Qualche tempo fa era più diffuso dare alle corrispondenze un inizio ed una fine ben chiari. Quando si decideva di non avere più tempo per messaggiare con l’amica col 3310 e la cover trasparente si scriveva “Ora ti devo proprio lasciare”, oppure “Ci sentiamo dopo che adesso devo andare”. E finivano le aspettative, insieme con quella porzione di tempo ritagliato fuori dai bordi e quella tacca di batteria che tanto poi si ricarica.

Cazzo come son belli i contorni delle cose.

Ultimamente mi pare tutto un po’ sfumato. Fade-in e fade-out continui e stirati come pasta per i grissini, piena di glutine che tiene insieme tutto ma non fa capire esattamente dove possa arrivare a rompersi. Come cicche masticate. C’è qualcosa di tanto vissuto, ma non si capisce a partire da dove nè fino a quando. Non c’è tempo, non c’è luogo. E poi non venite a dirmi che non siamo soli nel mondo, se ancora ci attacchiamo al quando e al da quando delle vite nostre e degli altri.

Avevo un fidanzato una volta. Mesi ed anni fa, credo. Un giorno avevo fotografato le sue ciabatte infradito che galleggiavano sopra un’acqua limpidissima. Un’acqua limpidissima, con dietro una grande isola colorata. Avevo fatto due scatti: il primo era da sotto la superficie e l’altro invece era da sopra. Il primo scatto dava l’impressione che, guardando verso il cielo, la massa di azzurro fosse talmente predominante da confondere il finale. Come se non ci potesse essere realmente una fine a quell’azzurro, ma poi nemmeno a noi due. Il secondo scatto invece guardava verso il fondale, chiarendo perfettamente che l’arrivo era lì, a qualche metro. Ci si poteva sicuramente arrivare con un leggerissimo fischio alle orecchie, magari avrebbe bruciato i timpani, ma comunque non si andava oltre. Così c’era la fine ma non l’inizio. E allora forse dipende sì da dove e come guardi, ma di sicuro non abbiamo mai un angolo abbastanza ampio da inquadrare l’inizio e la fine contemporaneamente. Perciò o guardi avanti oppure guardi solo indietro. Io non ho ancora capito cosa sia meglio. E nel dubbio chiudo gli occhi un sacco di volte, ma senza dormire. Perchè quando sogno rischio di vedere oltre a tutto quanto.

Un giorno ci guarderemo in un modo nuovo. Ci racconteremo di come siamo andati avanti a singhiozzo, cercando una bandierina da bordocampo abbastanza stabile da resistere anche quando c’è la tempesta. E poi rideremo in un modo più sincero. Come avrei voluto ridere in modo più sincero qualche giorno fa, in discesa su una moto che non guidavo io e con il sole bollente contro quattro lenti da vista invece che due. Ma non sarò mai sincera finchè non riprenderò il mio 3310 per scriverti che adesso devo proprio andare, perchè la televisione mi si accende da sola e devo capire se c’è un contatto. E la zanzariera mi è rimasta in mano e devo provare ad aggiustarla. E devo cambiare una lampadina sul soffitto, anche se non ci arrivo e non so smontare il faretto. Ti devo proprio salutare, adesso. Sai, dovessero farmi una foto prossimamente vorrei riuscire a sorridere in maniera più credibile di te.

Solo che più aspetto e più spero che in questo frangente di tempo non delimitato arrivi qualcuno a riparare la casa per me. Perchè rimando le cose, lo dicono tutti. Rimando perchè mi costa meno regalare della gratitudine a chi mi aiuta che non regalare a me stessa la possibile delusione di non essere riuscita a cambiare una lampadina, o una zanzariera, o un fidanzato.

Ora ti devo proprio lasciare.

Rileggo l’ultima volta, poi giuro premo invio.