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Di-Chiara-tutto

Mese

aprile 2016

Right swipe: il tempo dell’amore.

C’ero dentro così poco che ho deciso di entrarci. Proprio adesso che le cose hanno un valore diverso anche per me, cose che sono sempre state grandi e che da sempre, quando spariscono, lasciano tanto spazio vuoto. Cose come l’affetto, la curiosità, la voglia di fiducia, il rumore delle carezze. E’ da quando sono sparite anche per me che ho avuto tanto tempo e tanto spazio da riempire con cose minuscole ma sporche. Non serve volume, basta del colore ed ecco che la voragine si vede un po’ di meno. Mi sono data questa autorizzazione dicendomi una cosa a bassa voce. Si fa quel che si può. L’ho detto sospirando, come le sciure tra i corridoi del supermarket.

Tinder è una cosa piccola e coloratissima, sporca tutto e aiuta a passare il tempo che prima faceva il rumore della cascatella del mio acquario. Rumore di acqua che scorre e porta via. Non mi piace quel rumore, non mi piace però nemmeno il sienzio di quando stacco la spina e lascio il pesce senza filtro. Poi mi dispiace, anche. Allora semplicemente aggiungo suoni su altri suoni, fino a quando lo scorrere della vita diventa soltanto un acufene, un leggerissimo fischio inodore, in cui nemmeno riconosci più le facce. Siamo tutti uguali, prima o poi. Che poi è sempre già adesso.

Usi un dito soltanto, ad esempio l’indice della mano destra. Fai una leggera pressione sullo schermo e poi scorri da un lato o da un altro. E’ semplice, meccanico, a volte dettato dal caso, altre volte da sensazioni. Ci sono spesso foto di persone al mare, mari che potrebbero essere la Liguria eppure sembrano sempre mete esotiche in cui chiunque sarebbe bellissimo e al sole. Ci sono foto fatte di nascosto ma dopo scelte accuratissime, ci sono scatti rubati ad altri, immagini di una serata che era felice con qualcuno ma quel qualcuno è stato tagliato per non farlo comparire. Foto di uomini con cani, di cani, di uomini soli, uomini brutti, uomini semivestiti ma nudi proprio in quel punto che val la pena mostrare. C’è puzza di scelta in ogni angolo del touch screen. Nulla è realmente abbandonato. E sarebbe bello potersi limitare a guardare e pensare, invece devi per forza scegliere. Hai del tempo, sì. Ma che valore ha quel tempo? Dove si colloca la scelta della direzione del mio dito? Qual’è il peso della mia falangetta? Io credo sia un peso impalpabile. Il peso della vita di persone che esistono realmente ma potrebbero non esistere mai. E’ come una nuvola che si sposta e io ci sto sopra e sento soltanto qualche turbolenza, ma penso che sia la mia morale che mi giudica e niente di più. E’ la solitudine vera, questa qui. Le scelte senza valore, semplici e finalizzate, questo è esser soli nel mondo.

Non mi sento nè male nè bene. Ciascuno ha bisogno di riconoscersi, di vedersi ancora una volta da punti diversi per sentirsi cambiato. Io lo capisco e vorrei non giudicare. Mi sento soltanto impaurita a volte, perchè mi chiedo dove sarà finita la fiducia che ho costruito per me stessa. Quella che era come tanti mattoncini del Lego uno sopra all’altro con le firme delle persone che hanno dato un contributo. Era una fiducia contorta ma era vera ed era la mia. Staccavo mattoncini per tutti, per chi mi offriva il caffè, per chi mi offriva una vita insieme, per chi mi offriva delusione, paura, incertezza, follia. Che poi sempre di amore si parlava. Perchè di amore ne ho ancora tanto e mi tiene così viva che mi butterei dalla finestra e sarei certa di non cadere mai. Come in quel sogno in cui sapevo volare ed entravo dalle finestre nelle case di tutto il mondo. Come avere il Telepass per le tangenziali che vanno nella vita degli altri. Aspetti giusto quel secondo, rallenti appena appena prima di farti aprire, poi bang sei dentro.

Tinder non ci insegna molto della vita, ma a farci domande quello forse sì. Non do risposte, ma mi chiedo. Mi chiedo quanta arroganza vogliamo arrivare ad avere per poter scegliere anche l’amore. Quali persone possiamo sperare di essere, se pretendiamo di ridurci ad essere le nostre scelte. Se riassumiamo le persone soltanto per renderle potenzialmente calzanti, sperando che non scrivano mai con la k, che non tifino il Milan, che abbiano degli interessi compatibili con quella mia amica, degli sguardi comprensibili, un amore verosimile. Forse sono io l’arrogante vera. Che spero ancora che l’amore non sia verosimile mai, nè tantomeno unico, ma semplicemente un amore così.

 

Il senso del pongo.

Sulla libreria scombinata nel corridoio di ingresso  c’è appoggiato un guantone da baseball. Lo vedo ogni giorno, ogni volta che entro ed  esco appoggio le chiavi lì di fianco e lo guardo per un secondo. Non so nemmeno le regole del baseball, so solo che devi colpire e mandare più lontano che puoi per avere più tempo per correre. Se dovessi giocarci potrei essere nient’altro che la pallina, ma fatta di pongo.

Vorrei definire la delusione mentre la sento, ma quando provo a farlo mi rendo conto che si trasforma in stupore. Cose che non ti aspettavi così, e invece. Allora gli do una forma che stia dentro alle narici, ne annuso l’odore che è come il pongo, come l’odore delle cose plasmabili, solo che rimane proprio attaccato a me. Cerco di dare una forma diversa alle cose che sono cambiate per poter continuare a portarmele dietro invece di buttarle. Dovresti vedermi come sono diventata brava, ho il pongo da tutte le parti. In certi punti del mio corpo c’è del pongo a forma di guantone da baseball, in certi altri punti invece ha la forma di un ragazzo e del rumore dei suoi passi mentre corre poco più avanti di me su una strada vuota, poi si ferma per sorridere e ci baciamo e c’è tantissimo sole anche se è fresco ed è troppo presto per tutto. Ho messo questo pezzo di pongo sul palmo delle mie mani, per sentire ancora il contatto, per accontentarmi dei resti di quando potevo toccarlo ed era sempre tiepido. Poi c’è del pongo che sa del rumore dei singhiozzi di un ragazzo con i ricci. L’ho messo sulla schiena, per poterlo vedere il meno possibile, per sperare che sotto la doccia si sciolga un pochino e finisca nelle tubature, insieme a tutto il peso della colpa che ha costruito per me, per farmi zoppicare. Ho del pongo anche incastrato sotto le ascelle a forma di quella stalla bellissima con i cavalli dipinti a mano di quella marca tedesca. Ci giocavo ogni giorno. Ero brava ad inventare i nomi dei personaggi, perché ero una bellissima bambina e avevo tanta fantasia da farmi scoppiare il cervello.

Qualche pomeriggio avevo giocato con quel guantone e una pallina con sopra delle firme insieme ad un signore che non c’è più. Uno tirava, l’altra prendeva al volo, forse ci davamo il cambio o forse di guantoni ce ne erano due. Di sicuro eravamo su un grande prato e io mi sentivo felice per quel tempo che ritagliava per me. Oggi penso che magari aveva letto dei libri su come fare il padre per bene. Mi regalava le cose, ma mai troppo spesso. Le lasciava sul mio letto ed io le trovavo quando tornavo da nuoto con i capelli crespi e corti come un maschio. Era bravo, ma forse barava ed io non  lo saprò mai. Come lui non saprà mai quanto sono grande adesso quando sorrido alle persone che mi deludono, quando firmo il referto da capitano nella mia squadra di pallavolo, quando porto un cane al guinzaglio e annuso l’erba tagliata. Quando mi innamoro anche se non posso e allora me lo tengo dentro. So tenermi tutto dentro ormai, c’è uno spazio per tutte le cose trattenute che è grande, grandissimo. Più grande di me.

[Le persone non scompaiono mai davvero, ma il tempo passa e le colora male, fuori dai bordi, come succede in quei quadernoni per bambini con le figure da colorare coi pennarelli della Giotto, che si scaricano sempre troppo presto.]

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