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Di-Chiara-tutto

Mese

marzo 2016

La vera storia del pirata che non sono.

C’è questo romanzo che sto leggendo, che in pratica è lo spin-off de “L’isola del tesoro” di Stevenson. Riprende uno dei personaggi della storia e ne fa una storia a sè. Parla di pirati, di persone che rubano e poi scappano, poi perdono la gamba o se la fanno tagliare ma restano vivi, perchè sono dei duri veri. Ma più che duri sono persone per cui il pericolo ha un significato diverso. Persone di cui è più importante la storia dell’emozione, di cui conta soltanto il racconto di sè fatto da altri, in tempi e luoghi che non sono adesso e qui.  Persone che in fondo sono storie e basta. E a me piacciono le storie, tant’è che se ci penso bene e davvero scopro che mi piace tanto anche la mia.

Ho chiuso gli occhi e ho immaginato forte. Ho immaginato di essere una storia ma non la mia. E ho immaginato la storia più lontana possibile da qui. Mi sono accorta che quella storia era piena di pirati e che anche io ero un pirata. E mi sono sentita benissimo, perchè sentirmi così tanto diversa da me stessa mi ha fatto pensare come una che in realtà può essere esattamente quello che vuole.

E allora in un attimo ero seduta su un veliero. Sul bordo di questa nave grande che sembrava piccola, perchè era piena di funi e barili e tracce di sporco, che il calpestabile sembrava al massimo tre metri quadri in tutto. Era quasi il tramonto, ma quel momento prima del tramonto in cui ancora potrebbe essere qualsiasi ora del giorno. Mi sono seduta a cavalcioni su un barilotto pieno di qualcosa. Avevo una camicia puzzolente e crespa infilata dentro a dei pantaloni neri sgualciti. Ero scalza e coi capelli raccolti infilati sotto ad un tricorno che puntava lontano, dove si increspava il mare insieme all’odore di polvere da sparo. Il tempo non c’era, c’ero solo io con delle voci dietro e della voglia di rum, di sigari, di cose da uomo. Si sentiva quel rumore di acqua che sbatte contro le cose, come il suono che fa il mare sotto la chiglia delle navi quando le navi si muovono troppo piano. Qualcuno ogni tanto da poppa gridava o ruttava. Ma il senso era sempre lo stesso. Ed io ero sempre io. C’era ancora quel pensiero d’amore ma si faceva piccolo piccolo mano a mano. C’era ancora la paura, ma era una paura che aveva una storia dietro, fatta di pirateria e corsari e palle di cannone. Avrei potuto arrabbiarmi, uccidere, dare qulcosa o qualcuno in pasto agli squali. Ma tutte le possibilità restavano in me, sotto il cappello e sotto la mia carne di vecchia bucaniera. Ogni mia parte occupava il suo spazio, fino a quando ogni parte non esisteva più, ma era un tutt’uno. Ed io masticando del tabacco puzzolente pensavo allo scodinzolare di un cane, ai denti bianchi di quel sorriso che non vedo più, ma soprattutto al valore minuscolo delle parole, che contano così poco come quelle che ripete il pappagallo appollaiato sulla mia spalla, che neanche sa volare. Nel frattempo era sceso il sole, ed era ora di bere rum e poi menarsi in cambusa per una partita a carte. Ti ho perso per un secondo.

Forse anche i pirati hanno emozioni tristi e ricordi felici nascosti nella barba. Io li ho enormi, anche mentre sono un pirata per qualche ora e bevo cose puzzolenti sotto la vela di una nave mezza rotta dalle palle di cannone. Mi piace essere un po’ di tutto. Mi piace anche allontanarmi da un ricordo bellissimo fingendomi Long John Silver. Mi viene in mente che mi sto dimenticando di quella camicetta bianca su cui mi ero rovesciata il vino rosso. Mi dimentico di come era stato bello toglierla e riderne quando poi ho dovuto buttarla via. Non l’ho mai più ritrovata in nessun negozio, eppure non ne ho mai pianto. Adesso invece appena mi distraggo un secondo mi scivolano via dei pensieri e si coprono di nuovi rumori. Cerco di afferrarli per salvarli ma mi corrodono i palmi delle mani come funi impazzite che non riesco a frenare. Allora cedo, la vela crolla insieme alla nave e io torno in casa.

Non sarei mai un pirata coi controcazzi, forse. Ma so spostarmi da me stessa per andare altrove, per quell’istante solo in cui mi immagino come sarebbe se. Mi basta questo per imparare. Essere me stessa ma vestita da qualcos’altro.

 

 

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Non ho lavato i piatti con lo Svelto, e questa è la mia libertà.

Sulla strada per questo concerto guardavo fuori dal finestrino e c’era un cielo pazzesco, come se qualcuno avesse ritagliato delle striscioline di cartoncino colorato di tante sfumature diverse e le avesse messe in sequenza. Come il cartoncino che ti fanno comprare alle medie per educazione tecnica, che poi si usa sempre poco eppure costa un sacco di soldi. E niente, c’erano queste strisce di colore una vicina all’altra fino al cielo, che invece era di un azzurro solo, unico, senza niente intorno. Solo cielo, ma con sotto dei colori assurdi, a metà tra il fuoco bollente e tutto quanto il resto delle cose del mondo. Gli alberi sul bordo della tangenziale erano in ombra e passavano veloci dal mio lato sinistro a quello destro e poi sparivano. Ma per quella frazione di tempo erano così nitidi e neri che sembravano disegnati con la china. Vedevo così bene i contorni delle cose, che le cose sembravano più vere.

Ogni tanto, mentre aspettavo in coda allo SpazioMusica, pensavo a delle cose che non c’entravano niente con il fatto di essere lì. Tipo mi veniva in mente che avevo i piatti tutti sfatti nel lavello da giorni. Ed era una cosa che avevo imparato a non fare più, perchè vedere la cucina ordinata è una cosa che mette il cuore in pace, che rasserena, che solleva nel momento in cui entri o esci di casa. Ma questa volta qui non mi andava. E quasi quasi stavo bene al pensiero che la casa fosse in disordine. Perchè a volte anche io mi sento così in disordine, e torno a casa e oltre a sentire il mio odore vedo anche il mio disordine. E allora mi sento doppiamente capita. E penso che una buona parte della vita sia questa ricerca di comprensione in ogni cosa. Guardarsi nel bordo degli occhi, nemmeno troppo dritti. Scusarsi e sentirsi ok. Non bene, non male, ma ok. Un “ti ho capito, non preoccuparti” che vale così tanto perchè legittima a non si sa cosa. E forse non importa nemmeno granchè il contenuto che si chiede di comprendere. Basta il gesto di dirlo e dall’altra parte il gesto di averlo ascoltato. Appoggio la mano sul bordo della faccia di qualcuno e dico “Massì” e accenno un sorriso un po’ finto. E da lì può succedere qualsiasi cosa perchè tanto ormai ho detto massì. Non ho ancora capito se sia la cosa più bella del mondo oppure la più brutta, perchè sa di libertà. Sembra la carta jolly di quei mazzi di carte che si inventa una regola per poterla usare. Se siamo tutti d’accordo.

Calcutta diceva di avere la febbre e di fare schifo, che il suo concerto avrebbe fatto schifo. L’ha detto dalla prima traccia fino alla fine. Forse aveva la febbre davvero e forse anche il concerto ha fatto schifo. Ma io questo non lo saprò mai. Perchè lui dicendo questo si è preso il “massì” di tutto un pubblico che lì dentro poveraccio non ci stava. E l’impianto è inadeguato. E cantate voi che io non ce la faccio. E scusate se non posso rimborsarvi il biglietto, ma non ho soldi. Con quella voce strascicata e biascicante che gli permette la libertà di chiedere comprensione per cose che poi magari neanche succederanno. Perchè di fatto schifo non fa. E scrive pezzi che uno piange mentre canta e urla e pensa a quanto siamo sfigati. Perchè sì che siamo sfigati. E vogliamo sentirci dire che la nostra libertà sta nel non lavare i piatti con lo Svelto, nell’avere un appartamento per cui vale la pena scusarsi mentre si fa entrare qualcuno. Vogliamo sentirci liberi di mettere le mani avanti per lo sporco che abbiamo nel lavello e sentirci comunque riconfermati. Faccio schifo sì, ma ti prego resta qui a guardare quanto faccio schifo, finchè lo schifo diventa bellissimo.

La mattina mi sono svegliata ed era primavera. Sono stata per un po’ sotto il piumone ma con la finestra aperta e il cielo senza mezza nuvola. Ho pensato che oggi laverò i piatti e metterò ordine. Perchè davvero non lo so se questa cosa del chiedere accettazione della propria merda sia una figata. Forse no. Forse sogno un mondo in cui si entra in casa senza nemmeno accendere la luce. Basta il buio, basta l’odore. Basta il rumore di una doccia che scorre l’acqua. E non esiste ordine, non esiste la carta jolly da giocarsi. Esistono soltanto posti dove mettere le mani, dove appoggiare i problemi. Cose da non dirsi che tanto prima o poi verranno fuori, ma sarà il loro momento e quel momento non è adesso. Non è subito. Prima ci sono altre cose. Forse Calcutta avrebbe potuto semplicemente cantare e noi avremmo pensato che non aveva tanta voglia. O che aveva la febbre. O che è un genio. Oppure non avremmo pensato niente e avremmo cantato le sue canzoni semplicemente perchè ci piacciono.

In fondo le cose vere sono quelle lì, che non ti dicono niente subito. Come quegli alberi che vedevo in tangenziale, come quel cielo che sembrava fatto coi cartoncini. Come un cane quando gli fai una domanda e ti guarda da lì in basso. Come quelle persone che si presentano, ti stringono la mano e dicono il loro nome e basta. Perchè cos’altro c’è da dire. Le cose parlano già troppo da sè. E io nella vita avrei voluto dire molto meno e lasciar dire molto meno. Sarebbe figo tapparsi la bocca e mettersi a ridere, poi baciarsi. Non dirmi questa cosa. Facciamo che non me la dici e io non provo ad indovinarla.

Oggi è primavera. Ho lavato i piatti con lo Svelto, e questa è la mia libertà.

 

 

 

 

Chissà se Gesù digeriva la peperonata

Ieri pomeriggio correvo e pensavo a questa cosa della parola PERDONO. E’ una bellissima parola, perchè ricorda molto qualcosa che fai come regalo, anche se poi l’etimologia sarà sicuramente tutt’altra. Mi faceva anche ridere l’idea che se non metti l’accento potrebbe anche significare perdono, nel senso di verbo perdere. E’ bellissima questa linea così sottile che c’è nel linguaggio. E’ bello vederla come una cosa tanto delicata, che ti può far passare in un attimo dal regalarti la libertà assoluta all’essere col culo per terra ultimo in classifica. Perdòno o pèrdono? Ma vuoi vedere che in fondo non cambia veramente un cazzo.

C’era questo periodo della mia vita in cui avevo sempre mal di stomaco. Mi perdevo nelle cose, anche. Tipo che mi ero lanciata come se davanti ci fosse un piatto di peperonata. Ero dentro a questo piatto e sguazzavo con le mani lerce di rosso e giallo e verde, con quel profumo pazzesco e inaccettabile a qualsiasi ora dei peperoni a casa dei nonni. Ed era come nuotare, che arrivi ad un certo punto che le orecchie esplodono e non puoi andare oltre e torni a galla. Vedevo la superficie dal livello stesso della superficie e c’era troppo olio forse, ma tanto buono. E’ che nessuno sa digerirla la peperonata, eppure tutti vogliamo mangiarla per dimostrarci che lo possiamo fare, che andiamo oltre il rischio, che in qualche modo accettiamo il dolore del reflusso per avere anche l’altro lato della medaglia. E poi esce fuori che tutte le nonne fanno la peperonata migliore del mondo. E allora uno si chiede se realmente esistano cose migliori di altre, o se invece esistono semplicemente cose. Con noi in mezzo.

Quando avevo mal di stomaco non ero quasi mai arrabbiata. Sentivo l’esofago come se mi si stesse crepando e allora pensavo fosse tutto il bello della vita che mi spingeva da dentro, perchè non ci stava. Invece non era una questione di grandezza, nè di quantità. Era solo peperonata, così buona e così difficile da digerire. Così profumata come le stanze quando ci si dorme dentro in due con la porta chiusa e al mattino bisogna girare l’aria per forza. E c’è il rumore delle macchine giù in strada, e l’autobus che non ho mai preso per venire fin lì con lui, e il caldo che ho lasciato sotto la trapunta che se mi infilo di nuovo veloce veloce riesco a recuperarlo. Queste qui sono cose grandi, gli ho detto. Ed ero arrabbiata ma lo stomaco aveva smesso di bruciare, così all’improvviso. Perchè sono davvero cose grandi, ma la verità è che sono grande anche io.

Forse anche Gesù avrà avuto la gastrite qualche volta. Ma forse invece funziona così per tutti, e funzionava così anche per Lui. Che basta perdonare gli altri e perdonare sè stessi per digerire la vita e la peperonata più pesante di questo mondo. Senza Maalox, senza niente. Mi metto solo gli occhiali per vedere che sono arrivata in fondo e che ho perso io e hai vinto tu. Tiro su una mano ed esulto. Sono ultima e ti regalo il mio perdono. E chi se ne fotte di dove sta l’accento. Porgo l’altra guancia, porgo l’altro piatto per fare il bis e poi rutto, ma con la mano davanti.

Amen.

 

 

 

Il fascino della cena

Mi piace quando si entra nelle case e poi a un certo punto tutti dentro, nella stessa stanza, con le braccia sullo stesso tavolo, a mangiare la stessa cosa ma con tempi e gusti e modi di muovere le posate diversi. Mi piace che ci siano cose che, anche se fatte in modo diverso, non complicano le relazioni. Che non si litiga. Magari si discute ma non di quello che si ha nel piatto, non di come si tiene la forchetta. Quelle sono piuttosto cose che uniscono, differenze che si colmano versando del vino. E’ tutto leggero, sembra quasi che non ci siano motivi nelle cose, ma soltanto cose. Di tanti colori delicati da guardare.

Sì, mi sono autoinvitata da Chez Riz. Ho imparato che vale, perchè non c’è niente di male nel chiedere aiuto nel modo che preferiamo. Comunque ho portato del vino bianco e delle zeppole di San Giuseppe. C’erano tante pentole sui fuochi in una bella casa. Poi è arrivato del polpo morbidissimo che stava su della rucola e di fianco a dell’avocado condito. Poi un po’ di maionese fresca. Era tutto morbido, e il polpo sembrava che avesse avuto quel sapore lì da sempre, invece probabilmente c’era del lavoro dietro. Come c’era del lavoro dietro a tutto quanto eh, solo che ho capito che quando quel lavoro sembra non esserci nemmeno stato allora è lì che è tutto perfetto.

Sembrava quando quella volta mi ero svegliata di Domenica mattina e suonavano delle campane ed ero in un posto che non era casa ma sembrava casa all’improvviso. Subito appena gli occhi si sono aperti avevo le mani intrecciate sotto il cuscino ed era come se nel letto ci fossero mille persone abbracciate, da quanto tutto era tiepido. E volevo sorridere così forte che mi si sarebbe stracciata la bocca, forse. E nella camera era caldo il giusto, c’era magari quello spiffero dalla finestra ma raffreddava soltanto la spalla che mi usciva dalla coperta, perchè le coperte sono sempre arruffate quando non si rifà il letto. Ma non serve rifarlo se pensi che domani chi lo sa se dormi ancora lì. O se dormi ancora così.

Abbiamo mangiato anche delle linguine allo scoglio che erano superbuone. C’era anche della scorza di limone, che di solito si dice sempre di mettere in tutte le ricette e poi la si balza, oppure la si mette ma non si sente. E allora uno pensa che sia il tocco da menosi, da fare tanto per dire. Invece in questo caso no, era come se fosse proprio la parte migliore. Come se la parte migliore delle cose fosse quella che hai fatto all’ultimo, che ci hai messo un secondo o due, però cazzo se non l’avessi fatto non sarebbe stata la stessa cosa nemmeno per tutto quanto il resto della pasta cotta bene, del pesce buono, delle cozze e della passione che ci si mette per fare quello che ci piace. Perchè anche quello mica è facile.

Sono tornata a casa poi, dopo le zeppole, il caffè e un ammazzacaffè dolce e strano con sopra un elefante disegnato.Tuttomoltofigo.

Queste cose non servono per essere felici, ma per affascinarsi alle cose felici quello sì. Vedere che ci sono momenti che iniziano e finiscono e poi te li tieni fino a quando li hai digeriti. Mi piacciono molto le cose. Soltanto poi dormo, e sogno cose brutte tipo dell’amore che non si riesce più a dare, che ha reso quel ragazzo così magro che non riesco più a toccarlo. Sogno di aerei che precipitano dentro all’acqua azzurra, e io che rimango intrappolata mentre affondiamo e sono quasi felice di dover trovare un modo per uscire. E mia mamma che mi batte il cinque dopo che siamo riuscite a trovare un punto da cui si esce così facilmente. E’ come aver vinto anche se l’aereo è sotto i piedi che inabissa. Galleggio e faccio il morto e il sole bollente mi brucia gli occhi anche se li chiudo. Sogno sempre a colori. Sono fortunata per davvero.

 

 

 

Conta fino a uno, che ho fatto una torta.

Volevo raccontare a me stessa una cosa di me stessa. Allora ho pensato che il tempo necessario per farlo sarebbe più o meno quello che ti concede una clessidra di quei giochi da tavolo tipo Pictionary o quegli altri giochi là. Girala una volta sola, poi aspetta quel tempo che non ha quantità e ti sei già detto e dato tutto.

La cosa che ho scelto di raccontarmi è di quella volta in cui ho fatto una torta al cioccolato ed è venuta bene. Perchè sono riuscita ad essere la versione migliore di me per quei due giorni in cui la ganache e poi il pan di spagna e un tizio che se la mangiava e più che dire che era buona ero io che la sentivo buona sul serio. Era una cosa mia, che ho dato ad un altro ma era comunque ancora mia, pure dopo. C’era tanto cioccolato dentro e fuori, pensavo che sarebbe stato troppo e invece era semplicemente tanto. Come le cose che ho fatto per alcuni anni e che adesso sembrano davvero così enormi ma in fondo non sono tanto più grandi di una fetta avanzata di quella torta nel suo frigo. Che per inciso: è FRIGO, non FRIGOR, santiddìo.

Mi fa ridere pensare a quante cose puoi fare e dire in un solo giro di clessidra. E sai perchè? Perchè non è un tempo quantificabile, è solo tempo approssimativo che segue la gravità e porta dei granelli di sabbia a spostarsi oltre una strettoia e accumularsi dal lato opposto del vetro. E nel tempo che ci mette pensi quasi che il tempo non esista, che esistano soltanto le cose che ci si dice quando ci si guarda da vicini, le cose che si fanno quando si corre veloce e male via da un citofono ed esce la nuvoletta bianca di condensa fredda dalle bocche, perchè fa freddo. E intanto la sabbietta continua a scendere senza che nessuno se ne accorga, perchè le cose vere che contano sono quelle lì. Un tizio una volta aveva un tatuaggio tra le costole e quando lo guardavo mi piaceva immaginare che l’inchiostro fosse anche dentro nell’osso. Era un tatuaggio che voleva dire tutt’altro, eppure a me veniva in mente solo una clessidra enorme, con della sabbia talmente spessa che fa i grumi e alla fine smette di scendere e il tempo si ferma. Ma ho sbagliato.

Mi sono raccontata che so fare una torta al cioccolato. Che sono sia quella torta al cioccolato che due miliardi di altre cose che nemmeno so di saper fare e cose gigantesche che invece vorrei non aver mai imparato a fare nella vita. Eppure sono tutti granelli minuscoli di cose chiuse dentro in un vetro, e quando scendono una ad una non fanno nessun rumore, perchè il tempo è silenzioso come i passi sulla spiaggia. Che li senti solo se sei sdraiato con l’orecchio appoggiato a terra, li senti come vibrazioni, come polpastrelli sul bordo di un palloncino, ma più piano.

Capisco perchè teniamo il tempo con gli orologi. Se andassimo a clessidre ci sarebbe la sensazione che ogni volta sia finito qualcosa e che solo rigirando si possa ricominciare tutto. Sarebbe come manipolare il tempo con le mani sporche. Invece l’orologio è tondo, è ciclico, è un cerchio che non si chiude mai, da’ l’idea di infinito. Mentre a me per dirmi una cosa mi basta l’infinito che sta chiuso in un turno di Pictionary, in cui io disegno una torta al cioccolato buonissima e lui indovina e vinciamo la partita, ma appena mi giro è finita la sabbia nella parte sopra e bisogna chiudere il cancelletto verde e andare a casa.

Per fortuna che io disegno di merda e che Pictionary è un gioco da stronzi dove devi solo avere la fretta di farti dare una risposta. Basta che conti fino a uno, poi ti giri e il tempo è già finito. Come la torta quella volta, perchè era buona per davvero. E’ stato un soffio.

 

 

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