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Di-Chiara-tutto

Sotto gli alberi ci sono i pensieri

Dove finiscono i pensieri quando non puoi raccontarli? O le frasi carine quando non riesci a dirle, o a scriverle da qualche parte? Deve esserci un posto molto simile ad un cimitero, dove le tombe hanno quelle piccole fotografie rotonde in bianco e nero che la gente sceglie con tanta cura ma con scarsi risultati. Lì, sotto terra, forse ognuno nasconde  quelle cose lì. Quelle un po’ morte. Certe volte mi sento creepy perché tirar fuori le cose morte mi incuriosisce. Lo farei. Guarderei pure come diventa mio nonno dopo anni sotto il terriccio del Musocco. Chissà se ne sarei spaventata o se invece avrei il giusto distacco. Forse penserei che se non c’è anima, allora non è niente.

A Garabiolo, se arrivi in piazza e costeggi la chiesetta a piedi, trovi un sentiero di ciottolato che parte e va in su. Se cammini e superi le villette cominci a vedere un bosco. Quel bosco è pieno di gnomi, da piccola ne ero convinta. Niente fate, solo gnomi. Gente laboriosa insomma. Gente che si dà da fare. Se scavi alla base di certi alberi trovi tutti quei pensieri sommersi. Gli gnomi se ne occupano. Li ricevono ogni sera e durante la notte li interrano. Quando arrivi ad un pensiero sommerso te ne accorgi subito, perché hai la sensazione di vedere della polverina brillantinata che aleggia vicino alle radici, nel punto in cui fuoriescono dalla terra. Senti una cosa magica, allora puoi iniziare a scavare.

Non hanno una forma riconoscibile. Appena scoperchi è come sentirli col tatto, e con nient’altro. In quel bosco ci sono un sacco di frasi d’amore troppo banali per essere regalate a qualcuno. Ci sono un sacco di desideri di cose noiose, che nessuno ha il coraggio di desiderare per sé e per gli altri. Ci sono un sacco di inviti a cena ma senza la cena. Un sacco di proposte di andare al cinema, ma senza nemmeno poi la forza di uscir di casa. Se sei fortunato trovi i messaggi cancellati poco prima dell’invio, quelli che fanno vergognare. Perché c’era rabbia, o tristezza, o banalità. Allora uno cancella prima di inviare e si sente meglio. La maggior parte delle volte la gente dice quello che pensa, ma non sempre. Io certi giorni vorrei essere dentro la testa degli altri quando sono in silenzio, o quando cancellano il messaggio, o quando scrivono “ok ciao” invece che scrivere qualcosa di banale ma tenerissimo. O tremendo, al contrario. Perché è meglio arido che dolce, molto spesso. Meglio neutro che cattivo. O almeno così dicono.

Una volta ho trovato dei pensieri miei. C’era quella volta che avrei voluto dire “Sono triste ma tu non c’entri niente, solo che non riesco ad accettare di essere triste da sola. Ho bisogno di te”. Poi c’era quella volta in cui avrei voluto chiedere di andare a fare un picnic a Gaggiano, con dei panini al latte con dentro il prosciutto cotto Sofficette, che sa di cadavere sempre. Ci volevo mettere tanta maionese del tubetto. Volevo andarci in bici per poi stendere un telo e raccontargli delle storie così poco interessanti da farlo addormentare. Magari l’avrei lasciato parlare di sé, l’avrei guardato sguazzarci dentro finchè anch’io mi sarei addormentata di colpo. Sarebbe stato un bel pomeriggio, ma solo per me. Gli altri vogliono sempre cose diverse, allora mi vergogno e sto zitta. Ho trovato anche quella risposta che volevo inviare qualche tempo fa ad un ragazzo, in cui dicevo “Non devi trattarmi così, perché ci sto male”. L’ho rimessa subito sotto terra. Ci conoscevamo da troppo poco.

So essere estremamente poco speciale. Perché in fondo nessuno lo è. Ecco, anche in questo non sono speciale. Una persona me l’ha detto una volta “Sei speciale”. Ma ho pensato “Starà guardando da un’altra parte mentre lo dice”. La verità è che sono molto brava a fingermi speciale, ma altrettanto brava ad essere il contrario di straordinaria. E mi fa fatica ammettere quanto mi piacerebbe poterlo condividere. Smettere di fare fatica. Essere normale. Noiosa. Stare zitta e masticare un panino orribile senza nessuna storia da raccontare, senza nessun dolore fintamente interessante. Provare amore anche se non è legittimo. Anche se è presto. Dirgli “Senti non ho nessuna tragedia e nessun traguardo da vomitare fuori, ma posso venire da te a fare niente? Poi dormiamo. Domani magari sarà un giorno più speciale di oggi, perché saremo stati insieme”. Ho trovato anche quell’invito sotterrato da qualche parte nel bosco, lontano dai funghi.

Il pensiero che mi è piaciuto di più era ai piedi di una betulla. Diceva “Ciao, quando non capisco gli altri sento di avere paura. Ti va se stiamo abbracciati e mi spieghi cosa senti quando non posso vederti? Così domani ho meno paura di oggi”. Ho preso il pensiero in mano e l’ho rimesso subito via. E ho messo il cellulare lontano, che non si sa mai.

Ah, un altro carinissimo diceva così: “Buonanotte”. Proprio così. Buonanotte e  basta. L’ho stretto fortissimo sul petto, finchè l’ho sentito scricchiolare e quasi creparsi. Avrei voluto mi entrasse dentro per scaldarmi la pancia.

Buonanotte. Che razza di cosa.

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(S)COPERTE

C’è questo set di coperte dell’Ikea che avevo comprato un paio d’anni fa, quando avevo deciso che avrei dormito con giacomo magari per sempre. Il coprimaterasso è simile al verde acqua, il mio colore preferito. Il copripiumone e le federe invece hanno questa fantasia che richiama un cielo con le nuvole. Un giorno ero così felice e bella che mi ci ero sdraiata sopra e mi ero fatta una foto in primo piano, con i capelli tutti per aria  che sembrava davvero che stessi volando in un cielo disegnato. Avevo gli occhi molto più azzurri di quanto non siano in realtà, ma era la luce. O un filtro Instagram.

Dormo in queste lenzuola anche adesso che son da sola. A volte ci ho dormito con qualcuno, sperando sempre si addormentasse prima di me per non scoprirmi, per non farmi conoscere mentre russo e sbavo e sono la parte schifosa e più vera di me stessa. Stamattina mi ci sono svegliata dentro, per esempio. Ho mosso le gambe e mi sono immaginata che quel fresco della parte vuota di letto fosse l’aria del cielo mentre ci corri dentro, e poi saltelli da una molecola di azoto all’altra come i bambini sui sassi che escono dai ruscelli. Mi sono ricordata di colpo di tutte le bugie che mi dico e mi è sembrato che ognuna, improvvisamente, sfumasse e diventasse piano piano una scusa. Solo una scusa. Mi sono chiesta Per cosa? E mentre cercavo di rispondermi ho asciugato delle lacrime che non avevo ancora visto uscire, le ho appoggiate sulla federa del cuscino sfregandoci la faccia contro. Quando mi sveglio lacrimo sempre, ma non è come piangere. E’ un po’ meno.

Quando parlo di mio padre lo prendo sempre in giro. Non mi sento in colpa, perché lo faccio in modo intelligente, senza sminuire. A volte lo faccio anche con lui, direttamente. Non lo scredito perché farlo mi farebbe male. Perché è una persona di cui ho dentro metà di un patrimonio genetico, se ho capito bene. Ed ho addosso la versione femminile del suo naso e della sua faccia. Ho il suo modo di ingrassare (sempre poco e sempre lì), il suo modo di scherzare sembrando seria, alle volte arrabbiata. Ho guadagnato delle cose di lui senza volerle, e adesso che me ne accorgo ho bisogno di piangere. Ho guardato fuori dalla finestra e ho pensato a lui. Mi fa fatica ammettere di volergli bene così forte. Mi fa la stessa fatica di quando devo uscire dal piumone al mattino.

Per qualche anno ho abitato con mamma papà e beppe in una casa enorme vicino porta venezia. C’era la moquette rosa per terra. La casa me la ricordo bene, ma mi sono dimenticata quasi tutto il resto. C’è una cosa sola che sento dentro come fossi io per intero, e cioè la scena di me a quattro anni che faccio questo corridoio che non saprei dire lungo quanto. Arrivo in fondo e c’è la porta bianca della camera matrimoniale. Al centro della porta c’è una rientranza della forma di un pugno. E questo cratere ha dentro la rabbia di mio padre, che ora non saprei mai immaginare. Perché mio padre non è uno che trova la forza di tirare un pugno ad una porta, ma forse lo era. Quando chiudo gli occhi e mi immagino la rabbia io la disegno così. Rotonda, incastrata in una lastra di compensato che il giorno prima era intera. Entro nella stanza e c’è mio padre che mette delle calze in una valigia. Ha i capelli lunghi dietro, una specie di frangia davanti. E’ giovane da far spavento. Gli chiedo dove va, mi dice Va via, Papi. In terza persona singolare. Mi sforzo certi giorni per ricordarmi se intendesse via per sempre o via per un tour. Quando cerco quel punto della storia mi si annebbia tutto. Oggi che sono grande so che in realtà non cambia niente. Perché, per una bambina di trequattro anni, due giorni e per sempre sono esattamente la stessa cosa.

Avevo aspettato qualche secondo e avevo affondato la faccia nel letto, proprio di fianco alla valigia. Avevo pianto con gli occhi lì dentro e con la bocca spalancata. Avevo bagnato di bava il copriletto. Mio padre aveva detto Ma dai, cosa fai? Mi ero tirata su e mi ricordo che lui aveva sorriso. Poi, indicando la macchia sul letto, mi aveva detto Guarda cosa hai fatto. Era dolce, scherzava. Gli avevo sorriso anche io. Credo così di aver imparato a sentirmi abbandonata in questo modo qui, rotto e vergognoso, che si nasconde dietro a una battuta, ad un sorriso, al far sentire gli altri meno in colpa per me. Da queste cose non si guarisce, ma si impara. Bisognerebbe tutti soffrire davvero davanti agli altri, farlo per intero e senza censure. E nessuno dovrebbe ridere mai. Perché il dolore, anche il più piccolo, è una cosa seria.

E niente, stamattina poi mi sono tirata su ma senza ancora scoprirmi. Ho pensato tantissimo a mio padre. A come negli anni è cambiato il senso che gli do. Sono anche andata indietro a quando ho avuto quel mal di pancia fortissimo perché a casa sua non ci volevo stare. A quando da piccolina non dormivo in cameretta perché le lenzuola erano ruvide. A quando mi ha detto Ci vediamo poco, non dovresti stare così quando siamo insieme, e forse aveva gli occhi lucidi. Credo di avergli fatto male negli anni ma non mi sento in colpa, perché non volevo. Credo di averlo reso vulnerabile alla mia presenza, ma anche alla mia assenza. Come ha fatto lui con me quel giorno, con quella valigia sul letto e quei calzini e quella macchia di bava. Io ho quasi trent’anni e credo che volersi bene sia questa roba qui.

Quando sono uscita dal letto mi sono subito sentita meglio. C’era tanta luce, perché sto al nono piano. Ho pensato Tu guarda quante stronzate riusciamo ad inventarci pur di non ammettere che vogliamo bene a qualcuno che ci ha fatto male per sbaglio. Quante paure che appoggiamo addosso ai difetti degli altri pur di non ammettere che siamo bambini piccolissimi e basta. E che ci sentiamo abbandonati con niente. Amare mi piace da matti, sento una cosa dentro come quando vado  a Gardaland. Ho sempre messo l’amore per mio padre in un angolo, perché era più originale così. Perché fa più ribelle. Perché un padre con cui hai convissuto poco è un padre a cui puoi nascondere i sentimenti, volendo. E allora l’ho fatto sempre. Ho nascosto l’orgoglio, l’ammirazione, il dolore, tutto. Io oggi non voglio nascondere le cose, perché non riesco più. Cerco tanti problemi migliori di questa fatica che ho, ma sono tutte palle. La verità è che voglio bene a mio padre nel modo più normale possibile, ossia quello che ti fa dimenticare se quel giorno avesse detto Vado via di casa oppure Vado in tour. Perché non importa. Il cuore è abbastanza grande per tutte le distanze del mondo.

Ogni volta che qualcuno se ne va, prima di piangere provo a ridere. Me l‘ha insegnato lui quel giorno, senza volerlo. Così non lascio macchie da nessuna parte, e nessuno si sente di avermi fatto del male. La prossima volta che capita però faccio diverso. Bisogna sempre sempre sempre dire la verità.

Memento Tantum Rosa Semper

Una volta non ho avuto le mestruazioni per cinque mesi. Era il 2014 mi pare. Non sono mai stata regolare, ma cinque mesi uno dice “Ok calma, qualcosa non va”. Ricordo che il mio ginecologo mi aveva accolta col sorriso di chi sta per diagnosticare una gravidanza, finalmente in un utero giovane anziché nell’ennesima over 35. Il suo studio medico è molto neutro. Non ha colori, ad eccezione di qualche accenno di rosa salmone nello stanzino dove ci si spoglia. La prima volta ero sbucata fuori con la testa dalla tendina e avevo chiesto se dovessi togliere anche le mutande. Mi faceva molto ridere pensarmi vestita tutta sopra, ma tutta nuda sotto. Però in effetti le mutande andavano tolte, se no come si fa? Mi aveva sorriso annuendo e dicendo proprio questo. E’ un uomo molto dolce. Molto donna.

Non ero incinta, ovviamente. E non c’era niente che non andasse, ovviamente. Oggi ci ripenso e mi sento come se sapessi il perché di quella cosa. E’ che non ero pronta. C’era qualcosa a cui non ero pronta. Il dottore mi aveva detto solo “Stai tranquilla, che arriva”. Boh.

L’atro giorno mia madre mi ha detto che il mio problema nella vita sono le aspettative. “Hai aspettative troppo alte” deve avermi detto. In realtà credo avesse ragione, ma forse avrei tolto l’aggettivo “alte” alla fine. HAI ASPETTATIVE TROPPO, punto. Tac, dieci anni di terapia in venti minuti di pranzo vegano indigesto (di merda). A parte tutto, c’è una linea sottile che non avevo colto in questo banalissimo discorso. E adesso faccio partire la slide, “Innanzitutto grazie per la domanda”. E lo spiego.

Quando sto ovulando ho 48 ore in cui sento una cosa che mi stringe vicino all’inguine. Certi mesi lo fa a destra, certi mesi a sinistra. Non è un dolore lancinante, per lo meno io lo sopporto facilmente. Lo vivo come un avvertimento del mio corpo, inizio a prepararmi per qualcosa. Mi sento come se dovessi apparecchiare una tavola, come se dovessi stirarmi i capelli prima di un appuntamento. Come il secondo prima che l’ascensore arrivi al piano, e ti specchi e cerchi la faccia giusta prima di dire ciao senza far vedere troppi denti o troppe rughe sulle guance. Prepararsi alle cose non è sbagliato. Anzi, credo che nell’attesa ci sia una cosa profumatissima, mi viene in mente lo zucchero a velo. Prepararsi fa parte dell’essere dentro alla cosa. Quando inizia ad esistere una sensazione, prepararsi a viverla è come assecondarla e basta. Non c’è ansia, c’è emozione. C’è la cosa che mi veniva da piccola quando vedevo i cavalli, o la mamma, o l’isola di Tavolara dal gommone, o un cane.

L’utero si prepara ogni mese per cose che la nostra testa sa benissimo se potranno o non potranno avvenire. Ma l’utero non ci caga, lui si prepara. L’ovaio fa l’uovo, lo caga fuori e addobba l’endometrio per una festa che probabilmente non comincerà. E’ una cosa spettacolare. Specialmente per una come me, che non solo vuole sapere se la festa comincerà, ma vuole anche sapere se sarà bella o brutta o media. Io vorrei sapere tutto prima. Vorrei sapere se il lavoro mi stancherà più di quanto mi immagini, se i capelli mi staranno bene o se piangerò una volta uscita dal parrucchiere, se quello che scrivo mi piacerà mai per davvero, se il ragazzo magro mi farà del male al cuore, se lo farà quello basso, quello che se n’è andato, quello che ancora non è mai arrivato. Se starò bene in una casa diversa da questa, se ne varrà la pena, voglio sapere se mi riprenderò, se sarà difficile. E quanto difficile. Avere la merda nel cervello non mi ha mai impedito di vivere le cose. Sono anche riuscita a convincermi di aver vissuto le cose a pieno, la maggior parte delle volte. Ma non è vero niente. Non basta, manca ancora un pezzo gigante. Mi servono le mestruazioni nel cervello per riuscire a prepararmi alle cose senza aspettarmi mai niente. Mi serve farle lo stesso, ogni volta uguale.

Quando le cose si sfaldano è perché le hai fatte. Quando finisce il ciclo c’è un senso di vuoto felice, perché ancora una volta ci abbiamo provato. Grazie ovaie, grazie raga, bravi tutti. E’ come l’applauso dopo la partita persa, quando ci giriamo verso il pubblico e facciamo “Grazie per averci creduto”. Chissà se io ci ho mai creduto veramente. Forse no. Però ecco, sono ancora ampiamente in tempo per rimproverarmelo. Sono in tempo per imparare dal mio corpo che prepararsi è fantastico, che bisognerebbe vivere preparandosi sempre e basta. Preparandosi senza neanche sapere a cosa. Ovulare anche se non si vuole un figlio, avere il batticuore anche se non ci si vuole fidanzare, dire “Sono stata felice” anche se quell’altro non legge il messaggio, sentirsi a casa anche se domani non ci sono più i muri della casa, o il pavimento, o la casa stessa. Per esempio questa cosa l’ho scritta perché mi serviva, ma non sapevo se avrebbe fatto cagare. Ecco, ora che l’ho finita fa cagare. Sembra una roba da appendere in consultorio vicino al cartellone pubblicitario del tantum rosa. Ma non potevo saperlo prima, e l’ho fatto lo stesso. Direi che sono sulla strada giusta per cominciare a far le cose come dio comanda. Cioè farle a prescindere.

Slide finale: “Grazie per l’attenzione”, con la scimmia che sbadiglia sullo sfondo. Come non mi fa ridere mai, quella cosa, eppure la fate tutti. Ma fatela lo stesso, bravi. Giusto.

 

Prelievo

Quando prelevo del sangue da un uomo chiedo sempre il nome cognome e data di nascita prima di bucare. E’ il protocollo, serve a non sbagliare persona.  Mi piacerebbe fare la stessa cosa quando prelevo amore dai cuori degli uomini. Come ti chiami, chi cazzo sei, cosa cazzo fai nella vita. Non è mai abbastanza. Dovrei mangiare le persone e poi digerirle. Poi forse con calma, dopo una pennichella, sarei pronta a prelevare cose. Sangue, saliva, battiti cardiaci, storie sui genitori, storie di vacanze, storie di canzoni che si vorrebbe aver scritto noi, orari sbagliati o non consoni, storie di amori rotti di cui si tengono i frammenti e si fanno dei paciughi di collage col vinavil impiastricciato che si secca sul palmo delle mani. Poi lo togli e sembra pelle morta. Perché è davvero pelle morta, secca, decomposta, putrefatta.

Se sapessi scrivere una canzone parlerebbe di sangue prelevato, di etichette coi nomi, di bicchieri di vino che alterano l’esito della funzionalità epatica, di uomini che si passano la mano tra i capelli come fosse l’ultima volta possibile. Perché gli uomini sono sempre più calvi, ogni giorno. E si toccano i capelli con la paura di sentirne già meno di ieri, ma non toccano la mia pelle con la paura che sia l’ultima volta. Perché io quando chiudo la porta sorrido sempre e canto le canzoni di calcutta, oppure faccio la maglia e spiego che è così che sono andata avanti. Avanti da cosa? Nessuno lo chiede mai, forse si legge già nei miei occhi. Sono andata avanti agli anni che passano. Per me, ma soprattutto per gli altri che si ammalano e hanno storie tristi da raccontare ma sbavano troppo per farlo decentemente. Sbavano per l’amore che hanno rimandato a domani. Che domani era già oggi, cazzo.

[Un ragazzo bello una sera è venuto da me sul tardi, senza sapere niente di me. Ha parlato con intelligenza di serie tv, e quando si è stufato di essere virile ha dormito stringendomi per tutta la notte. Non mi ha amata nemmeno nel secondo di incertezza in cui poteva essere possibile che non gliela dessi. La mattina aveva uno spazzolino suo. L’ha usato e con quell’alito fresco mi ha baciata come si baciano le mogli sexy. Poi è sparito dietro l’angolo del pianerottolo ed io mi sono raccontata che ho vinto una battaglia.  Una battaglia che sapeva di collutorio e storie inventate, su quanto mi facciano tristezza i matrimoni degli altri o le persone innamorate che si annoiano davanti a Netflix.]

La verità è che quando prelevi del sangue sai già esattamente cosa andare a cercare e dove ed in quanto tempo. Una volta riempita la provetta il laboratorio preleverà le molecole di interesse e scarterà la parte superflua. Già quando stringi il laccio e guardi la vena inturgidirsi e arrossarsi sai esattamente quale sia l’obiettivo finale. Perché la provetta per l’emocromo è viola, quella della coagulazione è azzurra e così via. E’ un furto mirato, pianificato da prima. Dimmi nome e cognome ed io quantificherò la tua anemia. Nella vita vera invece puoi sapere le cose solo guardando, ascoltando, aspettando che il tempo passi e che nessuno dei due scappi dalla porta mentre l’altro va a fare pipì.

[Quel ragazzo piccolino una volta ha detto che prima di comprarmi una bicicletta l’avrebbe dovuta provare lui. Ho sentito la stessa cosa che sentivo quando ero più piccola e mia madre frenava di colpo in macchina e prima ancora di farlo aveva già messo il braccio davanti al sedile passeggero dove stavo io. Lo faceva per bloccarmi, per non farmi sbattere sul cruscotto, per salvarmi la vita. Un’altra volta mi ha aspettata ad un incrocio perché dovevamo dirci che io ero contenta di aver vinto un lavoro vero. Era felice come me, o poco meno. Mi è sembrato assurdo. Ho sentito caldo nel cuore, come se qualcuno l’avesse tenuto stretto tra i palmi delle mani per qualche minuto, sotto la tormenta di neve. Come quando il mio secondo papà mi faceva togliere le mani dai guanti da sci mentre facevamo la salita in seggiovia, poi scaldava le mie dita tra le sue, poi soffiava nel guanto così quando rientravo dentro era tutto bollente. Durava poco, ma era di quelle cose che durano poco ma ne vale la pena poi per tutto il resto della vita.]

Il sangue è una cosa bellissima. Quelli che si impressionano è solo per colpa dei film splatter, o delle storie dell’orrore. O forse perché pensano che le cose che stanno dentro al corpo non dovrebbero mai uscire. Invece escono eccome. E poi un prelievo non è come sanguinare. Perché quando sanguini esce da solo, ed esce tutto intero, e non sai dove va a finire anche se puoi prevederlo. Magari si annida tra le piastrelle della cucina quando cola per terra, o si appoggia sul tagliere vicino alla cipolla che stavi facendo a pezzi per il soffritto. Un prelievo di sangue invece è tutto di testa. E’ ponderato, voluto. E’ una risposta a delle domande specifiche. E quando le risposte le hai finalmente dentro a delle provette allora è tutto molto più confortante, più in ordine. Come se vedere solo alcune cose chiuse dentro a del vetro fosse migliore che vederle tutte assieme di colpo, in un moto esplosivo di caos rosso scuro. Come se guardare l’acquario di Genova fosse migliore che nuotare nell’oceano atlantico senza niente, tutti bagnati di mare cattivissimo e pericolosissimo. Da piccola amavo l’acquario di Genova, adesso amo i prelievi di sangue. In un certo senso ho sempre preferito non rischiare. Sentire solo alcune risposte invece che tutte, nuotare solo fin dove si toccava e mai oltre la boa del nostro gommone BAT arancione. Però all’oceanario di lisbona avrei voluto essere dentro a quell’enorme cilindro e nuotare attaccata a quei pesci assurdi che forse si chiamano pesce sole. L’ho immaginato così forte che mi sembrava di esserci, con l’eco di quando sei sott’acqua e la luce di quando guardi la superficie e c’è il sole che sbarluccica e tu sei solo una cosa piccolissima in mezzo a tante altre.

[Un ragazzo lungo e magro una volta aveva delle castagne nella borsa. Ogni tanto tirava fuori dei piccoli vermi e li buttava fuori dal sacchetto. Non ho saputo pensare niente di male. Sono rimasta a guardare, da lì in poi. Ho capito che ci sono cose che non riesci a prelevare, molecole nel sangue che non sapresti in che provetta mettere perché non si possono analizzare. Ci sono schizzi di sangue che non riesci a schivare per tempo, storie che non fai in tempo a non raccontare per intero perché spruzzano fuori come da un’arteria femorale che non si tampona. Quel ragazzo era come una volpe, ma senza essere una volpe. Aveva qualcosa di delicato o indefinito, per il quale pensavo di dover essere sempre concentrata al massimo. Mi girava la testa a volte, ma era come ballare. E conoscerlo è stato come far uscire poco sangue per volta, goccia a goccia, senza avere nessuna provetta alla mano per raccoglierlo. Senza poterlo raccogliere.]

Farmi conoscere è come far zampillare fiotti di me sulle ferite aperte degli altri. Allora mangio, ingoio, cammino, rido, guardo film, scrivo storie, così allento la pressione. Così, quando qualcuno vorrà farmi un prelievo, in me ci sarà meno sangue di adesso, e le risposte saranno più piccole, tascabili. Grosse come provette, da infilare nella tasca interna di una giacca da mezza stagione.

Biognerebbe sempre vestirsi a strati, specialmente di questi tempi.

Storie della buonanotte al Grande Albero

Si dice sempre che le persone facciano fatica a volersi bene al giorno d’oggi. Si torna sempre indietro per cercarne i motivi. Forse da piccoli. Forse da adolescenti. Forse quella vecchia storia finita male. Insomma problemi alla base, problemi ormai vecchi, nati prima. Il problema è sempre indietro, perchè in quel modo non è più risolvibile ma soltanto giustificabile. Accettabile, per i più bravi. Per le persone pazienti diventa una parte di sè, come tante altre. Per i più stupidi diventa un ingombro, un biglietto da visita, un capro espiatorio.

Ho ancora il libro delle fiabe di quando ero piccola. “Storie della buonanotte al Grande Albero”. Una raccolta di racconti ambientati in questo albero secolare in cui i personaggi fanno da cavia per portare esempi di errori, lezioni di vita e cose del genere. La mia preferita si chiama “Storia di un amore complicato”. Sono abbastanza certa non fosse la mia preferita, a suo tempo. Perchè se l’avessi sentita prima, se l’avessi imparata, oggi sarei un pochino diversa. Ho provato a dirmi che il problema è lì,  in quella storia, in quel vecchio periodo. Poi mi son detta che non è vero. Il problema c’è anche adesso, non esiste prima e non esiste dopo quando si parla di problemi. Ce l’ho davanti agli occhi il problema, saltuariamente ce l’ho nel letto, sul divano, in un boccale di birra che mi fa schifo, nelle lenzuola da cambiare al fine settimana.

Quelli saggi dicono che c’è il presente, e niente altro. Allora metto le mani in questo impasto e macino i grumi fino ad averlo ben amalgamato e poi lo prendo in mano. Ha la forma del libro del grande albero, così pieno di pagine strappate e pasticciate coi primi tentativi di scrittura del mio nome. CHIARA con la R al contrario, ma per il resto è giusto. Un bel nome per una bambina bionda col caschetto che si mangia le pellicine delle mani.

La storia è lunga due pagine e racconta la paura di raccontarsi l’amore a vicenda. Otto Leprotto ama Lucia Lucertola e anche lei ama lui. Ma Otto è convinto che lei lo odi e lo consideri un coglione, mentre Lucia è convinta che lui ami la contessa Gazza Gazzelloni (gran troione). Nessuno fa il primo passo perchè nessuno mai al mondo fa un primo passo col rischio di sprofondare nella realtà. O meglio in quella proiezione orribile della realtà, in quella prospettiva che è la peggiore possibile. Abbiamo tutti paura di volerci bene perchè gli altri potrebbero non volercene, e non è complicato, è tutto lì. Eppure scegliamo sempre strade alternative per non essere banali. E allora “Non credo nella coppia perchè la monogamia è stata inventata a tavolino. Non credo nell’amore perchè non esiste, perchè l’hanno inventato quelli che fanno le pubblicità dei detersivi. Non credo nel matrimonio perchè annienta l’individualismo e io sono individualista. Sono single perchè le relazioni sono trappole senza mai lieto fine e qualcuno poi soffre, perchè i sensi di colpa, perchè la noia, perchè poi prima o dopo tutti vogliamo scoparci altra gente e iniziamo a farci schifo”. Alla fine Otto Leprotto trova la stringa della scarpa di Lucia Lucertola e se la stringe al cuore per tenere questo amore segreto vicino al petto, per scaldarsi senza essere visto. Ma Lucia lo vede. Allora mi ami sì? Allora posso amarti anch’io. Fiù, menomale. Speriamo che nessuno si faccia del male dopo che ci siamo baciati finalmente davanti al grande albero.

Non dico che sia una bella storia, ma è una storia vera. E’ una storia che spero non sarà la mia, perchè spero un giorno di avere più coraggio di Otto Leprotto. Spero di non aver più bisogno di far ingelosire tramite Gazza Gazzelloni, di scappare, di inventarmi diversa ogni giorno per non sembrare noiosa. Spero di trovare la stringa di Lucia per terra e di avere il coraggio di portargliela e dirle che mi piace la sua stringa. Che avrei voluto tenermela come nastro per capelli. Ah, è un esempio a sessi invertiti. Non sono lesbica.

Ancora quel coraggio non ce l’ho, ma sto svegliandomi ogni giorno con delle cose in più addosso, e mi prometto che andrà sempre meglio. Mi tengo strette le cose con un metro di distanza, ma piano piano mi avvicino. Se mi avvicino un po’ di più sento le extrasistole di qualcuno che mi dorme dietro, sento l’odore strano e dolciastro di un racconto carino, sento qualche bacio senza nome, senza il caffè del mattino, con una birretta Ichnusa bevuta per strada. Sento poche cose per volta, le cose piccole e dolci che troviamo la forza di regalarci. E sento comunque anche paura, il disinteresse, la superficialità. Ma non ne faccio più una malattia. D’altra parte sto crescendo da 28 anni senza tregua. E a 28 anni sono ancora con le lenzuola stropicciate a raccontarmi che mia nonna ha gli occhi viola e che mio nonno fa l’olio e che ho questo libro bellissimo che parla d’amore con lo stesso linguaggio dei bambini, e che dovremmo parlare anche noi così, e che i bambini fanno oh, che meraviglia. Poi si ride di gusto e si torna a casa. Perchè si torna sempre a casa e chiusa parentesi. Come la C del mio nome, ma girata al contrario pure quella. Allora ciao eh, chiusaparentesi).

 

 

 

 

 

Sulla pelle degli altri

Qualche giorno fa ho sentito un’intervista ad Alessandro Borghi, l’attore scelto per interpretare gli ultimi sette giorni della vita di Stefano Cucchi in questo nuovo film di Alessio Cremonini. Raccontava che, essendo lui alto 1.87, il cast ha dovuto includere solo attori e comparse di una certa stazza. Perchè Cucchi era minuto, fragile. E allora tutto il resto doveva sembrare grande rispetto a lui. Oggi, mentre guardavo il film, mi sono completamente scordata di questa cosa. Non c’era niente di grande e niente di piccolo. Solo pochissima luce e un filo di voce incastrata.

“Sulla mia pelle” è un buon film. E’ un film che racconta la storia di una persona senza che quella persona ci sia realmente. A reggere la responsabilità di quest’assenza c’è Alessandro Borghi, volto già noto per chi si è sparato Suburra (io no), e voce già sentita in quell’accento marcatamente romano proprio in quell’occasione. La voce qui però è forse la metà del lavoro. Un lavoro a regola d’arte, devo dire. E’ un costante bisbiglio ciancicato, carico di vergogna, sempre nascosto per tre quarti, nella speranza di essere sentito ma forse anche no. Perchè è vero che la storia di Cucchi ti tira uno schiaffo in faccia e ti dice di prendere una posizione. Ma forse, se il film lo guardi come cristo devi guardarlo, quella voce (che senti solo alzando il volume di qualche tacca) sembra suggerirti una cosa diversa. Sembra dirti di capire sì la storia, ma di non fermarti a quello. Che il punto non è la sua storia, o la sua pelle. Il punto siamo tutti noi.

Non sono abbastanza brava per dire se il film sia registicamente fatto bene. Posso permettermi di dire che le luci mi sembrano studiate. C’è una penombra costante che sembra sempre tutt’altro che casuale. Ci sono principalmente due tipi di luce: la prima è un quasi buio, in cui la faccia di Borghi è sempre nascosta, quasi ad esaltare la curiosità del pubbico verso i lividi che il protagonista ha in volto, ma anche verso la sua fisionomia (che Borghi riproduce bene ma non abbastanza, essendo bello); la seconda invece è una sorta di luce da neon, artificiale e squallida, da sala d’attesa. Il film in sè è una lunga attesa che non finisce. O meglio finisce male, come tutti sappiamo. Finisce proprio con il secondo tipo di luce, quella dell’obitorio in cui finalmente le ferite di Stefano si vedono, col suo pallore e la sua storia raccontata solo per meno di metà.

Intorno al protagonista orbitano svariate figure professionali. Le forze dell’ordine in primis, a cui il regista ha dato accezioni molto sfumate ed eterogenee, contro ogni aspettativa. Carabinieri e secondini non sono cattivi e basta, sono schifosi, omertosi, a tratti spaventati, rabbiosi, non professionali poi professionali, più umani, meno umani, con più tatto, con meno tatto. Perchè chi ha visto e toccato Cucchi non sono state solo tre persone, ma tante, tantissime, tutte diverse. Ed era giusto che il film non fosse soltanto un’accusa all’abuso di potere, ma anche. Che non fosse solo di parte, ma quasi. Quello che passa di certo è che c’è uno schema sbagliato nella società, ed è forse questo il primo grande tema della pellicola. Passa che chi garantisce la nostra incolumità a questo mondo lo fa troppo spesso dall’alto, giudicandoci, incasellandoci (ed ecco qui l’unica banalità di questa storia, che però non è mai stucchevole a ripetersi). Ci si rende conto che far rispettare delle regole è ancora un lavoro per persone che crescono con la convinzione di dover fare (ahi loro, ma anche no) la parte dei cattivi perchè qualcuno deve pur farlo. E in questo senso si sentono piccoli eroi cattivi, ma con motivazioni perverse e sbagliate. L’idea che mi sono fatta io (da infermiera, lo ammetto) è che anche loro siano figure di aiuto, proprio come medici, soccorritori, professionisti della salute. Si tratta sempre di assistere gli altri. Il loro ruolo però è come se fosse, i certi casi, passato attraverso un orribile tritacarne fatto di clichè, ideologie politiche di bassa lega e aspettative non soddisfatte. Questo agli occhi di chi (lo ammetto eh, non me ne vogliano i canazza) coi carabinieri ci ha litigato una volta sola e per futili motivi. Perciò prendetemi per quello che valgo. Ma ecco, è come se l’unico loro filtro per rivolgersi alle persone fosse quello di chi ha ottenuto la divisa con l’idea di farsi rispettare a nome di qualcosa di più grande, invece che con l’idea di salvare le persone dai loro errori. Perchè con quella divisa, a pensarci meglio, si potrebbe essere proprio questo. Persone che ti puniscono per salvarti dai tuoi errori, anzichè persone che ti puniscono per i tuoi errori. Sembra sottile, ma è più o meno la differenza che c’è tra educare e combattere.

Il secondo grande tema è strettamente connesso al primo. Quando è lecito chiedere aiuto? Cucchi aveva promesso delle cose e non le aveva rispettate. Aveva deluso ancora la sua famiglia. Col senno di poi aveva detto delle bugie. Aveva commesso reati, si era fatto del male pesando sugli altri. Era debole. Eppure, così rotto e sbagliato, per tutto il film chiede aiuto a denti stretti e nessuno si sente legittimato ad ascoltarlo meglio di come si riesce. Chiede aiuto in quel modo stupido dei ragazzini, che è “andate via, lasciatemi in pace”, ma lo fa. E sembra che intorno, a parte la famiglia, nessuno avrebbe avuto gli strumenti per capirlo per davvero.

Io dall’altra parte ci sto otto ore al giorno. Le persone non sempre vogliono farsi aiutare. Però garantisco che tante volte vorrebbero. Solo che pensano di non poter chiedere salvezza un’altra volta, non anche oggi, non dopo tutto quello che è venuto prima. E tante volte mi dico che noi altre persone siamo qui per questo. Per tirare fuori le ultime briciole di egoismo dalle persone, per raschiare le ultime gocce di orgoglio che sono quelle che permettono alla gente di non morire, di non farsi ammazzare, di sbagliare ancora. Non si ottiene molta gratitudine in cambio, ma va bene lo stesso. Mi viene in mente quella notte che feci da studente in pronto soccorso. C’era un ubriaco che continuava a cadere di fronte alle macchinette della sala d’attesa dei codici verdi, ubriaco e strafatto. Lo chiamavano Birillo, a buon motivo. Veniva spesso e spesso veniva accettato, tenuto in osservazione per la notte, poi si autodimetteva e ricominciava da capo. Qualcuno, vedendomi dispiaciuta quando rifiutava di curarsi per i suoi mali, mi aveva detto sorridendo “Non possiamo salvarli tutti”. Ne avevamo riso per non piangerne. Era vero.

Questo film va visto e questa storia va conosciuta. E quando il film finisce dobbiamo essere tutti persone migliori. Perchè se la sua pelle non c’è più, beh c’è sempre la pelle degli altri. Dobbiamo cercare di capire anche quello che è scomodo, dobbiamo alzare il volume se si sente male, dobbiamo chiedere di ripetere una volta in più se ci è sfuggita una parola, dobbiamo cercare il senso anche dentro i deliri degli altri, perchè potrebbero non essere deliri ma richieste di aiuto. Dobbiamo giudicare meno e capire di più. Dobbiamo vivere in un posto dove se si sbaglia si paga, ma in cui chiedere scusa e riprovarci sia sempre lecito. Un mondo in cui nessuna posizione sia troppo sfavorevole per alzare la mano e dire la verità ad alta voce.

 

Specchio riflesso

L’altro giorno ho preso la macchina e sono andata in riva a un lago che credo sia il maggiore. C’erano dei pesci piccoli che mi baciavano i piedi. Poi mi sono seduta su quella sabbia rotta e ho detto a elisa che mi sento potente. Aveva gli occhi lucidi, diceva resta in questo, sentilo bene. E lo sentivo per davvero. Sentivo di colpo tutte le cose per quello che erano, cioè semplicemente lo specchio di quello che penso, sento, faccio, sono io. E per un secondo ho sentito cosa vuol dire essere sola, che vuol dire semplicemente vivere. Non c’è nessun altro nella vita se non noi. E non è triste, non è egoista, è solo molto meno romantico di quello che credevo. Nel senso che è tutto solamente funzionale. E’ solo una tavola apparecchiata coi bicchieri di plastica, magari quella plastica lì biodegradabile così nessuno si incazza e siamo tutti più ecologisti e ci sentiamo migliori, ma è soltanto una cazzo di tavola apparecchiata alla fine di una giornata come tante.

E allora capisco tutto un pochino meglio. Capisco chi se ne va, capisco chi rimane. Capisco chi a quella tavola non ci mangia, capisco chi non sparecchia, capisco me stessa se non mastico abbastanza e quasi mi strozzo con i racconti degli altri, con le pietanze delle vite degli altri, con gli odori dei capelli degli altri che durano pochi, pochissimi minuti. E poi basta.

Ogni volta che parlo di qualcuno sto parlando di me. Ogni volta che qualcuno parla di me sono io a parlare. Gli altri esistono, ma sono dei pezzi di lego da costruire e da mettere sul tavolo della sala. Non è carino da dire, ma niente è carino da dire. E’ sempre molto più carino sentire, annusare, l’odore di pattumiera che non è pattumiera, ascoltare, la canzone che sembra una ninna nanna e dice “una mente bellissima in mezzo a quegli occhi”. E penso che parli di me, semplicemente perchè non posso vedere altro che me in questa vita. E invece mi sono sempre disegnata brutta perchè una bambina brutta ha una storia più bella da raccontare. E mi sono disegnata in pezzi piccolissimi perchè è più umile essere rotti che essere interi. Perchè è più interessante rincorrere l’amore e poi romperlo coi palmi delle mani, anzichè meritarselo e basta. Perchè soffrire ci rende originali, così come stare bene. E penso a questo ragazzo che guarda avanti verso la mia finestra e senza nemmeno girarsi mi dice che non siamo speciali. Non c’era bisogno di girarsi, in effetti. Perchè era come se lo avessi appena detto io.

Sta tutto nello specchiarsi senza dare la colpa alla forma dello specchio. Se mi concentro su questo vedo tutta la verità. Vedo che non è lo specchio a deformarmi, ma è solo il modo in cui voglio vedermi oggi. E se mi sento grassa forse non c’è niente di male, forse voglio provare a sentire anche quello. Ma il punto è che lo specchio non c’entra. Quella nello specchio sono io. Le voci che mi raccontano cose belle sono incredibilmente simili alla mia, di voce. E la paura di quello che gli altri pensano è soltanto la mia, di paura. E ogni volta che qualcosa mi piace, ogni volta che una storia è bellissima, ogni volta che c’è il temporale, ogni volta che sento le cose forti, ogni volta in cui qualcuno mi fa una carezza un po’ distratta io guardo bene tra le sue dita e ci vedo uno specchietto di quelli per truccarsi in metro. Mi ci rifletto dentro e capisco che forse quella carezza la volevo esattamente così. E allora magari ne do una io, più dolce, più saporita, perché me la merito. Specchio riflesso cadi nel cesso.

“Stai facendo tutto tu”. Non so nemmeno più chi l’abbia detto, nè quando. E non conta, perchè l’avrei comunque detto anche io. Mi suona come una dichiarazione d’amore verso me stessa, e mi addormento chiudendo gli occhi e continuando a vedermi anche lì dietro alle palpebre, con tutte le mie etichette e tutte le mie carte da giocare per essere interessante, per essere scelta. Ho riso ad alta voce e ho pensato ancora una volta a quando ho pianto e dicevo “non esiste un posto sicuro dove mettere il mio cuore”. Era vero. Posso solo lasciarlo lì dov’è e volergli bene.

Coi piedi per testa

Quando il cervello va troppo veloce mi sento come se avessi mille chiodi che si conficcano nella materia grigia. E cerco sempre di fermare il vortice con un trucco che deve avermi insegnato la mia terapeuta anni fa, cioè concentrarmi sui piedi. Sentire dove appoggiano. Così si sposta l’attenzione da dentro la testa a dentro i piedi. Dall’ossessivo al pragmatico. Ieri ero sdraiata per terra e ho provato a sentire. Ho sentito il fresco del parquet che mi baciava il collo del piede adagiato sul fianco. Sentivo che c’era scambio di calore tra le due superfici, sentivo che la base d’appoggio era tutto il mio fianco sdraiato sul pavimento e che, insieme a me, a tenermi lì c’era il respiro piccolo e ritmico del mio cane. E mi son detta che da lì non potevo cadere. Ero ben appoggiata, nel punto più basso possibile.

Ero a casa di mia nonna in quella foto. Cosa fai per terra mi ha detto. Non sei mica un cane. Dovrebbe sentirlo qualcun altro questo concetto, ho pensato. Quanto mi piaceva autocommiserarmi quando ancora non gli ero indifferente, quando ancora non mi conosceva per davvero. Si inteneriva, mi diceva quanto sei bella chiara, se solo lo sapessi. Ecco non lo sapevo. Ma nemmeno adesso lo so, semplicemente mi ero fidata di quello che vedeva lui coi suoi occhi, quando si girava verso di me. E adesso mi guardo da sola e senza mai il trucco messo, penso che brutta immagine eppure è proprio la mia. Come sono arrivata a tutto questo, non lo so. L’ha detto anche lui quando piangevamo sul letto. Non capisco dove stiamo andando a finire chiara. Era solo l’inizio, caro mio.

Ho detto a mia mamma di farmi una foto. Perché in qualche modo era una cosa da immortalare. Una ragazza più brutta del solito con un cane perplesso e del parquet di pregio sotto al culo. Questa foto è tutto ciò che mi rimane, compreso quello che sta intorno al soggetto. La mamma, la nonna, il cane, il tormento appoggiato su un parquet.

Dello stesso colore è il pavimento della casa che avevo scelto per noi. L’aveva scelta anche lui, diceva. Mentre di andarsene lo ha scelto  da solo. Non ho più voglia, voglio solo andarmene adesso, me ne sto andando. Si ma perché. Perchè te l’ho già detto chiara, non ho più voglia. Poi gli occhi terrorizzati dei bambini quando hanno detto la parolaccia e aspettano di essere messi in castigo. Non preoccuparti, ho pensato. In castigo ci vado io per tutti e due. Poi da lì ti invio questa lettera che ti ho scritto: ciao, come stai? Non mi interessa veramente, perché non riconosco più la verità da nessuna parte. Perciò non rispondermi, che tanto lo stai facendo già da giorni.  Mi sento come Paola, Rossella, quell’altra come si chiamava? Eugenia? Beh così mi sento. Sono loro, adesso. Sono quel lato lì del fiume, a cui non approdano più scialuppe. Ti vedo in lontananza e hai le spalle diverse. Stai sempre bene, sei bello. I tuoi piedi sono sempre orribili anche se ho imparato a baciarli controvoglia. Speravo che accettando ogni bruttezza sarei cresciuta, e tu pure. Beh sì sono più grande adesso. Qualche volta ho messo addirittura dei tacchi, da quando non esistiamo più. Riducono la base di contatto col pavimento ma elevano il punto di vista. Dall’alto di quei tacchi vedevo quasi tutto. Vedevo noi due piccolissimi come puntini di sospensione. Ciao ti saluto. Dammi del tempo, poi ti assolverò col gesto delle mani del papa. Bacio in fronte. Amen.

Devo concentrarmi sui piedi, devo farlo più spesso. Devo sentire che comunque vada lì sono stabile. Devo lasciarmi stare la testa e spostarla nei piedi. Così camminerò via e forse smetterò di essere dove non devo essere. Per esempio smetterò di essere in quel giorno famoso col suo amico che si beve una birra col mio bicchiere, nella mia casa, mentre impacchettano assieme le cose su cui si è depositato un anno e mezzo di polvere, di onestà, di amore e di pazienza. Smetterò di essere sola sul pavimento mentre lui altrove legge il mio nome sullo schermo rotto del suo telefono e lo ignora. Sbuffa e lo ignora. Smetterò di essere sotto quelle coperte sempre spaiate, smetterò di cercare un abbraccio caldo sul divano con quella coperta che continua a cadere, a scalzarsi. Su una cosa aveva ragione lui. C’erano cose più importanti di quelle che non andavano bene. E avrei dovuto godermele quelle cose, perché prima o poi avrebbe smesso di aver voglia e io sarei sparita tra le travi di legno del soffitto. Adesso lì accanto ci appoggio i sogni, dove c’è il ripostiglio in quota. Li appoggio lì per non arrivarci facilmente, per dimenticarmi poco alla volta, per non piangere mentre mio nonno mi chiede ma giacomo allora è andato via. E poi dice eh ma tu cogli le mele sempre troppo acerbe. Non ho pianto, ho aspettato che venisse sera per farlo da sola. Mi sono guardata le punte dei piedi, girate dalla stessa parte delle ciabattine ortopediche del nonno. Siamo entrambi persone che camminano male. Ma coi piedi piantati per terra.

Anzi, coi piedi per testa.

LA TARTARUGA ROSSA

Non ho mai amato né i fumetti né i film di animazione. Mi sono sempre giustificata pensandoli troppo distanti dalla realtà, come qualcosa che emula non soltanto la realtà ma pure quelle imitazioni di realtà che sono i film normali. I disegni li vedo più come i libri. Da una scritta coi colori devi arrivare a trasportarti in un’immagine, che rimane pur sempre un’immagine che assomiglia ad un’immagine vera ma senza esserlo. Poi mi son detta ma cosa cambia tra una persona disegnata che fa una cosa verosimile e una persona vera (che nella vita è a tutti gli effetti una persona) che in quella circostanza sta emulando una cosa verosimile ma non vera? Poi ho perso il filo, ed è iniziato questo film di animazione in questa sala di proiezione abbastanza grande di un multisala a Cerro Maggiore. Il film si chiamava “La tartaruga rossa”. E non mi ha fatto ricredere sui film di animazione ma sulla vita un pochino, quello sì.

E’ un film di nicchia, credo. O comunque così è come lo hanno proposto dal mondo del cinema, facendolo restare nelle sale solamente per tre giorni. Forse nella speranza che la gente riuscisse principalmente a non vederlo, creando quell’alone di “solo pochi l’hanno visto e allora chissà com’era difficile capirlo”. Invece no. E’ semplice come quella cosa che mi chiedo sempre : che se c’è una spiaggia bellissima ma complicata da raggiungere, che solo pochi conoscono, allora cosa fai? Lo racconti agli amici? Pubblichi la posizione su Tripavisor? O te la tieni per te? Il fatto è che non conta, perché io sono riuscita a vedere questo film, e questa spiaggia incredibile che c’è nel film come unico setting per la trama, insieme a questo mare inaccettabile da quanto è bello e vero. Che è più vero di qualunque verità non disegnata né ripresa, ma vista con gli occhi direttamente.

Come in tutte le belle storie, anche ne “la tartaruga rossa” c’è alla base un’unione vincente che è quella tra il regista olandese Michael Dudok De Wit (di cui non so assolutamente niente perché sono ignorante) e il più noto (ma non a me) Studio Ghibli. Per intenderci, quello che ha fatto sfornare a Miyazaki robe del calibro de “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, “La principessa Mononoke” e altre robe belle che anche voi non avrete mai visto, perché per i bambini non van bene mentre agli adulti fan piangere forte.

I disegni sono forse la cosa meno saliente del tutto. Perché sono talmente belli che ti dimentichi che sono disegni. Perché si vedono i riflessi del mare e il fondale sotto, visto da in alto, che quasi senti l’odore delle alghe appoggiate alla battigia. E quando nuotano in acqua si sente il fresco delle bollicine che si formano quando scrosci dentro dopo il primo tuffo. E senti le carezze dell’acqua in quel punto che si fa più freddo quando scendi di qualche metro verso il fondo, e quell’escursione termica la senti più forte in mezzo alle dita dei piedi quando spingi per nuotare più avanti. Perciò sì, bello sì, ma è come non fossero disegni. Come fossi tu direttamente che entri dentro, non al film, non alla storia. Dentro all’acqua, dentro alla spiaggia, dentro alla vita.

La storia è la storia di una vita vissuta nel modo più normale del mondo. E’ la storia di un naufrago, di cui non abbiamo il diritto di sapere da dove naufraghi né perché. Abbiamo il diritto di vederlo arrancare per tornare da dove veniva, intuendo che c’è sempre qualcosa di più sicuro e affidabile del nostro presente. Qualcosa che è sempre indietro, più indietro di adesso, e mai sotto ai nostri piedi. Nello specifico il naufrago (muto per tutta la durata del film, se non per un paio di urli di rabbia e qualche gemito) costruisce zattere per tentare di lasciare l’isola, senza riuscire mai a oltrepassare il reef. Una tartaruga rossa, stupenda e indecifrabile come le cose più belle della vita, distrugge sistematicamente ogni tentativo di fuga del protagonista. La frustrazione dell’uomo nei confronti di quello che gli impedisce il ritorno si trasforma per qualche istante in un’ostilità verso la natura, e prende la forma di una rabbia fortissima, di quelle che fanno spaccare i piatti in cucina, che fanno urlare come animali, che fanno vedere soltanto le proprie ragioni e non quelle degli altri. E così il naufrago sperimenta l’odio, la furia omicida, il senso di colpa e la disperazione. La gamma dei sentimenti che escono dallo schermo tocca ogni punto di noi. Perché il naufrago siamo noi, e la guerra contro il presente e contro il futuro è anche la nostra guerra. Guerra destinata, ne “La tartaruga rossa”, ad essere persa mostrando il volto che avrebbe la vita se anche noi ci arrendessimo. Perché nella resa del naufrago c’è la vittoria dell’amore, che a questo punto diventa la ricompensa per aver lasciato perdere il ritorno, per aver accettato che non c’è niente di meglio di quello che c’è dentro la circonferenza di un’isola, che è per forza bellissima se è l’unica isola che hai.

E’ un inno alle cose semplici, un ringraziamento (per nulla cattolico) alla vita che ci viene donata e soprattutto alla morte, intesa come un punto e a capo, come una breve pausa in uno spin circolare che non si ferma mai. C’è l’idea del ciclico, che non è centrale perché niente in questa storia è centrale. E’ una storia per tuffarsi in un mare di cose vere e a tratti crude, in parte cattive, ma sempre esteticamente belle. Questa storia ci consiglia (senza guardarci mai dall’alto in basso) di lasciarci vivere, di lasciarci annoiare,  di lasciarci perdere battaglie, di lasciarci accontentare. Che comunque si vince, in qualsiasi modo. E che comunque alla fine si muore, e va benissimo così.

Sono uscita dalla sala che volevo diventare vegana, che volevo andare al mare, che volevo sposarmi e fare dei figli e che volevo piangere e abbracciare forte. Ho fatto solo le ultime due cose.

Dovresti vedere anche quelli di Miyazaki, sì magari sì, ma adesso boh, ancora non credo mi piacciano i film di animazione giapponesi, ma neanche quelli non giapponesi. Però il film ti è piaciuto? Sì mi è piaciuto, mi piace questa vita qua, mi piace starci dentro con te. Adesso andiamo a casa, dai.

Ok.

 

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