Quando il cervello va troppo veloce mi sento come se avessi mille chiodi che si conficcano nella materia grigia. E cerco sempre di fermare il vortice con un trucco che deve avermi insegnato la mia terapeuta anni fa, cioè concentrarmi sui piedi. Sentire dove appoggiano. Così si sposta l’attenzione da dentro la testa a dentro i piedi. Dall’ossessivo al pragmatico. Ieri ero sdraiata per terra e ho provato a sentire. Ho sentito il fresco del parquet che mi baciava il collo del piede adagiato sul fianco. Sentivo che c’era scambio di calore tra le due superfici, sentivo che la base d’appoggio era tutto il mio fianco sdraiato sul pavimento e che, insieme a me, a tenermi lì c’era il respiro piccolo e ritmico del mio cane. E mi son detta che da lì non potevo cadere. Ero ben appoggiata, nel punto più basso possibile.

Ero a casa di mia nonna in quella foto. Cosa fai per terra mi ha detto. Non sei mica un cane. Dovrebbe sentirlo qualcun altro questo concetto, ho pensato. Quanto mi piaceva autocommiserarmi quando ancora non gli ero indifferente, quando ancora non mi conosceva per davvero. Si inteneriva, mi diceva quanto sei bella chiara, se solo lo sapessi. Ecco non lo sapevo. Ma nemmeno adesso lo so, semplicemente mi ero fidata di quello che vedeva lui coi suoi occhi, quando si girava verso di me. E adesso mi guardo da sola e senza mai il trucco messo, penso che brutta immagine eppure è proprio la mia. Come sono arrivata a tutto questo, non lo so. L’ha detto anche lui quando piangevamo sul letto. Non capisco dove stiamo andando a finire chiara. Era solo l’inizio, caro mio.

Ho detto a mia mamma di farmi una foto. Perché in qualche modo era una cosa da immortalare. Una ragazza più brutta del solito con un cane perplesso e del parquet di pregio sotto al culo. Questa foto è tutto ciò che mi rimane, compreso quello che sta intorno al soggetto. La mamma, la nonna, il cane, il tormento appoggiato su un parquet.

Dello stesso colore è il pavimento della casa che avevo scelto per noi. L’aveva scelta anche lui, diceva. Mentre di andarsene lo ha scelto  da solo. Non ho più voglia, voglio solo andarmene adesso, me ne sto andando. Si ma perché. Perchè te l’ho già detto chiara, non ho più voglia. Poi gli occhi terrorizzati dei bambini quando hanno detto la parolaccia e aspettano di essere messi in castigo. Non preoccuparti, ho pensato. In castigo ci vado io per tutti e due. Poi da lì ti invio questa lettera che ti ho scritto: ciao, come stai? Non mi interessa veramente, perché non riconosco più la verità da nessuna parte. Perciò non rispondermi, che tanto lo stai facendo già da giorni.  Mi sento come Paola, Rossella, quell’altra come si chiamava? Eugenia? Beh così mi sento. Sono loro, adesso. Sono quel lato lì del fiume, a cui non approdano più scialuppe. Ti vedo in lontananza e hai le spalle diverse. Stai sempre bene, sei bello. I tuoi piedi sono sempre orribili anche se ho imparato a baciarli controvoglia. Speravo che accettando ogni bruttezza sarei cresciuta, e tu pure. Beh sì sono più grande adesso. Qualche volta ho messo addirittura dei tacchi, da quando non esistiamo più. Riducono la base di contatto col pavimento ma elevano il punto di vista. Dall’alto di quei tacchi vedevo quasi tutto. Vedevo noi due piccolissimi come puntini di sospensione. Ciao ti saluto. Dammi del tempo, poi ti assolverò col gesto delle mani del papa. Bacio in fronte. Amen.

Devo concentrarmi sui piedi, devo farlo più spesso. Devo sentire che comunque vada lì sono stabile. Devo lasciarmi stare la testa e spostarla nei piedi. Così camminerò via e forse smetterò di essere dove non devo essere. Per esempio smetterò di essere in quel giorno famoso col suo amico che si beve una birra col mio bicchiere, nella mia casa, mentre impacchettano assieme le cose su cui si è depositato un anno e mezzo di polvere, di onestà, di amore e di pazienza. Smetterò di essere sola sul pavimento mentre lui altrove legge il mio nome sullo schermo rotto del suo telefono e lo ignora. Sbuffa e lo ignora. Smetterò di essere sotto quelle coperte sempre spaiate, smetterò di cercare un abbraccio caldo sul divano con quella coperta che continua a cadere, a scalzarsi. Su una cosa aveva ragione lui. C’erano cose più importanti di quelle che non andavano bene. E avrei dovuto godermele quelle cose, perché prima o poi avrebbe smesso di aver voglia e io sarei sparita tra le travi di legno del soffitto. Adesso lì accanto ci appoggio i sogni, dove c’è il ripostiglio in quota. Li appoggio lì per non arrivarci facilmente, per dimenticarmi poco alla volta, per non piangere mentre mio nonno mi chiede ma giacomo allora è andato via. E poi dice eh ma tu cogli le mele sempre troppo acerbe. Non ho pianto, ho aspettato che venisse sera per farlo da sola. Mi sono guardata le punte dei piedi, girate dalla stessa parte delle ciabattine ortopediche del nonno. Siamo entrambi persone che camminano male. Ma coi piedi piantati per terra.

Anzi, coi piedi per testa.