C’è questa cosa che mi succede, per via del fatto che mi lavo le mani troppo spesso per lavoro. Questa cosa che le mani si screpolano e diventano come la carta vetrata, come l’inverno senza i guanti, come la bocca in seggiovia, tutto atrofizzato e stanco e incazzato. Mi succede ormai sempre. E accettarlo sembra non bastare, perchè per certe cose accettare non è abbastanza, perchè per certe cose serve una soluzione, serve qualcosa di pratico e praticamente perfetto. Io ho cercato una soluzione per le mie mani e alla fine l’ho trovata, soltanto che certe volte pare non bastare nemmeno quello.

Metto questa crema bianca che è zinco ossido. E’ diventata una specie di rito prima di andare a letto. E quando si unge tutto e non posso più toccare niente allora mi sento pronta per dormire, come se essermi presa cura di me per questa volta potesse espiare le colpe delle volte in cui ho difeso altri al posto mio, o ho difeso me stessa in una guerra senza la trincea e senza i nemici. Quelle guerre che facciamo tutti per non stare sereni e non doverci guardare per quelli che siamo veramente, ossia persone semplici e anche un po’ merdose.

Quando qualcuno viene per cena senza troppo preavviso si fa sempre la pasta al sugo. E’ un segnale chiaro che dice “Mi impegno ma senza quella dose di responsabilità e coraggio”. E’ un po’ come stare sulla difensiva e nel frattempo insultare a bassa voce. Un po’ provocare, un po’ chiedere scusa simultaneamente. Mi piace pensare che anche l’ossido di zinco sia come la pasta al sugo alle cene improvvisate. Un tentativo di difendersi da aggressioni piccole e impastate a mano da noi stessi. Il male, il bene, l’attacco, la difesa. E’ un po’ tutto qua dentro tra le pieghe che si fanno tra le nocche quando chiudi il pugno, come per contare i mesi con 30 e con 31 giorni. Che poi è un metodo come tanti. Qualcuno preferisce la filastrocca. Ma a me piace chiudere il pugno. Ho le mani magre e quando lo faccio si vedono delle striature bianche che mi fanno venire in mente la schiuma ai bordi del gommone quando si spegne il motore e c’è quello stallo tra il gorgogliare e il silenzio. E poi si è a riva. Io ci provo forte a sentirmi ancora bambina, solo che non riesco proprio ad accettare che dopo un po’ non ci si riconosca più. E non tipo adolescenza. Più che altro tipo l’idea che ci si fa del nostro essere madri un giorno. Donne incazzate e con degli zaini pesanti non nostri sulle spalle. Zaini non nostri ma con dentro cose costruite da noi. Mani screpolate dal freddo ma anche dalle nostre scelte, che adesso ci fanno essere quella lì che ti ha fatto tornare con la tua ex, quella lì che ti ha fatto trovare una più bella ma più stupida, quella lì che ti conferma che non hai voglia di impegnarti perchè poi si litiga, quella lì che non ami per niente ma avresti pure potuto.

E’ come se non mi sentissi più le punte delle dita, certi giorni. E vorrei toccare una faccia e sentire intensamente, quasi come sentire l’odore coi polpastrelli invece che con le narici. Invece non sento niente, non sento più la forza per avere coraggio e allungare una mano. C’è troppa pelle morta e ho perso sensibilità. Sento solo il massaggio di quando metto la crema, e l’odore di quando faccio una pasta al pomodoro fatta male. Vorrei amarli ancora tutti. Vorrei amarmi ancora. Vorrei ci fosse altro oltre al sorriso delle persone che mi ringraziano e mi accompagnano fino all’ascensore ogni cazzo di giorno che il dio manda in terra. Vorrei avere più bisogno di stringermi a qualcuno mentre dormo, invece mi basta il muso dolce e caldo del mio cane appoggiato al divano. Mi guarda dal basso in alto e quello lo sento. Mentre mi lecca le mani lo sento, perchè è un affetto che brucia nelle pieghe delle screpolature e io mi dico “allora c’è ancora un po’ di amore da sentire”. C’è ancora tanto di quell’amore in ogni piccola cosa, è soltanto che devo idratarlo e proteggerlo e lenirlo perchè si piaga, si rompe, si sfalda. Va bene l’ossido di zinco per questo. Costa solo 4 euro. E va bene la pasta al pomodoro, che costa anche meno di 3, per giustificare l’aver fatto passare un altro giorno senza amare davvero ma provandoci un pochino per volta. Come invecchiare e poi morire. Ma piano piano. E allora ci si accorge meno, e più dolcemente, e solo alla fine.