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Di-Chiara-tutto

Mese

agosto 2018

Specchio riflesso

L’altro giorno ho preso la macchina e sono andata in riva a un lago che credo sia il maggiore. C’erano dei pesci piccoli che mi baciavano i piedi. Poi mi sono seduta su quella sabbia rotta e ho detto a elisa che mi sento potente. Aveva gli occhi lucidi, diceva resta in questo, sentilo bene. E lo sentivo per davvero. Sentivo di colpo tutte le cose per quello che erano, cioè semplicemente lo specchio di quello che penso, sento, faccio, sono io. E per un secondo ho sentito cosa vuol dire essere sola, che vuol dire semplicemente vivere. Non c’è nessun altro nella vita se non noi. E non è triste, non è egoista, è solo molto meno romantico di quello che credevo. Nel senso che è tutto solamente funzionale. E’ solo una tavola apparecchiata coi bicchieri di plastica, magari quella plastica lì biodegradabile così nessuno si incazza e siamo tutti più ecologisti e ci sentiamo migliori, ma è soltanto una cazzo di tavola apparecchiata alla fine di una giornata come tante.

E allora capisco tutto un pochino meglio. Capisco chi se ne va, capisco chi rimane. Capisco chi a quella tavola non ci mangia, capisco chi non sparecchia, capisco me stessa se non mastico abbastanza e quasi mi strozzo con i racconti degli altri, con le pietanze delle vite degli altri, con gli odori dei capelli degli altri che durano pochi, pochissimi minuti. E poi basta.

Ogni volta che parlo di qualcuno sto parlando di me. Ogni volta che qualcuno parla di me sono io a parlare. Gli altri esistono, ma sono dei pezzi di lego da costruire e da mettere sul tavolo della sala. Non è carino da dire, ma niente è carino da dire. E’ sempre molto più carino sentire, annusare, l’odore di pattumiera che non è pattumiera, ascoltare, la canzone che sembra una ninna nanna e dice “una mente bellissima in mezzo a quegli occhi”. E penso che parli di me, semplicemente perchè non posso vedere altro che me in questa vita. E invece mi sono sempre disegnata brutta perchè una bambina brutta ha una storia più bella da raccontare. E mi sono disegnata in pezzi piccolissimi perchè è più umile essere rotti che essere interi. Perchè è più interessante rincorrere l’amore e poi romperlo coi palmi delle mani, anzichè meritarselo e basta. Perchè soffrire ci rende originali, così come stare bene. E penso a questo ragazzo che guarda avanti verso la mia finestra e senza nemmeno girarsi mi dice che non siamo speciali. Non c’era bisogno di girarsi, in effetti. Perchè era come se lo avessi appena detto io.

Sta tutto nello specchiarsi senza dare la colpa alla forma dello specchio. Se mi concentro su questo vedo tutta la verità. Vedo che non è lo specchio a deformarmi, ma è solo il modo in cui voglio vedermi oggi. E se mi sento grassa forse non c’è niente di male, forse voglio provare a sentire anche quello. Ma il punto è che lo specchio non c’entra. Quella nello specchio sono io. Le voci che mi raccontano cose belle sono incredibilmente simili alla mia, di voce. E la paura di quello che gli altri pensano è soltanto la mia, di paura. E ogni volta che qualcosa mi piace, ogni volta che una storia è bellissima, ogni volta che c’è il temporale, ogni volta che sento le cose forti, ogni volta in cui qualcuno mi fa una carezza un po’ distratta io guardo bene tra le sue dita e ci vedo uno specchietto di quelli per truccarsi in metro. Mi ci rifletto dentro e capisco che forse quella carezza la volevo esattamente così. E allora magari ne do una io, più dolce, più saporita, perché me la merito. Specchio riflesso cadi nel cesso.

“Stai facendo tutto tu”. Non so nemmeno più chi l’abbia detto, nè quando. E non conta, perchè l’avrei comunque detto anche io. Mi suona come una dichiarazione d’amore verso me stessa, e mi addormento chiudendo gli occhi e continuando a vedermi anche lì dietro alle palpebre, con tutte le mie etichette e tutte le mie carte da giocare per essere interessante, per essere scelta. Ho riso ad alta voce e ho pensato ancora una volta a quando ho pianto e dicevo “non esiste un posto sicuro dove mettere il mio cuore”. Era vero. Posso solo lasciarlo lì dov’è e volergli bene.

Coi piedi per testa

Quando il cervello va troppo veloce mi sento come se avessi mille chiodi che si conficcano nella materia grigia. E cerco sempre di fermare il vortice con un trucco che deve avermi insegnato la mia terapeuta anni fa, cioè concentrarmi sui piedi. Sentire dove appoggiano. Così si sposta l’attenzione da dentro la testa a dentro i piedi. Dall’ossessivo al pragmatico. Ieri ero sdraiata per terra e ho provato a sentire. Ho sentito il fresco del parquet che mi baciava il collo del piede adagiato sul fianco. Sentivo che c’era scambio di calore tra le due superfici, sentivo che la base d’appoggio era tutto il mio fianco sdraiato sul pavimento e che, insieme a me, a tenermi lì c’era il respiro piccolo e ritmico del mio cane. E mi son detta che da lì non potevo cadere. Ero ben appoggiata, nel punto più basso possibile.

Ero a casa di mia nonna in quella foto. Cosa fai per terra mi ha detto. Non sei mica un cane. Dovrebbe sentirlo qualcun altro questo concetto, ho pensato. Quanto mi piaceva autocommiserarmi quando ancora non gli ero indifferente, quando ancora non mi conosceva per davvero. Si inteneriva, mi diceva quanto sei bella chiara, se solo lo sapessi. Ecco non lo sapevo. Ma nemmeno adesso lo so, semplicemente mi ero fidata di quello che vedeva lui coi suoi occhi, quando si girava verso di me. E adesso mi guardo da sola e senza mai il trucco messo, penso che brutta immagine eppure è proprio la mia. Come sono arrivata a tutto questo, non lo so. L’ha detto anche lui quando piangevamo sul letto. Non capisco dove stiamo andando a finire chiara. Era solo l’inizio, caro mio.

Ho detto a mia mamma di farmi una foto. Perché in qualche modo era una cosa da immortalare. Una ragazza più brutta del solito con un cane perplesso e del parquet di pregio sotto al culo. Questa foto è tutto ciò che mi rimane, compreso quello che sta intorno al soggetto. La mamma, la nonna, il cane, il tormento appoggiato su un parquet.

Dello stesso colore è il pavimento della casa che avevo scelto per noi. L’aveva scelta anche lui, diceva. Mentre di andarsene lo ha scelto  da solo. Non ho più voglia, voglio solo andarmene adesso, me ne sto andando. Si ma perché. Perchè te l’ho già detto chiara, non ho più voglia. Poi gli occhi terrorizzati dei bambini quando hanno detto la parolaccia e aspettano di essere messi in castigo. Non preoccuparti, ho pensato. In castigo ci vado io per tutti e due. Poi da lì ti invio questa lettera che ti ho scritto: ciao, come stai? Non mi interessa veramente, perché non riconosco più la verità da nessuna parte. Perciò non rispondermi, che tanto lo stai facendo già da giorni.  Mi sento come Paola, Rossella, quell’altra come si chiamava? Eugenia? Beh così mi sento. Sono loro, adesso. Sono quel lato lì del fiume, a cui non approdano più scialuppe. Ti vedo in lontananza e hai le spalle diverse. Stai sempre bene, sei bello. I tuoi piedi sono sempre orribili anche se ho imparato a baciarli controvoglia. Speravo che accettando ogni bruttezza sarei cresciuta, e tu pure. Beh sì sono più grande adesso. Qualche volta ho messo addirittura dei tacchi, da quando non esistiamo più. Riducono la base di contatto col pavimento ma elevano il punto di vista. Dall’alto di quei tacchi vedevo quasi tutto. Vedevo noi due piccolissimi come puntini di sospensione. Ciao ti saluto. Dammi del tempo, poi ti assolverò col gesto delle mani del papa. Bacio in fronte. Amen.

Devo concentrarmi sui piedi, devo farlo più spesso. Devo sentire che comunque vada lì sono stabile. Devo lasciarmi stare la testa e spostarla nei piedi. Così camminerò via e forse smetterò di essere dove non devo essere. Per esempio smetterò di essere in quel giorno famoso col suo amico che si beve una birra col mio bicchiere, nella mia casa, mentre impacchettano assieme le cose su cui si è depositato un anno e mezzo di polvere, di onestà, di amore e di pazienza. Smetterò di essere sola sul pavimento mentre lui altrove legge il mio nome sullo schermo rotto del suo telefono e lo ignora. Sbuffa e lo ignora. Smetterò di essere sotto quelle coperte sempre spaiate, smetterò di cercare un abbraccio caldo sul divano con quella coperta che continua a cadere, a scalzarsi. Su una cosa aveva ragione lui. C’erano cose più importanti di quelle che non andavano bene. E avrei dovuto godermele quelle cose, perché prima o poi avrebbe smesso di aver voglia e io sarei sparita tra le travi di legno del soffitto. Adesso lì accanto ci appoggio i sogni, dove c’è il ripostiglio in quota. Li appoggio lì per non arrivarci facilmente, per dimenticarmi poco alla volta, per non piangere mentre mio nonno mi chiede ma giacomo allora è andato via. E poi dice eh ma tu cogli le mele sempre troppo acerbe. Non ho pianto, ho aspettato che venisse sera per farlo da sola. Mi sono guardata le punte dei piedi, girate dalla stessa parte delle ciabattine ortopediche del nonno. Siamo entrambi persone che camminano male. Ma coi piedi piantati per terra.

Anzi, coi piedi per testa.

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