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Di-Chiara-tutto

Mese

settembre 2018

Storie della buonanotte al Grande Albero

Si dice sempre che le persone facciano fatica a volersi bene al giorno d’oggi. Si torna sempre indietro per cercarne i motivi. Forse da piccoli. Forse da adolescenti. Forse quella vecchia storia finita male. Insomma problemi alla base, problemi ormai vecchi, nati prima. Il problema è sempre indietro, perchè in quel modo non è più risolvibile ma soltanto giustificabile. Accettabile, per i più bravi. Per le persone pazienti diventa una parte di sè, come tante altre. Per i più stupidi diventa un ingombro, un biglietto da visita, un capro espiatorio.

Ho ancora il libro delle fiabe di quando ero piccola. “Storie della buonanotte al Grande Albero”. Una raccolta di racconti ambientati in questo albero secolare in cui i personaggi fanno da cavia per portare esempi di errori, lezioni di vita e cose del genere. La mia preferita si chiama “Storia di un amore complicato”. Sono abbastanza certa non fosse la mia preferita, a suo tempo. Perchè se l’avessi sentita prima, se l’avessi imparata, oggi sarei un pochino diversa. Ho provato a dirmi che il problema è lì,  in quella storia, in quel vecchio periodo. Poi mi son detta che non è vero. Il problema c’è anche adesso, non esiste prima e non esiste dopo quando si parla di problemi. Ce l’ho davanti agli occhi il problema, saltuariamente ce l’ho nel letto, sul divano, in un boccale di birra che mi fa schifo, nelle lenzuola da cambiare al fine settimana.

Quelli saggi dicono che c’è il presente, e niente altro. Allora metto le mani in questo impasto e macino i grumi fino ad averlo ben amalgamato e poi lo prendo in mano. Ha la forma del libro del grande albero, così pieno di pagine strappate e pasticciate coi primi tentativi di scrittura del mio nome. CHIARA con la R al contrario, ma per il resto è giusto. Un bel nome per una bambina bionda col caschetto che si mangia le pellicine delle mani.

La storia è lunga due pagine e racconta la paura di raccontarsi l’amore a vicenda. Otto Leprotto ama Lucia Lucertola e anche lei ama lui. Ma Otto è convinto che lei lo odi e lo consideri un coglione, mentre Lucia è convinta che lui ami la contessa Gazza Gazzelloni (gran troione). Nessuno fa il primo passo perchè nessuno mai al mondo fa un primo passo col rischio di sprofondare nella realtà. O meglio in quella proiezione orribile della realtà, in quella prospettiva che è la peggiore possibile. Abbiamo tutti paura di volerci bene perchè gli altri potrebbero non volercene, e non è complicato, è tutto lì. Eppure scegliamo sempre strade alternative per non essere banali. E allora “Non credo nella coppia perchè la monogamia è stata inventata a tavolino. Non credo nell’amore perchè non esiste, perchè l’hanno inventato quelli che fanno le pubblicità dei detersivi. Non credo nel matrimonio perchè annienta l’individualismo e io sono individualista. Sono single perchè le relazioni sono trappole senza mai lieto fine e qualcuno poi soffre, perchè i sensi di colpa, perchè la noia, perchè poi prima o dopo tutti vogliamo scoparci altra gente e iniziamo a farci schifo”. Alla fine Otto Leprotto trova la stringa della scarpa di Lucia Lucertola e se la stringe al cuore per tenere questo amore segreto vicino al petto, per scaldarsi senza essere visto. Ma Lucia lo vede. Allora mi ami sì? Allora posso amarti anch’io. Fiù, menomale. Speriamo che nessuno si faccia del male dopo che ci siamo baciati finalmente davanti al grande albero.

Non dico che sia una bella storia, ma è una storia vera. E’ una storia che spero non sarà la mia, perchè spero un giorno di avere più coraggio di Otto Leprotto. Spero di non aver più bisogno di far ingelosire tramite Gazza Gazzelloni, di scappare, di inventarmi diversa ogni giorno per non sembrare noiosa. Spero di trovare la stringa di Lucia per terra e di avere il coraggio di portargliela e dirle che mi piace la sua stringa. Che avrei voluto tenermela come nastro per capelli. Ah, è un esempio a sessi invertiti. Non sono lesbica.

Ancora quel coraggio non ce l’ho, ma sto svegliandomi ogni giorno con delle cose in più addosso, e mi prometto che andrà sempre meglio. Mi tengo strette le cose con un metro di distanza, ma piano piano mi avvicino. Se mi avvicino un po’ di più sento le extrasistole di qualcuno che mi dorme dietro, sento l’odore strano e dolciastro di un racconto carino, sento qualche bacio senza nome, senza il caffè del mattino, con una birretta Ichnusa bevuta per strada. Sento poche cose per volta, le cose piccole e dolci che troviamo la forza di regalarci. E sento comunque anche paura, il disinteresse, la superficialità. Ma non ne faccio più una malattia. D’altra parte sto crescendo da 28 anni senza tregua. E a 28 anni sono ancora con le lenzuola stropicciate a raccontarmi che mia nonna ha gli occhi viola e che mio nonno fa l’olio e che ho questo libro bellissimo che parla d’amore con lo stesso linguaggio dei bambini, e che dovremmo parlare anche noi così, e che i bambini fanno oh, che meraviglia. Poi si ride di gusto e si torna a casa. Perchè si torna sempre a casa e chiusa parentesi. Come la C del mio nome, ma girata al contrario pure quella. Allora ciao eh, chiusaparentesi).

 

 

 

 

 

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Sulla pelle degli altri

Qualche giorno fa ho sentito un’intervista ad Alessandro Borghi, l’attore scelto per interpretare gli ultimi sette giorni della vita di Stefano Cucchi in questo nuovo film di Alessio Cremonini. Raccontava che, essendo lui alto 1.87, il cast ha dovuto includere solo attori e comparse di una certa stazza. Perchè Cucchi era minuto, fragile. E allora tutto il resto doveva sembrare grande rispetto a lui. Oggi, mentre guardavo il film, mi sono completamente scordata di questa cosa. Non c’era niente di grande e niente di piccolo. Solo pochissima luce e un filo di voce incastrata.

“Sulla mia pelle” è un buon film. E’ un film che racconta la storia di una persona senza che quella persona ci sia realmente. A reggere la responsabilità di quest’assenza c’è Alessandro Borghi, volto già noto per chi si è sparato Suburra (io no), e voce già sentita in quell’accento marcatamente romano proprio in quell’occasione. La voce qui però è forse la metà del lavoro. Un lavoro a regola d’arte, devo dire. E’ un costante bisbiglio ciancicato, carico di vergogna, sempre nascosto per tre quarti, nella speranza di essere sentito ma forse anche no. Perchè è vero che la storia di Cucchi ti tira uno schiaffo in faccia e ti dice di prendere una posizione. Ma forse, se il film lo guardi come cristo devi guardarlo, quella voce (che senti solo alzando il volume di qualche tacca) sembra suggerirti una cosa diversa. Sembra dirti di capire sì la storia, ma di non fermarti a quello. Che il punto non è la sua storia, o la sua pelle. Il punto siamo tutti noi.

Non sono abbastanza brava per dire se il film sia registicamente fatto bene. Posso permettermi di dire che le luci mi sembrano studiate. C’è una penombra costante che sembra sempre tutt’altro che casuale. Ci sono principalmente due tipi di luce: la prima è un quasi buio, in cui la faccia di Borghi è sempre nascosta, quasi ad esaltare la curiosità del pubbico verso i lividi che il protagonista ha in volto, ma anche verso la sua fisionomia (che Borghi riproduce bene ma non abbastanza, essendo bello); la seconda invece è una sorta di luce da neon, artificiale e squallida, da sala d’attesa. Il film in sè è una lunga attesa che non finisce. O meglio finisce male, come tutti sappiamo. Finisce proprio con il secondo tipo di luce, quella dell’obitorio in cui finalmente le ferite di Stefano si vedono, col suo pallore e la sua storia raccontata solo per meno di metà.

Intorno al protagonista orbitano svariate figure professionali. Le forze dell’ordine in primis, a cui il regista ha dato accezioni molto sfumate ed eterogenee, contro ogni aspettativa. Carabinieri e secondini non sono cattivi e basta, sono schifosi, omertosi, a tratti spaventati, rabbiosi, non professionali poi professionali, più umani, meno umani, con più tatto, con meno tatto. Perchè chi ha visto e toccato Cucchi non sono state solo tre persone, ma tante, tantissime, tutte diverse. Ed era giusto che il film non fosse soltanto un’accusa all’abuso di potere, ma anche. Che non fosse solo di parte, ma quasi. Quello che passa di certo è che c’è uno schema sbagliato nella società, ed è forse questo il primo grande tema della pellicola. Passa che chi garantisce la nostra incolumità a questo mondo lo fa troppo spesso dall’alto, giudicandoci, incasellandoci (ed ecco qui l’unica banalità di questa storia, che però non è mai stucchevole a ripetersi). Ci si rende conto che far rispettare delle regole è ancora un lavoro per persone che crescono con la convinzione di dover fare (ahi loro, ma anche no) la parte dei cattivi perchè qualcuno deve pur farlo. E in questo senso si sentono piccoli eroi cattivi, ma con motivazioni perverse e sbagliate. L’idea che mi sono fatta io (da infermiera, lo ammetto) è che anche loro siano figure di aiuto, proprio come medici, soccorritori, professionisti della salute. Si tratta sempre di assistere gli altri. Il loro ruolo però è come se fosse, i certi casi, passato attraverso un orribile tritacarne fatto di clichè, ideologie politiche di bassa lega e aspettative non soddisfatte. Questo agli occhi di chi (lo ammetto eh, non me ne vogliano i canazza) coi carabinieri ci ha litigato una volta sola e per futili motivi. Perciò prendetemi per quello che valgo. Ma ecco, è come se l’unico loro filtro per rivolgersi alle persone fosse quello di chi ha ottenuto la divisa con l’idea di farsi rispettare a nome di qualcosa di più grande, invece che con l’idea di salvare le persone dai loro errori. Perchè con quella divisa, a pensarci meglio, si potrebbe essere proprio questo. Persone che ti puniscono per salvarti dai tuoi errori, anzichè persone che ti puniscono per i tuoi errori. Sembra sottile, ma è più o meno la differenza che c’è tra educare e combattere.

Il secondo grande tema è strettamente connesso al primo. Quando è lecito chiedere aiuto? Cucchi aveva promesso delle cose e non le aveva rispettate. Aveva deluso ancora la sua famiglia. Col senno di poi aveva detto delle bugie. Aveva commesso reati, si era fatto del male pesando sugli altri. Era debole. Eppure, così rotto e sbagliato, per tutto il film chiede aiuto a denti stretti e nessuno si sente legittimato ad ascoltarlo meglio di come si riesce. Chiede aiuto in quel modo stupido dei ragazzini, che è “andate via, lasciatemi in pace”, ma lo fa. E sembra che intorno, a parte la famiglia, nessuno avrebbe avuto gli strumenti per capirlo per davvero.

Io dall’altra parte ci sto otto ore al giorno. Le persone non sempre vogliono farsi aiutare. Però garantisco che tante volte vorrebbero. Solo che pensano di non poter chiedere salvezza un’altra volta, non anche oggi, non dopo tutto quello che è venuto prima. E tante volte mi dico che noi altre persone siamo qui per questo. Per tirare fuori le ultime briciole di egoismo dalle persone, per raschiare le ultime gocce di orgoglio che sono quelle che permettono alla gente di non morire, di non farsi ammazzare, di sbagliare ancora. Non si ottiene molta gratitudine in cambio, ma va bene lo stesso. Mi viene in mente quella notte che feci da studente in pronto soccorso. C’era un ubriaco che continuava a cadere di fronte alle macchinette della sala d’attesa dei codici verdi, ubriaco e strafatto. Lo chiamavano Birillo, a buon motivo. Veniva spesso e spesso veniva accettato, tenuto in osservazione per la notte, poi si autodimetteva e ricominciava da capo. Qualcuno, vedendomi dispiaciuta quando rifiutava di curarsi per i suoi mali, mi aveva detto sorridendo “Non possiamo salvarli tutti”. Ne avevamo riso per non piangerne. Era vero.

Questo film va visto e questa storia va conosciuta. E quando il film finisce dobbiamo essere tutti persone migliori. Perchè se la sua pelle non c’è più, beh c’è sempre la pelle degli altri. Dobbiamo cercare di capire anche quello che è scomodo, dobbiamo alzare il volume se si sente male, dobbiamo chiedere di ripetere una volta in più se ci è sfuggita una parola, dobbiamo cercare il senso anche dentro i deliri degli altri, perchè potrebbero non essere deliri ma richieste di aiuto. Dobbiamo giudicare meno e capire di più. Dobbiamo vivere in un posto dove se si sbaglia si paga, ma in cui chiedere scusa e riprovarci sia sempre lecito. Un mondo in cui nessuna posizione sia troppo sfavorevole per alzare la mano e dire la verità ad alta voce.

 

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