Quando prelevo del sangue da un uomo chiedo sempre il nome cognome e data di nascita prima di bucare. E’ il protocollo, serve a non sbagliare persona.  Mi piacerebbe fare la stessa cosa quando prelevo amore dai cuori degli uomini. Come ti chiami, chi cazzo sei, cosa cazzo fai nella vita. Non è mai abbastanza. Dovrei mangiare le persone e poi digerirle. Poi forse con calma, dopo una pennichella, sarei pronta a prelevare cose. Sangue, saliva, battiti cardiaci, storie sui genitori, storie di vacanze, storie di canzoni che si vorrebbe aver scritto noi, orari sbagliati o non consoni, storie di amori rotti di cui si tengono i frammenti e si fanno dei paciughi di collage col vinavil impiastricciato che si secca sul palmo delle mani. Poi lo togli e sembra pelle morta. Perché è davvero pelle morta, secca, decomposta, putrefatta.

Se sapessi scrivere una canzone parlerebbe di sangue prelevato, di etichette coi nomi, di bicchieri di vino che alterano l’esito della funzionalità epatica, di uomini che si passano la mano tra i capelli come fosse l’ultima volta possibile. Perché gli uomini sono sempre più calvi, ogni giorno. E si toccano i capelli con la paura di sentirne già meno di ieri, ma non toccano la mia pelle con la paura che sia l’ultima volta. Perché io quando chiudo la porta sorrido sempre e canto le canzoni di calcutta, oppure faccio la maglia e spiego che è così che sono andata avanti. Avanti da cosa? Nessuno lo chiede mai, forse si legge già nei miei occhi. Sono andata avanti agli anni che passano. Per me, ma soprattutto per gli altri che si ammalano e hanno storie tristi da raccontare ma sbavano troppo per farlo decentemente. Sbavano per l’amore che hanno rimandato a domani. Che domani era già oggi, cazzo.

[Un ragazzo bello una sera è venuto da me sul tardi, senza sapere niente di me. Ha parlato con intelligenza di serie tv, e quando si è stufato di essere virile ha dormito stringendomi per tutta la notte. Non mi ha amata nemmeno nel secondo di incertezza in cui poteva essere possibile che non gliela dessi. La mattina aveva uno spazzolino suo. L’ha usato e con quell’alito fresco mi ha baciata come si baciano le mogli sexy. Poi è sparito dietro l’angolo del pianerottolo ed io mi sono raccontata che ho vinto una battaglia.  Una battaglia che sapeva di collutorio e storie inventate, su quanto mi facciano tristezza i matrimoni degli altri o le persone innamorate che si annoiano davanti a Netflix.]

La verità è che quando prelevi del sangue sai già esattamente cosa andare a cercare e dove ed in quanto tempo. Una volta riempita la provetta il laboratorio preleverà le molecole di interesse e scarterà la parte superflua. Già quando stringi il laccio e guardi la vena inturgidirsi e arrossarsi sai esattamente quale sia l’obiettivo finale. Perché la provetta per l’emocromo è viola, quella della coagulazione è azzurra e così via. E’ un furto mirato, pianificato da prima. Dimmi nome e cognome ed io quantificherò la tua anemia. Nella vita vera invece puoi sapere le cose solo guardando, ascoltando, aspettando che il tempo passi e che nessuno dei due scappi dalla porta mentre l’altro va a fare pipì.

[Quel ragazzo piccolino una volta ha detto che prima di comprarmi una bicicletta l’avrebbe dovuta provare lui. Ho sentito la stessa cosa che sentivo quando ero più piccola e mia madre frenava di colpo in macchina e prima ancora di farlo aveva già messo il braccio davanti al sedile passeggero dove stavo io. Lo faceva per bloccarmi, per non farmi sbattere sul cruscotto, per salvarmi la vita. Un’altra volta mi ha aspettata ad un incrocio perché dovevamo dirci che io ero contenta di aver vinto un lavoro vero. Era felice come me, o poco meno. Mi è sembrato assurdo. Ho sentito caldo nel cuore, come se qualcuno l’avesse tenuto stretto tra i palmi delle mani per qualche minuto, sotto la tormenta di neve. Come quando il mio secondo papà mi faceva togliere le mani dai guanti da sci mentre facevamo la salita in seggiovia, poi scaldava le mie dita tra le sue, poi soffiava nel guanto così quando rientravo dentro era tutto bollente. Durava poco, ma era di quelle cose che durano poco ma ne vale la pena poi per tutto il resto della vita.]

Il sangue è una cosa bellissima. Quelli che si impressionano è solo per colpa dei film splatter, o delle storie dell’orrore. O forse perché pensano che le cose che stanno dentro al corpo non dovrebbero mai uscire. Invece escono eccome. E poi un prelievo non è come sanguinare. Perché quando sanguini esce da solo, ed esce tutto intero, e non sai dove va a finire anche se puoi prevederlo. Magari si annida tra le piastrelle della cucina quando cola per terra, o si appoggia sul tagliere vicino alla cipolla che stavi facendo a pezzi per il soffritto. Un prelievo di sangue invece è tutto di testa. E’ ponderato, voluto. E’ una risposta a delle domande specifiche. E quando le risposte le hai finalmente dentro a delle provette allora è tutto molto più confortante, più in ordine. Come se vedere solo alcune cose chiuse dentro a del vetro fosse migliore che vederle tutte assieme di colpo, in un moto esplosivo di caos rosso scuro. Come se guardare l’acquario di Genova fosse migliore che nuotare nell’oceano atlantico senza niente, tutti bagnati di mare cattivissimo e pericolosissimo. Da piccola amavo l’acquario di Genova, adesso amo i prelievi di sangue. In un certo senso ho sempre preferito non rischiare. Sentire solo alcune risposte invece che tutte, nuotare solo fin dove si toccava e mai oltre la boa del nostro gommone BAT arancione. Però all’oceanario di lisbona avrei voluto essere dentro a quell’enorme cilindro e nuotare attaccata a quei pesci assurdi che forse si chiamano pesce sole. L’ho immaginato così forte che mi sembrava di esserci, con l’eco di quando sei sott’acqua e la luce di quando guardi la superficie e c’è il sole che sbarluccica e tu sei solo una cosa piccolissima in mezzo a tante altre.

[Un ragazzo lungo e magro una volta aveva delle castagne nella borsa. Ogni tanto tirava fuori dei piccoli vermi e li buttava fuori dal sacchetto. Non ho saputo pensare niente di male. Sono rimasta a guardare, da lì in poi. Ho capito che ci sono cose che non riesci a prelevare, molecole nel sangue che non sapresti in che provetta mettere perché non si possono analizzare. Ci sono schizzi di sangue che non riesci a schivare per tempo, storie che non fai in tempo a non raccontare per intero perché spruzzano fuori come da un’arteria femorale che non si tampona. Quel ragazzo era come una volpe, ma senza essere una volpe. Aveva qualcosa di delicato o indefinito, per il quale pensavo di dover essere sempre concentrata al massimo. Mi girava la testa a volte, ma era come ballare. E conoscerlo è stato come far uscire poco sangue per volta, goccia a goccia, senza avere nessuna provetta alla mano per raccoglierlo. Senza poterlo raccogliere.]

Farmi conoscere è come far zampillare fiotti di me sulle ferite aperte degli altri. Allora mangio, ingoio, cammino, rido, guardo film, scrivo storie, così allento la pressione. Così, quando qualcuno vorrà farmi un prelievo, in me ci sarà meno sangue di adesso, e le risposte saranno più piccole, tascabili. Grosse come provette, da infilare nella tasca interna di una giacca da mezza stagione.

Biognerebbe sempre vestirsi a strati, specialmente di questi tempi.

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