Non ho mai amato né i fumetti né i film di animazione. Mi sono sempre giustificata pensandoli troppo distanti dalla realtà, come qualcosa che emula non soltanto la realtà ma pure quelle imitazioni di realtà che sono i film normali. I disegni li vedo più come i libri. Da una scritta coi colori devi arrivare a trasportarti in un’immagine, che rimane pur sempre un’immagine che assomiglia ad un’immagine vera ma senza esserlo. Poi mi son detta ma cosa cambia tra una persona disegnata che fa una cosa verosimile e una persona vera (che nella vita è a tutti gli effetti una persona) che in quella circostanza sta emulando una cosa verosimile ma non vera? Poi ho perso il filo, ed è iniziato questo film di animazione in questa sala di proiezione abbastanza grande di un multisala a Cerro Maggiore. Il film si chiamava “La tartaruga rossa”. E non mi ha fatto ricredere sui film di animazione ma sulla vita un pochino, quello sì.

E’ un film di nicchia, credo. O comunque così è come lo hanno proposto dal mondo del cinema, facendolo restare nelle sale solamente per tre giorni. Forse nella speranza che la gente riuscisse principalmente a non vederlo, creando quell’alone di “solo pochi l’hanno visto e allora chissà com’era difficile capirlo”. Invece no. E’ semplice come quella cosa che mi chiedo sempre : che se c’è una spiaggia bellissima ma complicata da raggiungere, che solo pochi conoscono, allora cosa fai? Lo racconti agli amici? Pubblichi la posizione su Tripavisor? O te la tieni per te? Il fatto è che non conta, perché io sono riuscita a vedere questo film, e questa spiaggia incredibile che c’è nel film come unico setting per la trama, insieme a questo mare inaccettabile da quanto è bello e vero. Che è più vero di qualunque verità non disegnata né ripresa, ma vista con gli occhi direttamente.

Come in tutte le belle storie, anche ne “la tartaruga rossa” c’è alla base un’unione vincente che è quella tra il regista olandese Michael Dudok De Wit (di cui non so assolutamente niente perché sono ignorante) e il più noto (ma non a me) Studio Ghibli. Per intenderci, quello che ha fatto sfornare a Miyazaki robe del calibro de “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, “La principessa Mononoke” e altre robe belle che anche voi non avrete mai visto, perché per i bambini non van bene mentre agli adulti fan piangere forte.

I disegni sono forse la cosa meno saliente del tutto. Perché sono talmente belli che ti dimentichi che sono disegni. Perché si vedono i riflessi del mare e il fondale sotto, visto da in alto, che quasi senti l’odore delle alghe appoggiate alla battigia. E quando nuotano in acqua si sente il fresco delle bollicine che si formano quando scrosci dentro dopo il primo tuffo. E senti le carezze dell’acqua in quel punto che si fa più freddo quando scendi di qualche metro verso il fondo, e quell’escursione termica la senti più forte in mezzo alle dita dei piedi quando spingi per nuotare più avanti. Perciò sì, bello sì, ma è come non fossero disegni. Come fossi tu direttamente che entri dentro, non al film, non alla storia. Dentro all’acqua, dentro alla spiaggia, dentro alla vita.

La storia è la storia di una vita vissuta nel modo più normale del mondo. E’ la storia di un naufrago, di cui non abbiamo il diritto di sapere da dove naufraghi né perché. Abbiamo il diritto di vederlo arrancare per tornare da dove veniva, intuendo che c’è sempre qualcosa di più sicuro e affidabile del nostro presente. Qualcosa che è sempre indietro, più indietro di adesso, e mai sotto ai nostri piedi. Nello specifico il naufrago (muto per tutta la durata del film, se non per un paio di urli di rabbia e qualche gemito) costruisce zattere per tentare di lasciare l’isola, senza riuscire mai a oltrepassare il reef. Una tartaruga rossa, stupenda e indecifrabile come le cose più belle della vita, distrugge sistematicamente ogni tentativo di fuga del protagonista. La frustrazione dell’uomo nei confronti di quello che gli impedisce il ritorno si trasforma per qualche istante in un’ostilità verso la natura, e prende la forma di una rabbia fortissima, di quelle che fanno spaccare i piatti in cucina, che fanno urlare come animali, che fanno vedere soltanto le proprie ragioni e non quelle degli altri. E così il naufrago sperimenta l’odio, la furia omicida, il senso di colpa e la disperazione. La gamma dei sentimenti che escono dallo schermo tocca ogni punto di noi. Perché il naufrago siamo noi, e la guerra contro il presente e contro il futuro è anche la nostra guerra. Guerra destinata, ne “La tartaruga rossa”, ad essere persa mostrando il volto che avrebbe la vita se anche noi ci arrendessimo. Perché nella resa del naufrago c’è la vittoria dell’amore, che a questo punto diventa la ricompensa per aver lasciato perdere il ritorno, per aver accettato che non c’è niente di meglio di quello che c’è dentro la circonferenza di un’isola, che è per forza bellissima se è l’unica isola che hai.

E’ un inno alle cose semplici, un ringraziamento (per nulla cattolico) alla vita che ci viene donata e soprattutto alla morte, intesa come un punto e a capo, come una breve pausa in uno spin circolare che non si ferma mai. C’è l’idea del ciclico, che non è centrale perché niente in questa storia è centrale. E’ una storia per tuffarsi in un mare di cose vere e a tratti crude, in parte cattive, ma sempre esteticamente belle. Questa storia ci consiglia (senza guardarci mai dall’alto in basso) di lasciarci vivere, di lasciarci annoiare,  di lasciarci perdere battaglie, di lasciarci accontentare. Che comunque si vince, in qualsiasi modo. E che comunque alla fine si muore, e va benissimo così.

Sono uscita dalla sala che volevo diventare vegana, che volevo andare al mare, che volevo sposarmi e fare dei figli e che volevo piangere e abbracciare forte. Ho fatto solo le ultime due cose.

Dovresti vedere anche quelli di Miyazaki, sì magari sì, ma adesso boh, ancora non credo mi piacciano i film di animazione giapponesi, ma neanche quelli non giapponesi. Però il film ti è piaciuto? Sì mi è piaciuto, mi piace questa vita qua, mi piace starci dentro con te. Adesso andiamo a casa, dai.

Ok.