Gardaland. Ho sempre messo l’amore per mio padre in un angolo, perché era più originale così. Perché fa più ribelle. Perché un padre con cui hai convissuto poco è un padre a cui puoi nascondere i sentimenti, volendo. E allora l’ho fatto sempre. Ho nascosto l’orgoglio, l’ammirazione, il dolore, tutto. Io oggi non voglio nascondere le cose, perché non riesco più. Cerco tanti problemi migliori di questa fatica che ho, ma sono tutte palle. La verità è che voglio bene a mio padre nel modo più normale possibile, ossia quello che ti fa dimenticare se quel giorno avesse detto Vado via di casa oppure Vado in tour. Perché non importa. Il cuore è abbastanza grande per tutte le distanze del mondo.

Ogni volta che qualcuno se ne va, prima di piangere provo a ridere. Me l‘ha insegnato lui quel giorno, senza volerlo. Così non lascio macchie da nessuna parte, e nessuno si sente di avermi fatto del male. La prossima volta che capita però faccio diverso. Bisogna sempre sempre sempre dire la verità.

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