Una volta non ho avuto le mestruazioni per cinque mesi. Era il 2014 mi pare. Non sono mai stata regolare, ma cinque mesi uno dice “Ok calma, qualcosa non va”. Ricordo che il mio ginecologo mi aveva accolta col sorriso di chi sta per diagnosticare una gravidanza, finalmente in un utero giovane anziché nell’ennesima over 35. Il suo studio medico è molto neutro. Non ha colori, ad eccezione di qualche accenno di rosa salmone nello stanzino dove ci si spoglia. La prima volta ero sbucata fuori con la testa dalla tendina e avevo chiesto se dovessi togliere anche le mutande. Mi faceva molto ridere pensarmi vestita tutta sopra, ma tutta nuda sotto. Però in effetti le mutande andavano tolte, se no come si fa? Mi aveva sorriso annuendo e dicendo proprio questo. E’ un uomo molto dolce. Molto donna.

Non ero incinta, ovviamente. E non c’era niente che non andasse, ovviamente. Oggi ci ripenso e mi sento come se sapessi il perché di quella cosa. E’ che non ero pronta. C’era qualcosa a cui non ero pronta. Il dottore mi aveva detto solo “Stai tranquilla, che arriva”. Boh.

L’atro giorno mia madre mi ha detto che il mio problema nella vita sono le aspettative. “Hai aspettative troppo alte” deve avermi detto. In realtà credo avesse ragione, ma forse avrei tolto l’aggettivo “alte” alla fine. HAI ASPETTATIVE TROPPO, punto. Tac, dieci anni di terapia in venti minuti di pranzo vegano indigesto (di merda). A parte tutto, c’è una linea sottile che non avevo colto in questo banalissimo discorso. E adesso faccio partire la slide, “Innanzitutto grazie per la domanda”. E lo spiego.

Quando sto ovulando ho 48 ore in cui sento una cosa che mi stringe vicino all’inguine. Certi mesi lo fa a destra, certi mesi a sinistra. Non è un dolore lancinante, per lo meno io lo sopporto facilmente. Lo vivo come un avvertimento del mio corpo, inizio a prepararmi per qualcosa. Mi sento come se dovessi apparecchiare una tavola, come se dovessi stirarmi i capelli prima di un appuntamento. Come il secondo prima che l’ascensore arrivi al piano, e ti specchi e cerchi la faccia giusta prima di dire ciao senza far vedere troppi denti o troppe rughe sulle guance. Prepararsi alle cose non è sbagliato. Anzi, credo che nell’attesa ci sia una cosa profumatissima, mi viene in mente lo zucchero a velo. Prepararsi fa parte dell’essere dentro alla cosa. Quando inizia ad esistere una sensazione, prepararsi a viverla è come assecondarla e basta. Non c’è ansia, c’è emozione. C’è la cosa che mi veniva da piccola quando vedevo i cavalli, o la mamma, o l’isola di Tavolara dal gommone, o un cane.

L’utero si prepara ogni mese per cose che la nostra testa sa benissimo se potranno o non potranno avvenire. Ma l’utero non ci caga, lui si prepara. L’ovaio fa l’uovo, lo caga fuori e addobba l’endometrio per una festa che probabilmente non comincerà. E’ una cosa spettacolare. Specialmente per una come me, che non solo vuole sapere se la festa comincerà, ma vuole anche sapere se sarà bella o brutta o media. Io vorrei sapere tutto prima. Vorrei sapere se il lavoro mi stancherà più di quanto mi immagini, se i capelli mi staranno bene o se piangerò una volta uscita dal parrucchiere, se quello che scrivo mi piacerà mai per davvero, se il ragazzo magro mi farà del male al cuore, se lo farà quello basso, quello che se n’è andato, quello che ancora non è mai arrivato. Se starò bene in una casa diversa da questa, se ne varrà la pena, voglio sapere se mi riprenderò, se sarà difficile. E quanto difficile. Avere la merda nel cervello non mi ha mai impedito di vivere le cose. Sono anche riuscita a convincermi di aver vissuto le cose a pieno, la maggior parte delle volte. Ma non è vero niente. Non basta, manca ancora un pezzo gigante. Mi servono le mestruazioni nel cervello per riuscire a prepararmi alle cose senza aspettarmi mai niente. Mi serve farle lo stesso, ogni volta uguale.

Quando le cose si sfaldano è perché le hai fatte. Quando finisce il ciclo c’è un senso di vuoto felice, perché ancora una volta ci abbiamo provato. Grazie ovaie, grazie raga, bravi tutti. E’ come l’applauso dopo la partita persa, quando ci giriamo verso il pubblico e facciamo “Grazie per averci creduto”. Chissà se io ci ho mai creduto veramente. Forse no. Però ecco, sono ancora ampiamente in tempo per rimproverarmelo. Sono in tempo per imparare dal mio corpo che prepararsi è fantastico, che bisognerebbe vivere preparandosi sempre e basta. Preparandosi senza neanche sapere a cosa. Ovulare anche se non si vuole un figlio, avere il batticuore anche se non ci si vuole fidanzare, dire “Sono stata felice” anche se quell’altro non legge il messaggio, sentirsi a casa anche se domani non ci sono più i muri della casa, o il pavimento, o la casa stessa. Per esempio questa cosa l’ho scritta perché mi serviva, ma non sapevo se avrebbe fatto cagare. Ecco, ora che l’ho finita fa cagare. Sembra una roba da appendere in consultorio vicino al cartellone pubblicitario del tantum rosa. Ma non potevo saperlo prima, e l’ho fatto lo stesso. Direi che sono sulla strada giusta per cominciare a far le cose come dio comanda. Cioè farle a prescindere.

Slide finale: “Grazie per l’attenzione”, con la scimmia che sbadiglia sullo sfondo. Come non mi fa ridere mai, quella cosa, eppure la fate tutti. Ma fatela lo stesso, bravi. Giusto.