Sulla libreria scombinata nel corridoio di ingresso  c’è appoggiato un guantone da baseball. Lo vedo ogni giorno, ogni volta che entro ed  esco appoggio le chiavi lì di fianco e lo guardo per un secondo. Non so nemmeno le regole del baseball, so solo che devi colpire e mandare più lontano che puoi per avere più tempo per correre. Se dovessi giocarci potrei essere nient’altro che la pallina, ma fatta di pongo.

Vorrei definire la delusione mentre la sento, ma quando provo a farlo mi rendo conto che si trasforma in stupore. Cose che non ti aspettavi così, e invece. Allora gli do una forma che stia dentro alle narici, ne annuso l’odore che è come il pongo, come l’odore delle cose plasmabili, solo che rimane proprio attaccato a me. Cerco di dare una forma diversa alle cose che sono cambiate per poter continuare a portarmele dietro invece di buttarle. Dovresti vedermi come sono diventata brava, ho il pongo da tutte le parti. In certi punti del mio corpo c’è del pongo a forma di guantone da baseball, in certi altri punti invece ha la forma di un ragazzo e del rumore dei suoi passi mentre corre poco più avanti di me su una strada vuota, poi si ferma per sorridere e ci baciamo e c’è tantissimo sole anche se è fresco ed è troppo presto per tutto. Ho messo questo pezzo di pongo sul palmo delle mie mani, per sentire ancora il contatto, per accontentarmi dei resti di quando potevo toccarlo ed era sempre tiepido. Poi c’è del pongo che sa del rumore dei singhiozzi di un ragazzo con i ricci. L’ho messo sulla schiena, per poterlo vedere il meno possibile, per sperare che sotto la doccia si sciolga un pochino e finisca nelle tubature, insieme a tutto il peso della colpa che ha costruito per me, per farmi zoppicare. Ho del pongo anche incastrato sotto le ascelle a forma di quella stalla bellissima con i cavalli dipinti a mano di quella marca tedesca. Ci giocavo ogni giorno. Ero brava ad inventare i nomi dei personaggi, perché ero una bellissima bambina e avevo tanta fantasia da farmi scoppiare il cervello.

Qualche pomeriggio avevo giocato con quel guantone e una pallina con sopra delle firme insieme ad un signore che non c’è più. Uno tirava, l’altra prendeva al volo, forse ci davamo il cambio o forse di guantoni ce ne erano due. Di sicuro eravamo su un grande prato e io mi sentivo felice per quel tempo che ritagliava per me. Oggi penso che magari aveva letto dei libri su come fare il padre per bene. Mi regalava le cose, ma mai troppo spesso. Le lasciava sul mio letto ed io le trovavo quando tornavo da nuoto con i capelli crespi e corti come un maschio. Era bravo, ma forse barava ed io non  lo saprò mai. Come lui non saprà mai quanto sono grande adesso quando sorrido alle persone che mi deludono, quando firmo il referto da capitano nella mia squadra di pallavolo, quando porto un cane al guinzaglio e annuso l’erba tagliata. Quando mi innamoro anche se non posso e allora me lo tengo dentro. So tenermi tutto dentro ormai, c’è uno spazio per tutte le cose trattenute che è grande, grandissimo. Più grande di me.

[Le persone non scompaiono mai davvero, ma il tempo passa e le colora male, fuori dai bordi, come succede in quei quadernoni per bambini con le figure da colorare coi pennarelli della Giotto, che si scaricano sempre troppo presto.]