Qualche giorno fa ho sentito un’intervista ad Alessandro Borghi, l’attore scelto per interpretare gli ultimi sette giorni della vita di Stefano Cucchi in questo nuovo film di Alessio Cremonini. Raccontava che, essendo lui alto 1.87, il cast ha dovuto includere solo attori e comparse di una certa stazza. Perchè Cucchi era minuto, fragile. E allora tutto il resto doveva sembrare grande rispetto a lui. Oggi, mentre guardavo il film, mi sono completamente scordata di questa cosa. Non c’era niente di grande e niente di piccolo. Solo pochissima luce e un filo di voce incastrata.

“Sulla mia pelle” è un buon film. E’ un film che racconta la storia di una persona senza che quella persona ci sia realmente. A reggere la responsabilità di quest’assenza c’è Alessandro Borghi, volto già noto per chi si è sparato Suburra (io no), e voce già sentita in quell’accento marcatamente romano proprio in quell’occasione. La voce qui però è forse la metà del lavoro. Un lavoro a regola d’arte, devo dire. E’ un costante bisbiglio ciancicato, carico di vergogna, sempre nascosto per tre quarti, nella speranza di essere sentito ma forse anche no. Perchè è vero che la storia di Cucchi ti tira uno schiaffo in faccia e ti dice di prendere una posizione. Ma forse, se il film lo guardi come cristo devi guardarlo, quella voce (che senti solo alzando il volume di qualche tacca) sembra suggerirti una cosa diversa. Sembra dirti di capire sì la storia, ma di non fermarti a quello. Che il punto non è la sua storia, o la sua pelle. Il punto siamo tutti noi.

Non sono abbastanza brava per dire se il film sia registicamente fatto bene. Posso permettermi di dire che le luci mi sembrano studiate. C’è una penombra costante che sembra sempre tutt’altro che casuale. Ci sono principalmente due tipi di luce: la prima è un quasi buio, in cui la faccia di Borghi è sempre nascosta, quasi ad esaltare la curiosità del pubbico verso i lividi che il protagonista ha in volto, ma anche verso la sua fisionomia (che Borghi riproduce bene ma non abbastanza, essendo bello); la seconda invece è una sorta di luce da neon, artificiale e squallida, da sala d’attesa. Il film in sè è una lunga attesa che non finisce. O meglio finisce male, come tutti sappiamo. Finisce proprio con il secondo tipo di luce, quella dell’obitorio in cui finalmente le ferite di Stefano si vedono, col suo pallore e la sua storia raccontata solo per meno di metà.

Intorno al protagonista orbitano svariate figure professionali. Le forze dell’ordine in primis, a cui il regista ha dato accezioni molto sfumate ed eterogenee, contro ogni aspettativa. Carabinieri e secondini non sono cattivi e basta, sono schifosi, omertosi, a tratti spaventati, rabbiosi, non professionali poi professionali, più umani, meno umani, con più tatto, con meno tatto. Perchè chi ha visto e toccato Cucchi non sono state solo tre persone, ma tante, tantissime, tutte diverse. Ed era giusto che il film non fosse soltanto un’accusa all’abuso di potere, ma anche. Che non fosse solo di parte, ma quasi. Quello che passa di certo è che c’è uno schema sbagliato nella società, ed è forse questo il primo grande tema della pellicola. Passa che chi garantisce la nostra incolumità a questo mondo lo fa troppo spesso dall’alto, giudicandoci, incasellandoci (ed ecco qui l’unica banalità di questa storia, che però non è mai stucchevole a ripetersi). Ci si rende conto che far rispettare delle regole è ancora un lavoro per persone che crescono con la convinzione di dover fare (ahi loro, ma anche no) la parte dei cattivi perchè qualcuno deve pur farlo. E in questo senso si sentono piccoli eroi cattivi, ma con motivazioni perverse e sbagliate. L’idea che mi sono fatta io (da infermiera, lo ammetto) è che anche loro siano figure di aiuto, proprio come medici, soccorritori, professionisti della salute. Si tratta sempre di assistere gli altri. Il loro ruolo però è come se fosse, i certi casi, passato attraverso un orribile tritacarne fatto di clichè, ideologie politiche di bassa lega e aspettative non soddisfatte. Questo agli occhi di chi (lo ammetto eh, non me ne vogliano i canazza) coi carabinieri ci ha litigato una volta sola e per futili motivi. Perciò prendetemi per quello che valgo. Ma ecco, è come se l’unico loro filtro per rivolgersi alle persone fosse quello di chi ha ottenuto la divisa con l’idea di farsi rispettare a nome di qualcosa di più grande, invece che con l’idea di salvare le persone dai loro errori. Perchè con quella divisa, a pensarci meglio, si potrebbe essere proprio questo. Persone che ti puniscono per salvarti dai tuoi errori, anzichè persone che ti puniscono per i tuoi errori. Sembra sottile, ma è più o meno la differenza che c’è tra educare e combattere.

Il secondo grande tema è strettamente connesso al primo. Quando è lecito chiedere aiuto? Cucchi aveva promesso delle cose e non le aveva rispettate. Aveva deluso ancora la sua famiglia. Col senno di poi aveva detto delle bugie. Aveva commesso reati, si era fatto del male pesando sugli altri. Era debole. Eppure, così rotto e sbagliato, per tutto il film chiede aiuto a denti stretti e nessuno si sente legittimato ad ascoltarlo meglio di come si riesce. Chiede aiuto in quel modo stupido dei ragazzini, che è “andate via, lasciatemi in pace”, ma lo fa. E sembra che intorno, a parte la famiglia, nessuno avrebbe avuto gli strumenti per capirlo per davvero.

Io dall’altra parte ci sto otto ore al giorno. Le persone non sempre vogliono farsi aiutare. Però garantisco che tante volte vorrebbero. Solo che pensano di non poter chiedere salvezza un’altra volta, non anche oggi, non dopo tutto quello che è venuto prima. E tante volte mi dico che noi altre persone siamo qui per questo. Per tirare fuori le ultime briciole di egoismo dalle persone, per raschiare le ultime gocce di orgoglio che sono quelle che permettono alla gente di non morire, di non farsi ammazzare, di sbagliare ancora. Non si ottiene molta gratitudine in cambio, ma va bene lo stesso. Mi viene in mente quella notte che feci da studente in pronto soccorso. C’era un ubriaco che continuava a cadere di fronte alle macchinette della sala d’attesa dei codici verdi, ubriaco e strafatto. Lo chiamavano Birillo, a buon motivo. Veniva spesso e spesso veniva accettato, tenuto in osservazione per la notte, poi si autodimetteva e ricominciava da capo. Qualcuno, vedendomi dispiaciuta quando rifiutava di curarsi per i suoi mali, mi aveva detto sorridendo “Non possiamo salvarli tutti”. Ne avevamo riso per non piangerne. Era vero.

Questo film va visto e questa storia va conosciuta. E quando il film finisce dobbiamo essere tutti persone migliori. Perchè se la sua pelle non c’è più, beh c’è sempre la pelle degli altri. Dobbiamo cercare di capire anche quello che è scomodo, dobbiamo alzare il volume se si sente male, dobbiamo chiedere di ripetere una volta in più se ci è sfuggita una parola, dobbiamo cercare il senso anche dentro i deliri degli altri, perchè potrebbero non essere deliri ma richieste di aiuto. Dobbiamo giudicare meno e capire di più. Dobbiamo vivere in un posto dove se si sbaglia si paga, ma in cui chiedere scusa e riprovarci sia sempre lecito. Un mondo in cui nessuna posizione sia troppo sfavorevole per alzare la mano e dire la verità ad alta voce.