Correvo tra i campi e mi è partita su Spotify questa canzone che dice “Stay open”. E non sono riuscita ad immaginare niente di più aperto di quello che stavo già vedendo, ossia questi campi con dentro il nulla, o magari del riso che non è ancora riso ma che comunque conta poco più di quel nulla attorno. Perchè alla fine aprirsi è la stessa cosa di svuotarsi, perchè una volta aperto magari sì entra qualcosa, ma di sicuro esce tutto.

Mi è venuto in mente che il riso in bianco è uno di quegli alimenti che nessuno disprezzerebbe mai ma che di certo non si annovera tra i piatti preferiti. E’ qualcosa di medio. Indiscusso ma medio. Privo di giudizio. Bianco, per l’appunto. Eppure nessuno che dica mai “Guarda io mangio tutto eh, ma come il riso in bianco guai”. A me le cose semplici piacciono, ma quelle pregne dell’indifferenza altrui non tanto. Per questo non mi piaccio quasi mai, se non quando lego i capelli su in alto e metto i tacchi e il rossetto viola. Perchè a quel punto sì che si girano. Per lo meno quelli miopi.

Ho costruito la mia vita sull’idea che ogni qualità vada tirata fuori da sè e dagli altri. Ma poi non è vero. Perchè siamo tutti in giro a cercare di nascondere gli angolini perchè dietro agli angolini ci sono quei batuffoli di polvere forse. O forse perchè non è comodissimo girare un angolo correndo il rischio che dietro non ci sia niente di che, o peggio ancora che ci sia qualcosa di orribile come la pasta scotta. Ora che sono grande penso che le qualità non importino proprio a nessuno, così come i difetti e le paure e le cose piccole trascinate dietro a fare i segni nella sabbia come la pista per le biglie in spiaggia.

A quel tizio non ho dato la mano per strada. E a quell’altro non ho detto che lavoro fanno la mia mamma e il mio papà. E a quel signore non mi va di dire che ho due lauree quindi ho detto che lavoro nelle assicurazioni. Ho raccontato delle bugie piccole per sentire che so valorizzarmi da sola, senza il loro riconoscimento. Ma funziona poco e solo per quell’istante prima di girarmi e salutare, o prima di girarmi e rivestirmi mettendo il mio magone al posto del reggiseno. Ho le tette troppo piccole per avere un reggiseno dove metter dentro tutte le idee che mi faccio delle persone. Di solito quelle idee le metto nelle borse sotto agli occhi, così poi quando piango colano via e io mi illudo di dimenticarmene.

Ho rimesso quella canzone là appena sono rientrata dalla corsa. Avevo ancora le guance rosse e il collo sudato. L’ho riascoltata e mi sono scusata con me stessa. Ho detto scusa se non ti sopporto. Perchè a pensarci bene sono tanto giusta a far così, se è così che sono io per davvero. Io resto aperta perchè se le cose non entrassero mai la mia vita non basterebbe a nutrire me stessa e il mio cane. Non riesco a sopportare l’idea del riso in bianco, o l’idea che qualcuno possa avermi stropicciato le lenzuola in un modo che se anche non fosse esistito sarebbe stata la stessa cosa. Non mi piace che le cose non importino. Non mi piace che i giorni vadano avanti senze l’impronta del giorno precedente. Odio le cose che sono ok ma medie. Vorrei un giorno trovare un posto per queste cose. Magari un posto nascosto come quello dello spazzolino verde dimenticato nel mobiletto del mio bagno, o come il biglietto di un museo di cui non ricorderai mai la data, o come quel ciondolo bellissimo che non ricordo in che occasione mi avevano regalato. Perchè un giorno vale l’altro, e una come me vale un’altra, e uno come te o come te pure.

Siamo solo dei chicchi di riso bianco scotti, tutti ammassati in una ciotolina triste. Che se non fosse per qualcosa di fusion come la salsa di soia, saremmo pure legittimati a vivere male.

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