Si dice sempre che le persone facciano fatica a volersi bene al giorno d’oggi. Si torna sempre indietro per cercarne i motivi. Forse da piccoli. Forse da adolescenti. Forse quella vecchia storia finita male. Insomma problemi alla base, problemi ormai vecchi, nati prima. Il problema è sempre indietro, perchè in quel modo non è più risolvibile ma soltanto giustificabile. Accettabile, per i più bravi. Per le persone pazienti diventa una parte di sè, come tante altre. Per i più stupidi diventa un ingombro, un biglietto da visita, un capro espiatorio.

Ho ancora il libro delle fiabe di quando ero piccola. “Storie della buonanotte al Grande Albero”. Una raccolta di racconti ambientati in questo albero secolare in cui i personaggi fanno da cavia per portare esempi di errori, lezioni di vita e cose del genere. La mia preferita si chiama “Storia di un amore complicato”. Sono abbastanza certa non fosse la mia preferita, a suo tempo. Perchè se l’avessi sentita prima, se l’avessi imparata, oggi sarei un pochino diversa. Ho provato a dirmi che il problema è lì,  in quella storia, in quel vecchio periodo. Poi mi son detta che non è vero. Il problema c’è anche adesso, non esiste prima e non esiste dopo quando si parla di problemi. Ce l’ho davanti agli occhi il problema, saltuariamente ce l’ho nel letto, sul divano, in un boccale di birra che mi fa schifo, nelle lenzuola da cambiare al fine settimana.

Quelli saggi dicono che c’è il presente, e niente altro. Allora metto le mani in questo impasto e macino i grumi fino ad averlo ben amalgamato e poi lo prendo in mano. Ha la forma del libro del grande albero, così pieno di pagine strappate e pasticciate coi primi tentativi di scrittura del mio nome. CHIARA con la R al contrario, ma per il resto è giusto. Un bel nome per una bambina bionda col caschetto che si mangia le pellicine delle mani.

La storia è lunga due pagine e racconta la paura di raccontarsi l’amore a vicenda. Otto Leprotto ama Lucia Lucertola e anche lei ama lui. Ma Otto è convinto che lei lo odi e lo consideri un coglione, mentre Lucia è convinta che lui ami la contessa Gazza Gazzelloni (gran troione). Nessuno fa il primo passo perchè nessuno mai al mondo fa un primo passo col rischio di sprofondare nella realtà. O meglio in quella proiezione orribile della realtà, in quella prospettiva che è la peggiore possibile. Abbiamo tutti paura di volerci bene perchè gli altri potrebbero non volercene, e non è complicato, è tutto lì. Eppure scegliamo sempre strade alternative per non essere banali. E allora “Non credo nella coppia perchè la monogamia è stata inventata a tavolino. Non credo nell’amore perchè non esiste, perchè l’hanno inventato quelli che fanno le pubblicità dei detersivi. Non credo nel matrimonio perchè annienta l’individualismo e io sono individualista. Sono single perchè le relazioni sono trappole senza mai lieto fine e qualcuno poi soffre, perchè i sensi di colpa, perchè la noia, perchè poi prima o dopo tutti vogliamo scoparci altra gente e iniziamo a farci schifo”. Alla fine Otto Leprotto trova la stringa della scarpa di Lucia Lucertola e se la stringe al cuore per tenere questo amore segreto vicino al petto, per scaldarsi senza essere visto. Ma Lucia lo vede. Allora mi ami sì? Allora posso amarti anch’io. Fiù, menomale. Speriamo che nessuno si faccia del male dopo che ci siamo baciati finalmente davanti al grande albero.

Non dico che sia una bella storia, ma è una storia vera. E’ una storia che spero non sarà la mia, perchè spero un giorno di avere più coraggio di Otto Leprotto. Spero di non aver più bisogno di far ingelosire tramite Gazza Gazzelloni, di scappare, di inventarmi diversa ogni giorno per non sembrare noiosa. Spero di trovare la stringa di Lucia per terra e di avere il coraggio di portargliela e dirle che mi piace la sua stringa. Che avrei voluto tenermela come nastro per capelli. Ah, è un esempio a sessi invertiti. Non sono lesbica.

Ancora quel coraggio non ce l’ho, ma sto svegliandomi ogni giorno con delle cose in più addosso, e mi prometto che andrà sempre meglio. Mi tengo strette le cose con un metro di distanza, ma piano piano mi avvicino. Se mi avvicino un po’ di più sento le extrasistole di qualcuno che mi dorme dietro, sento l’odore strano e dolciastro di un racconto carino, sento qualche bacio senza nome, senza il caffè del mattino, con una birretta Ichnusa bevuta per strada. Sento poche cose per volta, le cose piccole e dolci che troviamo la forza di regalarci. E sento comunque anche paura, il disinteresse, la superficialità. Ma non ne faccio più una malattia. D’altra parte sto crescendo da 28 anni senza tregua. E a 28 anni sono ancora con le lenzuola stropicciate a raccontarmi che mia nonna ha gli occhi viola e che mio nonno fa l’olio e che ho questo libro bellissimo che parla d’amore con lo stesso linguaggio dei bambini, e che dovremmo parlare anche noi così, e che i bambini fanno oh, che meraviglia. Poi si ride di gusto e si torna a casa. Perchè si torna sempre a casa e chiusa parentesi. Come la C del mio nome, ma girata al contrario pure quella. Allora ciao eh, chiusaparentesi).