Il Parco della Vettabbia è una specie di striscia lunga di terreno di campagna che si estende da dopo Piazzale Corvetto fino a Melegnano. Lo chiamano parco, ma io credo sia semplicemente un posto. Ci sono dei fossati e dei ruscelli e dei pali della corrente elettrica impiantati in mezzo alle risaie. Fa paura quando è sera ma di giorno, se fa bel tempo, sembra di essere lontano da Milano. Ti ricordi che sei vicino casa solo perché in fondo, con l’abbazia di Chiaravalle alle spalle, vedi dei grattacieli bruttissimi e grigi. E’ come essere in un mare ma agganciati con l’amo. Nuotare ok, ma a guardar bene stai morendo. Io mi chiamo Clarissa, e però sto morendo per davvero.

Mio nonno si chiama Enea. Faceva l’agricoltore e aveva un terreno di questi qua in cui adesso si sta facendo strada il sangue che esce dalla mia testa spaccata. Esce piano. Riesco ancora a pensare. Soprattutto penso a quanto non sia vero che ti passa tutta la vita davanti mentre crepi. Io, per esempio, sto pensando proprio a mio nonno che mi dice sempre che devo scrivere un libro, perché scrivo bene. Non è per modestia che dico di no, è che scrivo bene soltanto quello che sento. E non sento abbastanza cose da riempire un numero sufficiente di pagine per poterle rilegare e farne un libro. Vorrei sopravvivere soltanto per dirglielo, perché ogni volta che è Natale e lui lo dice davanti a tutti gli zii e cugini e parenti io arrossisco e rispondo cose brillanti ma diverse da questa. Questa invece è proprio una buona risposta. Vorrei tanto non morire per correre a casa e dirgliela, ma la vedo dura.

Mi pizzica la faccia perché la guancia sinistra appoggia su quel che rimane del grano secco tagliato. Vorrei girarmi ma non mi viene proprio. Vorrei grattarmi il naso perché un filo d’erba mi entra appena appena nella narice. Ma non mi viene proprio di muover le mani. Il mio cane, Calì, fa i pigolii dolci di quando vuole talmente giocare che le sale l’ansia. Credo di averla sentita annusarmi la testa e forse leccare il sangue che ne esce. Il guinzaglio striscia per terra e la targhetta col suo nome tintinna contro i cerchi metallici della pettorina. Se muoio vorrei che la tenesse il mio coinquilino Luca. Se muoio vorrei salutare il mio coinquilino Luca. Vorrei salutare tutti. Vorrei chiedere scusa a Luca per come l’ho trattato ieri sera. Vorrei depilarmi le gambe prima che arrivino i soccorsi, se arrivano. Bisognerebbe essere sempre depilate. Bisognerebbe vivere ogni giorno come se dovessero spogliarci da un momento all’altro per metterci gli elettrodi e il catetere mentre siamo incoscienti. Invece viviamo sempre pensando che ci sia ancora tempo per rincasare e dire e fare le cose e i piatti e darsi un bacio e una sfilza di scuse e uno sfilatino preso dal panettiere, l’ultimo rimasto perché signora veloce che stiamo chiudendo.

Faccio l’infermiera, perciò so abbastanza bene come si muore. Per lo meno lo so da fuori. So cosa succede alla frequenza cardiaca e alla pressione e al respiro. So che probabilmente sto diventando già pallida, tachicardica, sudata. Sto entrando in schock ipovolemico, ma non fa niente. Arriverà qualcuno, perché a quest’ora (che sono le undici) vengono sempre quelle due o tre persone che portano il cane a pisciare come faccio sempre io. Arriverà la signora Viviana, quella zoppa col cane zoppo. Oppure il signor Gianfranco, quello pelato col cane vecchissimo. Spero mi trovi lui, sinceramente. E’ uno sveglio, penso che non si farebbe prendere troppo dal panico. Non ho paura di morire perché non ho le forze per avere paura in generale. Semplicemente vorrei vivere. Perché vivere, per la maggior parte del tempo,  mi piace abbastanza.

Non sento rumori, se non qualche grillo e un leggero vento gelato che contrasta l’alito caldo e la bava che si annidano secondo dopo secondo tra le pieghe della mia sciarpa. Morirò sbavando, come quando dormo sul divano e Luca mi fa le foto per prendermi in giro. Non mi piace essere presa in giro, ma adoro che le persone trovino interessante farlo. Provo un certo affetto per chi ritiene degno il solo fatto di darmi attenzioni, anche solo per deridermi. Intanto la vita continua a non passarmi davanti tutta insieme. La mente mi va a duemila all’ora, ma non va sui ricordi, va più che altro su concetti sparsi. Mi viene in mente una montagna enorme di cose che vorrei aver sistemato prima di ritrovarmi così. Devo ordinarle dentro di me, costruire priorità. Sono sempre stata brava a farlo, ho preso da mia madre. La priorità di questo momento, fosse anche l’ultimo che ho, credo sia pensare a una cosa meravigliosa. Mi concentro per selezionarla con cura. Non ho mai subito interventi chirurgici o procedure che richiedessero anestesie totali, perciò mi sono sempre chiesta, qualora mi avessero ordinato di contare fino a 10 pensando ad una cosa bella, su cosa avrei diretto il mio pensiero. E non ce l’ho pronta, ma posso improvvisarla.

La mia cosa bella preferita è sicuramente appoggiata su uno sfondo verde acqua. Credo siano lenzuola verde acqua. Il profumo è di sapone di Marsiglia mischiato ad ammorbidente di marche minori. Sono lenzuola appena cambiate. Ci sono dentro io e c’è dentro Lui che dorme. Ci sono zone calde e zone fresche nel materasso ed io ci muovo le gambe attraverso, immaginando che ogni centimetro di quel letto sia un deserto e che le aree che rinfrescano siano le oasi con l’acqua. Mi allungo sul comodino per berla da un bicchiere già usato, probabilmente da un’altra donna. Il bordo del bicchiere sa di un rossetto non mio, ma ha anche lo stesso sapore di Lui che dorme. E’ come se non fossimo mai da soli, come fossimo sempre almeno in tre. Fuori è brutto tempo e il bordo della mia cosa bella preferita è frastagliato. Ha dei riccioli nero scurissimo, un po’ secchi, un po’ diradati dall’età, che comunque non riesco a trovare tra le sue ciglia o nella barba folta sotto cui nasconde un mento piccolo, da bebè. Sposto le gambe nude nell’ultima oasi prima del suo corpo tiepido. Mi allungo sul suo cuscino e gli bacio le labbra facendo breccia oltre i peli della barba, che danno quella sensazione di non amore. Sento morbido subito dopo. Ma è solo morbido, ancora non c’è amore. Non si sveglia mai quando lo bacio, perciò lo bacio solo lì, in quel pezzo di vita dove son sicura di non essere scoperta. Ho un amore segreto grande come il mondo, fresco e dolce come il colore verde acqua del lenzuolo sotto cui nascondo centesimi di vita a forma di parentesi. Solo nei weekend. Chiusa parentesi. Quel segreto è la mia cosa bella preferita. Ho contato fino a 10, poi mi hanno sollevata di peso con la spinale.

Sono arrivati i soccorsi. Purtroppo ero distratta e non saprei quantificare il tempo che è trascorso tra la botta che ho preso da dietro e l’adesso, in cui mi fissano su un’ambulanza di cui intravedo le luci solo di riflesso,  attraverso il finestrino. Il signor Gianfranco è seduto vicino a me, parla con gente e gesticola e ogni tanto mi guarda e scuote la testa trattenendo il pianto. E’ come il tempo che è passato quella volta che Lui dormiva e io lo guardavo. Ho visto la fase REM che iniziava, poi passava, poi si è svegliato e io, di colpo, mi sono accorta che stavo dormendo anch’io. Non sono mai sicura del momento in cui sono. Non sono mai sicura di essere da sola. Non sono mai sicura di essere ascoltata. Ma sono felice quando vengo al parco della Vettabbia con Calì. La guardo saltare e correre veloce oltre i fossati con la paura che non ritorni più, e invece ritorna sempre. Vorrei avere la stessa certezza di Lui. Che anche Lui ritorni.

Gianfranco il pelato si sposta con i sobbalzi dell’ambulanza che galoppa. Mi accorgo che ha il mio iPhone 4s in mano. Chissà se sta ancora andando Spotify. Spero di sì, c’è su la playlist giusta per il mio possibile (probabile) funerale. Mi piacerebbe mettessero su Valerie di Amy Winehouse in quella versione live. E’ così calzante, soprattutto l’inizio “Well sometimes I go out by myself and I look across the water” si intona bene con l’ultima immagine di me che cammino da sola alla Vettabbia sul bordo dei corsi d’acqua, prima che arrivi qualcuno da dietro e mi spranghi il cervello in due parti.

Vorrei capire se ho il tempo di raccontare come sono arrivata col cranio sfondato, ma non riesco proprio a fare pronostici. Da come reagiscono i soccorritori c’è ancora qualche speranza che mi salvino. Ma da infermiera so bene quanta speranza si riesca a grattare fuori quando si tratta di pazienti giovani. L’idea che abbiano il diritto di vivere ancora, a prescindere dalle loro storie, vince su tutto. Al punto che ti ritrovi a rianimare senza sosta, accantonando la dignità, cercando una lucidità che viene a perdersi appena guardi quelle gambe non depilate e quell’eyeliner messo male. Perché potrebbero essere le gambe e gli occhi di tua sorella, o le gambe e gli occhi tuoi. Quando i pazienti sono giovani usciamo tutti di testa e diventiamo tutti degli eroi. Ed è un’ipocrisia così dolce che si può giustificare. Penso che i tizi del 118 non debbano sapere come sono arrivata fin lì, perché forse quello sì che potrebbe smuoverli dalla loro empatia ingiustificata, irrazionale, illegittima. Sono una criminale, ragazzi. Mica è così facile finire ammazzati senza motivo. Delle cose le ho fatte. Ma non so proprio se ho il tempo per raccontarvi tutto e farmi odiare prima dell’asistolia. Ma intanto incomincio. Parto da un punto e vediamo fin dove arrivo.

 

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