L’altro giorno ho preso la macchina e sono andata in riva a un lago che credo sia il maggiore. C’erano dei pesci piccoli che mi baciavano i piedi. Poi mi sono seduta su quella sabbia rotta e ho detto a elisa che mi sento potente. Aveva gli occhi lucidi, diceva resta in questo, sentilo bene. E lo sentivo per davvero. Sentivo di colpo tutte le cose per quello che erano, cioè semplicemente lo specchio di quello che penso, sento, faccio, sono io. E per un secondo ho sentito cosa vuol dire essere sola, che vuol dire semplicemente vivere. Non c’è nessun altro nella vita se non noi. E non è triste, non è egoista, è solo molto meno romantico di quello che credevo. Nel senso che è tutto solamente funzionale. E’ solo una tavola apparecchiata coi bicchieri di plastica, magari quella plastica lì biodegradabile così nessuno si incazza e siamo tutti più ecologisti e ci sentiamo migliori, ma è soltanto una cazzo di tavola apparecchiata alla fine di una giornata come tante.

E allora capisco tutto un pochino meglio. Capisco chi se ne va, capisco chi rimane. Capisco chi a quella tavola non ci mangia, capisco chi non sparecchia, capisco me stessa se non mastico abbastanza e quasi mi strozzo con i racconti degli altri, con le pietanze delle vite degli altri, con gli odori dei capelli degli altri che durano pochi, pochissimi minuti. E poi basta.

Ogni volta che parlo di qualcuno sto parlando di me. Ogni volta che qualcuno parla di me sono io a parlare. Gli altri esistono, ma sono dei pezzi di lego da costruire e da mettere sul tavolo della sala. Non è carino da dire, ma niente è carino da dire. E’ sempre molto più carino sentire, annusare, l’odore di pattumiera che non è pattumiera, ascoltare, la canzone che sembra una ninna nanna e dice “una mente bellissima in mezzo a quegli occhi”. E penso che parli di me, semplicemente perchè non posso vedere altro che me in questa vita. E invece mi sono sempre disegnata brutta perchè una bambina brutta ha una storia più bella da raccontare. E mi sono disegnata in pezzi piccolissimi perchè è più umile essere rotti che essere interi. Perchè è più interessante rincorrere l’amore e poi romperlo coi palmi delle mani, anzichè meritarselo e basta. Perchè soffrire ci rende originali, così come stare bene. E penso a questo ragazzo che guarda avanti verso la mia finestra e senza nemmeno girarsi mi dice che non siamo speciali. Non c’era bisogno di girarsi, in effetti. Perchè era come se lo avessi appena detto io.

Sta tutto nello specchiarsi senza dare la colpa alla forma dello specchio. Se mi concentro su questo vedo tutta la verità. Vedo che non è lo specchio a deformarmi, ma è solo il modo in cui voglio vedermi oggi. E se mi sento grassa forse non c’è niente di male, forse voglio provare a sentire anche quello. Ma il punto è che lo specchio non c’entra. Quella nello specchio sono io. Le voci che mi raccontano cose belle sono incredibilmente simili alla mia, di voce. E la paura di quello che gli altri pensano è soltanto la mia, di paura. E ogni volta che qualcosa mi piace, ogni volta che una storia è bellissima, ogni volta che c’è il temporale, ogni volta che sento le cose forti, ogni volta in cui qualcuno mi fa una carezza un po’ distratta io guardo bene tra le sue dita e ci vedo uno specchietto di quelli per truccarsi in metro. Mi ci rifletto dentro e capisco che forse quella carezza la volevo esattamente così. E allora magari ne do una io, più dolce, più saporita, perché me la merito. Specchio riflesso cadi nel cesso.

“Stai facendo tutto tu”. Non so nemmeno più chi l’abbia detto, nè quando. E non conta, perchè l’avrei comunque detto anche io. Mi suona come una dichiarazione d’amore verso me stessa, e mi addormento chiudendo gli occhi e continuando a vedermi anche lì dietro alle palpebre, con tutte le mie etichette e tutte le mie carte da giocare per essere interessante, per essere scelta. Ho riso ad alta voce e ho pensato ancora una volta a quando ho pianto e dicevo “non esiste un posto sicuro dove mettere il mio cuore”. Era vero. Posso solo lasciarlo lì dov’è e volergli bene.